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VIA CAIO RUTILIO N.19
Posted By admin On 21 luglio 2009 @ 18:36 In Senza categoria | 1 Comment
Un condominio di Cinecittà, una marchesa avida, un pugno di settantenni e ottantenni che resiste allo sfratto esecutivo. Pare il canovaccio di un film neorealista la vicenda di via Caio Rutilio, nella periferia sud di Roma, dove otto famiglie di pensionati convivono da quattro anni con l’angoscia di perdere la casa e tutto sommato la vita intera, quasi cinquant’anni in affitto con quei mobili comperati nel tempo, i figli cresciuti e poi sposati altrove, il lavoro, la pensione magra e la malattia, il frigo vuoto come quello della signora Lanni, un cartone del latte, un gambo di sedano e una manciata di carote perché poco può comperare la social card.
E poi la morte. Tre morti, per l’esattezza. Il primo era il marito della signora D’Amico: il giorno prima aveva ricevuto la lettera dello sfratto, tempo ventiquattr’ore ed è arrivato l’infarto. Il secondo si chiamava Alvaro Carpineti, settantacinque anni, da mesi soffriva per le chiamate degli avvocati che per conto della marchesa Flavia Domitilla Cavalletti premono per concordare le visite di eventuali acquirenti; il 19 febbraio stava parlando coi nipoti in cucina, si è accasciato e tutto è finito. E infine il terzo funerale lo scorso maggio: Franco Piscopo, ottantadue anni, un ictus. «E’ vero, siamo anziani. Eppure i decessi sono cominciati nel 2005 e cioè quando gli eredi della marchesa Alverà hanno cominciato a pretendere i nostri appartamenti», spiega Roberto Basili, ottant’anni dignitosi e un’imponente stretta di mano, mentre osserva con severa dolcezza la moglie Agnese che prepara il caffé. Sono sposati dal 1954, una vita colma di grattacapi a causa dei quattro figli: tre divorziati, uno con trascorsi di droga, un altro è tornato a vivere con i genitori dopo la separazione. Roberto conobbe la sua futura moglie da squattrinato, doveva dipingere una casa e Agnese gli porse un bicchiere d’acqua: «Mi ha accalappiato e ci sono cascato».
L’appartamento dei Basili, al quarto piano del civico numero 16, ospita spesso il comitato operativo. Su questo tavolo ricoperto con un centrino di pizzo, Roberto scrisse a maggio una lettera a Napolitano, Alemanno e Marrazzo per conto del comitato di over-65. Un grido di aiuto, finora inascoltato: “Noi continuiamo a stare in trincea – scorrono le parole – e con noi il resto della truppa, ferito e sfibrato, ma in lotta e resistente, sassolini contro l’atomica, Enrico Toti che lancia la sua stampella!”. E nell’occhio di Mario vibra davvero la lotta. Settantaquattro anni, Mario vive con sorella, figlio e nipote al settimo piano, percepisce una pensione ma per campare fa il giardiniere in un condominio e il sabato notte il portiere. Nemmeno ventenne recitò con Anna Magnani, poi si cimentò nell’avanspettacolo e infine lunghi anni da migrante in Germania. Ora sfoggia un ciondolo vistoso con il Che al collo, racconta con orgoglio l’occupazione dell’agenzia immobiliare Monge incaricata di vendere gli appartamenti per conto della marchesa. Era lunedì 11 maggio e pare di vederli, questi pensionati e invalidi in cammino, la signora Lanni aveva portato l’ossigeno perché soffre di asma e temeva di emozionarsi, e la signora Agnese un apparecchio che lancia stimoli elettrici alla gamba che spesso si inceppa, tutti alla agenzia Monge, lo sguardo sorpreso dei dipendenti dietro le scrivanie. C’era anche Action, “l’agenzia dei diritti sociali” degli antagonisti di sinistra romani, che segue la trattativa. Non c’erano invece la signora Serafini, gravemente malata e accudita dalla figlia, e il signor Muto che con questa storia degli sfratti è caduto in depressione.
