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SOTTO LE CENERI DEL NORD-EST
Posted By admin On 19 novembre 2009 @ 21:59 In Senza categoria | 2 Comments
Luigi Pontillo non vorrebbe parlare. Teme di venire nuovamente frainteso, di passare per l’operaio razzista e anti-sindacale. Peggio, per un venduto ai padroni. Nel parcheggio della fabbrica fuma velocemente una sigaretta. È mezzogiorno, ha finito il turno cominciato alle quattro. Posto fisso da saldatore, Luigi è il delegato Cisl alla Global Garden Project di Castelfranco Veneto (Tv), prima produttrice europea di macchine da giardinaggio: «Oltre il 70% degli operai è dalla mia parte, compresi gli stranieri. Hanno capito che per assicurare lavoro bisognava fare una deroga al contratto nazionale». La Fiom, invece, «pensava soltanto a quella settantina di terministi che avrebbero dovuto firmare l’assunzione. Noi invece pensavamo a salvare anche gli altri precari».
Per capire occorre fare un passo indietro. Lo scorso aprile la Global Garden Project finì sui quotidiani nazionali per un referendum spacciato per razzista. Una settantina di terministi ,chiamati anno dopo anno per fare fronte ai picchi stagionali di produzione, avevano toccato i 36 mesi di lavoro e per legge l’azienda avrebbe dovuto assumerli. La proprietà si oppose: è l’anno della crisi, la produzione è calata del 50%, siamo una fabbrica ad andamento stagionale e degli operai fissi non sappiamo cosa farcene, dissero. La Fiom fece il diavolo a quattro. Ma perse. Non con la Ggp, perse con gli operai. Che votarono in massa per un accordo: i precari, molti dei quali donne e stranieri, perdevano il diritto all’assunzione ma in compenso 35 sarebbero stati comunque assunti e, in autunno, gli altri sarebbero stati chiamati a lavorare per la stagione invernale. Pontillo spiega: «Il razzismo non c’entrava nulla, visto che un quarto degli assunti è straniero e qualcuno è persino diventato capoturno. La realtà è che se non avessimo accettato questo accordo, la Ggp avrebbe lasciato a casa quei 300-350 lavoratori stagionali che stavano maturando i 36 mesi di precariato». Tutto chiaro: l’azienda elimina l’obbligo dell’assunzione, gli operai terministi guadagnano lavoro. Anche se precario. Purché sia lavoro.
Paolo Cavasin è il direttore dello stabilimento. Ci apre i cancelli, ci accompagna per una lunga visita in fabbrica, saluta amichevolmente gli operai. Mangia con loro in mensa. Di Cavasin i lavoratori parlano bene: «Fa di tutto per mantenere la produzione in Italia». Perché l’incubo è la delocalizzazione, magari in Cina o in Slovacchia, dove l’azienda possiede due stabilimenti. La proprietà è una società di fondi inglese (3i) che recentemente ha mostrato ottimismo: la crisi è superata, ora passeremo alla “razionalizzazione dei processi”. Espressione che getta nello sconforto i lavoratori: razionalizzazione, spesso, significa “licenziamenti”.
La Ggp è abituata ai giornalisti fin dalla metà degli anni ‘90, quando aprì la prima moschea in fabbrica, tuttora funzionante: una stanza accanto agli spogliatoi dove per cinque minuti, due o tre volte al giorno,) una decina di lavoratori musulmani si raccoglie in preghiera guidati dall’imam-operaio. Nei periodi di ramadam l’orario della mensa viene spostato per i fedeli che non possono mangiare né bere fino al tramonto.
