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TARANTO, GIAMAICA
Posted By admin On 20 gennaio 2010 @ 12:16 In Senza categoria | No Comments
“Vuoi imparare una cosa buona? Non comportarti mai come Babilonia che produce, consuma, bombarda, che controlla uccide e con le bugie inganna” provate a togliere “Babilonia” e mettete “Taranto”: mancheranno i bombardamenti ma la sostanza non cambia. Taranto produce con l’Ilva, consuma i muri con le sue polveri sottili, uccide con l’inquinamento e con le sue molte bugie inganna coloro che hanno accolto l’acciaieria come la salvezza. Ma “controlla” no, Taranto non controlla. Altrimenti non potrebbero uscire canzoni come questa (fume scure da Terra di conquista) né come le altre scritte e incise da Fido Guido nei suoi tre album. Laddove non arriva la politica o l’informazione c’è, sempre e per fortuna, la musica. In questo caso il reggae.
Il reggae di Paolo VI. Capita spesso di sentire un sound o un ritornello in dialetto passando fra le case popolari o le case bianche (di amianto) di questa periferia della città più inquinata d’Europa. Vengono dallo studio di registrazione che la crew ha tirato su dal nulla <per non farci risucchiare dalla strada e da tutto quello che comporta>. Carlo Giuliani sulla parete, graffiti, 5 o 6 scalini ed ecco il loro piccolo mondo fatto di rimshot e di scale di basso: un paio di divani, computer, mixer, strumenti, microfoni e poster ovunque. Ci sono due ragazzini che stanno provando una loro canzone, hanno 14 e 16 anni, sono cresciuti a polveri sottili e concerti di Fido Guido che li sta ascoltando e non sta nella pelle: “Sto pezzo è proprio bello, sono troppo contento”. Guido racconta che questi ragazzi vengono a vederlo da quando avevano 10 anni e che piano piano hanno imparato da lui e con lui come si possa fare musica di protesta a Taranto “e se uscisse qualcun altro sarebbe una cosa proprio bella. Il mio obiettivo è migliorare la coscienza delle persone, provare ad emanciparle a guardare oltre il proprio culo. Più siamo a farlo e meglio sarà, senza alcuna competizione. Faccio musica proprio per uscireda questi meccanismi….”.
Zuingo comunication è l’etichetta discografica, il reggae a Taranto sta spopolando “e non è dovuto solo al fatto che la gente si sta svegliando. – spiega Guido – Qualche anno fa c’era il mutismo, adesso non c’è più rassegnazione. Ci sono un sacco di quartieri popolari che conoscono bene la realtà che cantiamo. Sono persone che vorrebbero vivere bene a Taranto e io credo che la musica, le parole che cantiamo possano essere importanti per muovere qualcosa”. Infatti i concerti in città sono seguiti sia dai nonni che dai nipotini, e quando la troupe di Marpiccolo è arrivata a Taranto non ha potuto fare a meno di ascoltare le canzoni che uscivano dalle macchine e dalle case di Paolo VI. E’ così che Fido Guido ha fatto le musiche per il film che racconta questa realtà. Fuori dallo studio c’è un quartiere con le sue linee di confine. Basta fare pochi metri e entriamo nel territorio minato delle cosche, quello dove lo spaccio e il consumo di eroina è diffuso e tollerato, dove gli stabili dimenticati nelle promesse di chi voleva un quartiere operaio a misura d’uomo sono gli habitat naturali per fare affari o cercare un rifugio sicuro per abbandonarsi alle allucinazioni. “Là noi non possiamo entrare, ma non ci ho nemmeno mai visto un carabiniere” racconta Fabio, alias BimBoomBam, uno dei primi dj reggae tarantini. Fabio ha sette fratelli, convive con la sua compagna ma non salta un pranzo a casa dei genitori. Dalla finestra di camera sua si vede il camino dell’Ilva, lui sta facendo di tutto per non finirci a lavorare. E’ stato fuori, in cerca di lavoro, si è affidato alle agenzie interinali una volta tornato a casa, “ma non offrono niente di diverso a uno sfruttamento. No, grazie”. Adesso ha aperto una piccola officina meccanica sotto casa e grazie a quella va avanti. Fa una vita diversa rispetto ad Antonello che ha 36 anni, gli ultimi 9 dei quali passati nell’area a caldo dell’acciaieria. Adesso è appena rientrato al lavoro, da settembre è in cassa integrazione e lavora quattro settimane, poi ne passa due a casa: “E’ la prima volta che succede da quando ci lavoro e non è facile rientrare dopo 15 giorni lontano. L’Ilva dice che c’è la crisi dell’acciaio, ha mandato a casa 600 persone e ha messo noi in cassa integrazione”. La promessa di lavoro di cui si è sempre