In capo a qualche ora, l’agenzia decise di rimettere l’atto di vendita. Vittoria. «Siamo pronti ad occupare tutte le agenzie di Roma», promette Mario che chiacchiera e fuma di continuo, nonostante il caldo soffocante e l’asma della signora Lanni. Nei quattro anni di lotta contro lo sfratto, il comitato over-65 ha sempre partecipato in prima persona agli incontri con le istituzioni, compresa una assemblea pubblica. Non delegano. Un giorno un gruppo di rappresentanza prese l’autobus per recarsi al catasto e verificare i possedimenti della marchesa, che nei racconti del quartiere si materializzavano persino nel palazzo della Rinascente, a pochi passi da Montecitorio. Roberto ammette: “Non capimmo un granché di quello che disse l’impiegato, ce ne tornammo con le mani vuote”. La signora Lanni ricorda bene la vecchia marchesa Giulia Maria Alverà Cavalletti e cioè la madre di Flavia Domitilla, con lei firmarono il primo contratto attorno al 1962: «Una signora buona e gentile che abitava in un palazzo vicino a piazza Navona». E lei, che vendeva patate al mercato di Centocelle, bussava a quel portone quando doveva ritardare il pagamento dell’affitto mensile «e la marchesa mi diceva che non c’erano problemi, a volte mi regalava oggetti che non usava, quadri che oggi vorrei vendere per mangiare». La signora Carpineti pensa a quando entrò per la prima volta nell’appartamento al sesto piano col marito Guido, sposato dopo anni di amicizia nata tra i palazzoni del Quadraro. Vedova da quattro mesi senza farsene una ragione, continua a convivere con la figlia, il genero senza lavoro fisso e due nipoti di undici e due anni che giocano col coniglio rinchiuso nella gabbia in cucina e dormono in un letto a castello fatto entrare chissà come nello sgabuzzino delle scope.
Fino al 2005 l’affitto era ragionevole: 385 euro per gli appartamenti con due stanze da letto, 540 per le tre stanze, e mai una morosità in quarant’anni nonostante il reddito e poi la pensione abbiano sempre navigato sui minimi. Nel 2004 la marchesa è morta e la figlia Flavia Domitilla che vive a Parigi inviò la prima lettera da incubo: alla scadenza del contratto, gli alloggi con tre camere venivano a costare 1200 euro al mese, 900 gli altri. L’alternativa: comperare l’appartamento per trecentomila euro. Impossibile. «Mio marito guadagna mille euro quando va bene», spiega Paola, la figlia della signora Carpineti. E gli altri non stanno meglio: le figlie della signora Muto sono disoccupate, la signora Lanni percepisce 5500 euro di pensione l’anno, la vedova Serafini sfiora i novemila, i coniugi Basili devono integrare il magro stipendio del figlio.
Mario sbotta: «La figlia della marchesa gioca sporco, vuole vendere gli alloggi con noi dentro e così poi dovremo vedercela con i nuovi proprietari che giustamente vorranno spazzarci via. Una guerra tra poveri, ignobile».
Nel gergo di Mario, poveri sono tutti coloro che per comperare una casa in periferia dovranno comunque sobbarcarsi un mutuo quarantennale lasciando pochi spicci per le spese quotidiane. Coppie o famiglie con figli che ormai faticano a riconoscersi nel ceto medio di un tempo alle prese con un mercato immobiliare gonfiato, dove l’affitto o la rata del mutuo ingoiano l’intero stipendio. Trecentomila euro sono certo una somma eccessiva, eppure gli appartamenti di Caio Rutilio misurano settanta, novanta metri quadrati, un lusso per una città che preferisce ormai stipare le famiglie in appartamenti minuti di quaranta metri quadrati a costi esorbitanti come se la casa fosse l’ultimo Eldorado contemporaneo. Mario, insomma, capirebbe bene se gli eventuali nuovi proprietari premessero per cacciarlo. Dopo il panico delle lettere che annunciavano in alternativa l’acquisto o il rialzo spietato degli affitti, la proprietaria sembrava disposta a scendere a compromessi, e si accontentò di cento euro di aumento e della vendita di almeno due dei quattordici appartamenti di sua proprietà in via Caio Rutilio. Aveva bisogno di liquidità. Sono passati quattro anni, gli appartamenti liberati sono sei ma la marchesa non retrocede. «Se aspettasse qualche anno, entrerebbe in possesso delle nostre case senza fatica: siamo vecchi e non moriremo tra trent’anni», osserva con mestizia Roberto, a parole pronto ad alzare le mani sul malcapitato ufficiale giudiziario. “Così mi becco gli arresti domiciliari e nessuno può togliermi la casa”, sorride.Sulla porta di ingresso, al settimo piano, Mario ancora conserva appesa la celebre ordinanza del presidente del X municipio, Sandro Medici, che nell’autunno 2007 requisì gli appartamenti dei pensionati per tre anni, disposizione poi bocciata dalla corte di Cassazione con una sentenza che non condannava tanto la requisizione - “il perseguimento di una soluzione abitativa per le famiglie prive di casa risponde ad una esigenza sociale di per sé di valore primario”, scrive la Suprema Corte - quanto il fatto che una tale azione può essere compiuta soltanto da prefetti e sindaci, e non da presidenti di municipio. Punto a capo. Intanto il blocco degli sfratti prorogato per l’ennesima volta dal governo è scaduto il 30 giugno, con l’attesa al fotofinish di una ulteriore proroga di sei mesi. Sei mesi sono nulla e lentamente gli inquilini muoiono di sfratto. “Noi ripetiamo spesso che siamo pronti ad accorrere in massa non appena ci avvertono dell’arrivo dell’ufficiale giudiziario, tuttavia questa promessa non riesce a calmare le loro preoccupazioni”, precisa Cristiana Cortesi, la consigliera municipale di Roma in Action.