«La legge prevede la stagionalità soltanto per le aziende agricole e turistiche. Ma anche noi siamo stagionali: a settembre produciamo 4500 tagliaerba al mese, a gennaio ne facciamo cinquemila al giorno», dice Cavasin. Tutto molto comprensibile. Oppure no, non è comprensibile per chi è abituato alla contrapposizione durissima tra operai e padroni. Il Veneto è diverso. In Veneto i lavoratori si sentono parte dell’azienda: con l’arrivo della recessione le regole saltano, il contratto nazionale diventa una zavorra, bisogna diventare flessibili. «Ogni azienda ha la sua storia, ogni fabbrica è immersa in un territorio con le sue specificità. Non possiamo applicare le stesse regole per uno stabilimento a Treviso o uno a Napoli», conclude Pontillo, originario di Torre del Greco. Per dire, i terministi della Global Garden sono abituati da anni a lavorare sette mesi su dodici: per le donne va bene, così riescono a conciliare fabbrica e famiglia. E va bene anche per quegli stranieri che preferiscono passare qualche mese nel Paese di origine. Eppure siamo alle porte di novembre, le commesse sono poche e l’azienda non ha ancora richiamato i precari.
Da lontano, molto lontano, queste terre puzzano di razzismo. A smentire parzialmente il pregiudizio interviene Aziz Bouigader, delegato Fiom alla Ggp. Diciannove anni fa occupava una ex fabbrica abbandonata perché non sapeva dove vivere, oggi possiede un Mercedes e paga il mutuo per una casa a Caerano San Marco (Tv), con moglie e tre figli: «Il razzismo è della politica, non della gente. Non mi sono mai sentito discriminato. Il razzismo vero lo vedi in Francia». Siamo in un bar di periferia lungo la statale Treviso-Vicenza, sessanta chilometri di asfalto percorso giornalmente da migliaia di camion che viaggiano a passo d’uomo. Nel bar operai e pensionati si raccolgono per il bianchetto serale o per lo spritz. Salutano con affetto Aziz, cliente abituale. Il Veneto teme la povertà, e dunque teme gli immigrati con problemi di lavoro e alloggio. Il delegato marocchino indossa una giacca di buona fattura e scarpe nuove. Soprattutto lavora, e sodo: così è diventato un veneto anche lui.
Parabola fortunata, quella di Aziz: quando il sindaco di Castelfranco decise di sgomberare la ex Scardassi, i Comuni della zona ricollocarono gli immigrati senza casa in comodi appartamenti. Stupefacente, in un territorio dove la Lega può arrivare al 50% di consensi. E invece no. «Esiste uno scarto enorme tra le boutade xenofobe della Lega e la realtà», ammette l’ex responsabile immigrazione della Cgil di Treviso, Giancarlo Cavallin. Le più pragmatiche, come al solito, sono state le aziende affamate di manodopera prima della crisi: l’Unindustria trevigiana firmò degli accordi per costruire alloggi destinati agli operai stranieri con il beneplacito dei Comuni spesso governati dal Carroccio. Per i migranti è come vivere in un bicchiere colmo di acqua e olio. L’olio sono, per esempio, le ordinanze del sindaco di Cittadella che ostacolano la residenza degli stranieri, l’acqua è la vita quotidiana che prosegue separata dal discorso politico. E’ la vita di persone come Aziz, che si sente parte del bicchiere: “Non chiedermi cosa penso dei clandestini. Non sono tutti criminali, naturalmente. Ma è ragionevole che l’Italia non possa accogliere tutti”.
Contraddizioni soltanto apparenti. Ma è in queste contraddizioni che la Cgil e la Fiom, faticano a tenere il passo. L’accordo separato ha reso tumultuose le relazioni in fabbrica dove almeno la metà dei lavoratori sta dalla parte della Cisl e della Uil. Ovvero dalla parte di Pontillo. E cioè dalla parte della flessibilità per scongiurare la minaccia di chiusura. Nella provincia di Treviso, che conta 93mila imprese e dove la disoccupazione è passata dal 3% al 6%, il prossimo inverno quarantamila persone potrebbero perdere il lavoro. Ovvero il 10% degli occupati, secondo le previsioni più ottimistiche. Quarantamila famiglie in bilico, eppure nessuno sale sui tetti o blocca le stazioni. Gli operai non alzano la voce. Forse perché i veneti sono abituati da sempre a lavorar e tàsare, lavorare e stare zitti. Oppure perché in una terra cresciuta nella ricchezza la crisi è uno shock talmente forte che la gente prova vergogna a fare la fila alla Caritas. Una famiglia su cinque non riesce a pagare le bollette, quando negli anni scorsi pensava soltanto a comperare una casa per i figli, o la macchina nuova. E’ vergogna? Per Paolino Barbiero, segretario provinciale Cgil, si tratta di altro: «Le famiglie perdono il reddito ma vivono di quello che hanno accumulato negli anni. L’80% ha una casa di proprietà, e poi esiste una rete famigliare che sostiene ancora . Ma le risorse si stanno esaurendo».
