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YES WE CAMP

Posted By admin On 30 agosto 2009 @ 20:23 In Senza categoria | No Comments

Angela interrompe l’intervista e guarda con occhi sbarrati il telegiornale che mostra il centro storico in macerie poco prima della visita di Obama: “Non ci crederai ma oggi ho acceso la televisione per la prima volta dal 6 aprile. Non avevo la forza di reggere le immagini della mia città distrutta”. Angela Marinangeli è una donna volitiva, bionda e atletica. Prima del terremoto faceva l’avvocato in uno studio legale ora impraticabile. Dal 7 aprile è capocampo della tendopoli di Santa Rufina di Roio, una minuscola frazione dell’Aquila sulla collina dove i ragazzi dei comitati aquilani hanno posto una scritta enorme “Yes, we camp” in polemica con i lavori del G8 e la mancata ricostruzione a tre mesi dal sisma.

Le tende sorgono a ridosso delle case sbriciolate, trentotto completamente inagibili su quaranta, come se i duecentotrenta sfollati non volessero abbandonare nemmeno con lo sguardo le loro cose ridotte in polvere. Nel campo i volontari parlano veneto, alla mensa spesso si mangia risotto e polenta. E questo perché la gestione è affidata alla protezione civile del Comune di Verona che per i bambini ha voluto una piscina in plastica con l’istruttore sub veronese incluso e per gli adulti un abbonamento al quotidiano L’Arena, l’unico giornale che circola quassù perché la prima edicola raggiungibile dista cinque chilometri. Angela ha un piglio ottimista, ma i problemi esistono. Eccome: “La maggior parte degli sfollati sono anziani soli, incompatibili con la vita nelle tende e difatti si ammalano o muoiono. Avrei bisogno di assistenti, uno per tenda, disposti ad accompagnarli nei bagni e aiutarli nelle piccole faccende. A metà agosto faranno dieci gradi e ci terrorizza l’idea di rimanere nella tendopoli col freddo invernale e tuttavia sono sicura che prima di allora avremo i nostri alloggi”. Non certo quelli del governo. Ci penserà sempre il Comune di Verona, che invierà trentasei casette di legno in attesa di ricostruire interamente Santa Rufina. E quando? Chissà.

A pochi passi dal summit mondiale, gli aquilani nelle tendopoli sono probabilmente le persone meno informate dei fatti. Ciascuna tenda ospita un televisore, qualcuno ha persino installato la parabola per ricevere Sky. La gestione dei campi non prevede la distribuzione dei giornali, sono vietate le assemblee indette dai comitati aquilani ed è come vivere in una campana di vetro. “Non sappiamo se avremo diritto al rimborso” mormora Giovanni che vive nella tendopoli piazzata nel parcheggio del centro commerciale Il Globo, circa mille terremotati confinati nella periferia, le tende una a ridosso dell’altra e una calura opprimente. Giovanni rovista nella pattumiera finché trova l’ordinanza del sindaco Massimo Cialente: “Sta scritto che daranno una casa privata soltanto a quelli che non possiedono un alloggio in Abruzzo. Capisci cosa vuol dire? Ho ereditato una casa di 50 metri quadrati a cento chilometri da qui e secondo loro dovrei andarmene a vivere laggiù. E come fanno mia moglie e i miei figli a venire a lavorare all’Aquila?”. Guai però a prendersela con Berlusconi: “Nessun governo potrebbe porre rimedio in fretta, la città è completamente da rifare e tre mesi sono davvero pochi”. Poco o nulla nelle tende è penetrato degli scandali sulle escort e le feste a palazzo Grazioli.