alimentata l’acciaieria sta quindi venendo meno: “Stanno facendo di tutto per togliersi di torno i giovani che magari usano droghe o gli anziani che stanno aspettando la pensione. Poi ci sono tanti colleghi che stanno chiedendo la mobilità perché pensano di tornare ai loro paesi- racconta Antonello – L’azienda favorisce questi esodi perché il lavoro è sempre meno e stanno comprando acciaio dalla Cina. Io stesso sto cercando un altro lavoro”. L’età d’oro dell’acciaio sembra quindi sul viale del tramonto, ma questi ragazzi non si lasciano scoraggiare: “Non si può stare dentro l’Ilva. Appena esci hai il mal di testa, il mal di stomaco, non ci senti più, sei sempre stanco. Poi vedi l’amico, il collega o il parente che si ammalano. L’altro giorno mi ha detto di essersi ammalato un mio amico di 38 anni, non è possibile”. Via dall’Ilva, ma non da Taranto: “No, non me ne andrei perché mi mancherebbe troppo. Paolo VI è Paolo VI, io da poco non abito più qui, sto alla città vecchia. Ma ogni volta che mi faccio un giro in macchina finisco qua. E poi perché dovremmo lasciare la nostra città quando possiamo migliorarla?”. Sono le cinque e mezza di mattina, è tempo di svegliarsi per andare all’unico bar aperto di Taranto vecchia, dove tutti gli operai dell’Ilva del primo turno fanno colazione. Antonello va al lavoro, l’Ilva butta fuori i suoi fumi che vanno ad inquinare i colori dell’alba sul Marpiccolo.
Tamburi è il quartiere rosso. Le case sono sotto al condotto che porta il coke dentro l’acciaieria e dietro il muro che le separa dal colosso si vedono le montagnette colorate delle polveri della produzione. Il cimitero di Tamburi è diventato rosa. Danilo ha 22 anni e lavora là come manovale. Danilo è un esempio dell’influenza della musica. Prima “non mi fregava un cazzo di niente”, era un paraculo, ossia qui ragazzi che anche a Paolo VI riescono a pensare solo a abiti firmati e discoteca. Poi ha scoperto l’hip-hop, “mi sono appassionato” e la sua vita è cambiata. Anche lui vive in casa con il padre operaio dell’Ilva, la madre e un fratello. Conosce da vicino l’oblio a cui molta gente del quartiere è costretta. Soli contro i veleni dell’acciaieria, soli dentro case d’amianto “che quando si rompono dobbiamo aggiustare da soli, perché nessuno viene. Ma quando si rompe l’amianto è ancora più pericoloso”. Mille problemi, mille solitudini. Ma nessuno scoramento, zero voglia di mollare tutto. Ne sa qualcosa Simona, che da Taranto se ne era andata e adesso è tornata per lasciarci almeno un po’ della sua vita. Finite le superiori, la ragioniera Simona decide di abbandonare la sua Taranto per Rimini, dove lavora per 3 anni. Poi, ancora Taranto per altri 24 mesi. Ma le sta stretta e quindi decide il grande salto: Milano, dove è assunta da Fineco e “dopo 10 anni così, mi sono fermata a guardare la mia vita: 11 ore di lavoro al giorno, più la babysitter per arrotondare, mai un minuto per fare quello che piace a me”. E a Simona piace il reggae, andare ai concerti e seguire il sound del suo ragazzo. Quindi “ho chiesto un’aspettativa e sono andata in Giamaica”. Una mossa coraggiosa che ha pagato: “Ho visto che c’erano tour organizzati per tutto, ma non per la musica reggae che là è nata”. E’ un attimo e l’intuizione diventa concreta: Simona torna in Italia per due anni, frequenta i musicisti giamaicani e nel 2006 fonda Reh Geh Rd, la prima agenzia che si occupa di questi tour. “All’inizio è stato difficile, la Giamaica è un paese problematico per una ragazza sola e tutti mi dicevano che avevo fatto una cazzata. Ma mi ci sono buttata e soprattutto ho mantenuto un filo diretto con Taranto. Le mie radici sono qua e se non avessi vissuto nei ghetti di Taranto non sarei riuscita a vivere nei ghetti di Kingston. La differenza è il colore della pelle, ma quello che vivono i giamaicani adesso l’ho vissuto io da piccola. Dipende come lo si vive il ghetto, c’è chi riesce a venirne fuori. Cogliere i suoi diversi aspetti arricchisce molto. Adesso io so relazionarmi con tutti e lo devo a Taranto”.
Anche Mariella sta crescendo a Taranto. Ha tre anni e quattro mesi, è la figlia di Fido Guido: “A volte viene con me in studio e fa delle cose allucinanti anche senza volerlo. I bambini sono molto ricettivi, lei ripete le mie canzoni. L’ho sempre detto e lo ripeto: le parole delle canzoni sono importanti quanto le note”. Di più: sono degli insegnamenti.
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