«Non possiamo andarcene, qui abbiamo la nostra vita, il giornalaio, il banco della verdura, gli amici della panchina. Se ci levano questo, è come ucciderci», sintetizza Mario. E nella scatola dei medicinali, in ogni appartamento, fanno bella mostra ansiolitici e antidepressivi che il medico di famiglia prescrive per colmare l’ansia da sfratto.Come nel gioco dell’oca, la vicenda di via Caio Rutilio è passata dalle scrivanie del municipio a quelle del Comune, poi alla Regione che prospetta ai pensionati una soluzione: il trasferimento a canone popolare negli appartamenti in costruzione alla Anagnina 2, a pochi passi da Cinecittà. Sempre che la marchesa Cavalletti possa accettare di attendere due o tre anni, ovvero i tempi di consegna delle nuove case. Come convincerla? Bloccando le vendite degli altri possedimenti immobiliari che la figlia della marchesa starebbe contrattando a Roma. «Non sono multimiliardaria!», sbotta la signora Cavalletti, al telefono da Parigi, «mia madre era una marchesa e mio padre ambasciatore, ma ora sono senza marito e senza mestiere con due figli studenti e presto disoccupati. Ho bisogno di quegli appartamenti, e sono sempre stata disponibile a concedere delle buonuscite da 15mila euro per aiutare le famiglie a trovare un nuovo alloggio. Non posso fare di più, non sono mica l’agenzia per le case popolari». L’alternativa è questa. Stop. E sia chiaro: «Non mi siederò al tavolo con Sandro Medici».
Alla morte della anziana marchesa Alverà, le proprietà sono andate alle figlie Lavinia e Flavia Domitilla. Secondo quanto verificato, quest’ultima risulta intestataria di sei villini, sette magazzini, due laboratori, quattro case e diciannove terreni. Numerosi appartamenti di via Caio Rutilio sono formalmente intestati ai suoi figli poco più che ventenni. Senza contare i possedimenti all’estero. Ora tocca alla buona volontà del Prefetto, che proverà a contattare nuovamente la proprietaria. Nel frattempo la signora Fernanda Lanni, a settantuno anni vedova per la seconda volta, continuerà a pranzare dal fratello, malato e povero come lei. Ha tre figli che a malapena sopravvivono con lavori precari, il primo dipinge quadri, il secondo è fantino ma reduce da un infortunio, la terza figlia è costretta a vivere dalla suocera col figlioletto. Nessuno riesce a riempire il suo frigo vuoto, figurarsi ospitarla nel caso di uno sfratto. E così, con vergogna, ritira i pacchi di cibo dalla Caritas.
Così sono le storie di via Caio Rutilio, dove i figli stanno peggio dei padri. Chi ha potuto, ha accettato la buonuscita offerta dalla signora Cavalletti oppure ha liberato l’alloggio portando l’anziano genitore in casa di riposo, e fine dei problemi. Gli altri sperano nella fortuna di passare l’ultima vecchiaia nei luoghi della giovinezza che per Fernanda è un letto matrimoniale condiviso per venticinque anni con un marito amatissimo. “Ormai le gocce non fanno più effetto, e passo l’intera notte con gli occhi sbarrati guardando la foto del mio tesoro, gli dico sempre: stavamo così bene insieme”. «Stiamo soltanto aspettando la morte, e vorremmo che ci trovasse tra questi muri», chiude Roberto.
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