Un elicottero sorvola il campo, un militare passa in bicicletta tra le tende. Controlli, continui controlli. Gli sfollati del Globo lo trovano normale: questa tendopoli è come un quartiere, dicono, le tende sono sempre aperte e potrebbe esserci sempre qualche malintenzionato. Un volontario della protezione civile spiega: “Sono loro a volere il tesserino di riconoscimento obbligatorio per entrare nel campo dopo le otto di sera. Ci pareva una misura drastica, ma la gente si lamentava perché temeva che venissero i ladri”. Tre mesi di inattività. La moglie di Giovanni, Antonia, ricuce l’orlo di una camicia come se fosse nel suo salotto di casa. Di giorno nessuno rimane nella tenda che raggiunge i quaranta gradi, molti hanno costruito un piccolo gazebo all’ingresso che spesso cede sotto il peso degli acquazzoni. “Un’estate anomala, davvero. Piove ogni giorno alla stessa ora, a volte grandina, domenica per poco una tromba d’aria. Il vero problema però sono i bagni, pochi e spesso rotti”. Basta allungare lo sguardo per vedere Coppito, dove in pochi giorni hanno fatto crescere un soffice tappetino d’erba all’inglese e per Obama un campetto di basket. E poi salotti, raffinatezza, aria condizionata. “Che c’entra, lui è il presidente degli Stati Uniti” sbotta Antonella, nella tenda con vista toilette e la polvere negli occhi: “Il G8 provoca scompiglio ma Berlusconi ha fatto bene a spostarlo all’Aquila per dare visibilità al nostro dramma. Anzi, dobbiamo cogliere questa occasione per ricostruire una città ricca e attraente per i turisti”. Mentre le parole escono dalla bocca, gli occhi di Antonella si riempiono di lacrime: “In realtà nessuno crede che per settembre saremo fuori delle tende, e penso che soltanto mio figlio di due anni vedrà l’Aquila completamente ricostruita”.

Mariana e Tiziana chiacchierano e fumano una sigaretta al tavolino di plastica fuori della tenda dove dormono e dove si sono conosciute per una forzata convivenza. Ogni tenda infatti ospita due o persino tre nuclei famigliari. Mariana è rumena, presidente dell’associazione per stranieri “Gentium”. Ha perso il lavoro di infermiera: “La mia casa di Onna è andata distrutta ma non potrò ricevere una casa provvisoria perché ero residente all’Aquila, in affitto”. Né lei né Tiziana possono immaginare la loro vita tra due, cinque, otto mesi. “Non ci dicono nulla e quando ci penso mi metterei una corda al collo. A quanto pare la mia famiglia non ha diritto ad una casa anti-sismica di quelle in costruzione perché non possediamo i requisiti”. Ovvero: i tremila nuovi alloggi andranno agli aquilani con bambini in età scolare e ai lavoratori. I pensionati, come i genitori di Tiziana, sono esclusi. Dopo tre mesi il disagio cresce. Come dice Mariana: “Nei primi giorni c’era la speranza, ora temiamo che ci stiano prendendo per i fondelli”. E’ il regno della disinformazione.

E per rimediare i comitati aquilani, dal 3e32 al Collettivo 99, pensano di affiggere in città a partire dai prossimi giorni dei manifesti che spieghino la faccenda dei tremila alloggi invenduti prima del terremoto e che ora potrebbero venire requisiti dal sindaco per dare una casa a tremila famiglie, a prezzi agevolati e non certo a dieci euro al metro quadro come vorrebbero i privati. O spiegare che il piano C.a.s.e, le tremila casette antisismiche parzialmente in costruzione, mangiano il territorio già pesantemente urbanizzato e che sarebbe meglio aumentare la cubatura degli edifici già esistenti. E dire che in attesa di una ricostruzione partecipata, lontana dal profitto dei soliti appaltatori, converrebbe mettersi nelle casette di legno che non deturpano il paesaggio e sono removibili. Informare, discutere, coinvolgere. Dopo la scritta sulla collina, nel pomeriggio i comitati hanno posto uno striscione con lo slogan “100% ricostruzione, trasparenza, partecipazione” alla tendopoli di piazza d’Armi, la più grande dell’Abruzzo, la più popolosa, e la più controllata dalle forze dell’ordine. La protesta continua con un presidio a villa comunale in occasione della visita delle first ladies nel centro storico: “Ci metteremo in mutande perché questa è la nostra situazione”. Nel pomeriggio la requisizione simbolica di una casa.


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