Lo smentisce parzialmente Derio Guidolin, operaio cassintegrato: «In fabbrica basta dare un’occhiata: chi tiene la testa china e non parla sono coloro che hanno bisogno e non hanno il coraggio di dirlo». Guidolin, prossimo alla pensione, è un sindacalista cresciuto nella lotta al padrone. Passa la giornata nella sua casa spaziosa, col giardino all’inglese, il portico con le sedie di vimini, il caminetto e i mobili dipinti di bianco come nelle riviste di arredamento chic. «Noi veneti sacrifichiamo tutto per la casa, mi chiedo se facciamo bene visto che all’improvviso ti ritrovi vecchio e non hai goduto nulla». Derio è delegato Fiom alla Fervet, committente unica di Trenitalia: fa carrozze. Anzi, le faceva. Lo stabilimento è fermo, le trattative per la cessione dell’azienda sono ferme, oltre duecento operai rischiano il posto. Derio voleva la lotta dura: «Il sindacato mi ha abbandonato: volevo simbolicamente occupare la stazione ferroviaria, gli operai mi davano ragione ma il sindacato ha frenato». La Fiom preferisce lo sciopero, perché quando arrivi a salire sul tetto significa che il sindacato ha fallito. E invece Guidolin, che in fabbrica lavora fianco a fianco con gli ormai celebri operai leghisti, dà una visione che rovescia le priorità dei metalmeccanici: «Con una crisi del genere gli operai accettano tutto, anche l’accordo separato. Perché l’alternativa è perdere il lavoro. E allora diventa difficile, difficilissimo, convincere i lavoratori della Fiom a scendere per protestare a Roma, per loro è una giornata di lavoro persa, sono soldi in meno. All’operaio leghista spesso non interessa la lotta nazionale, vuole che la sua fabbrica riparta e freme perché vorrebbe una protesta eclatante, personalizzata, mediatica. Non gli interessano le rivendicazioni politiche, il pacifismo, l’omofobia». Chiarissimo. Derio ricorda che un tempo, finito il turno, i delegati sindacali della fabbrica si fermavano a chiacchierare per scambiarsi informazioni. «Arrivavamo in fabbrica insieme, cinque per macchina. Ora ognuno guida la propria, alle cinque scappano a casa, siamo diventati degli individualisti». E allora la Fervet diventa il centro del mondo, la cosa più importante è conservare il posto di lavoro a qualunque costo. Come gli operai della “Fonderie del Montello” che in duecento hanno lavorato nonostante fossero in cassintegrazione a zero ore per tenere accesi i forni e la speranza che qualcuno volesse acquistare l’azienda. A ottobre hanno ripreso l’attività in 150. Andranno all’asta a fine novembre.
Secondo i sindacati questo territorio sta vivendo la fase più acuta della crisi. Sono 1077 le zone industriali in provincia di Treviso, un mare di capannoni e aziendine che hanno cementificato questa zona abitata da 900mila persone. Il terremoto economico lascerà il posto a un nuovo modello produttivo? Forse. L’ondata di fallimenti, che ha investito marchi famosi come la Diadora, ha convinto gli imprenditori a diffondere ulteriormente il modello Toyota, ovvero lo snellimento della produzione : poco magazzino, forniture ad hoc, flessibilità della produzione, tutti pronti a cambiare ritmo a seconda delle esigenze del mercato e delle commesse. A ridurre l’impatto devastante dello tsunami sarà anche la demografia, visto che nei prossimi anni pochi si affacceranno al mondo del lavoro perché pochi furono i nati negli anni ’90. E poi oggi le tensioni sono smorzate perché la provincia è policentrica, le oltre cinquemila persone licenziate sono sparse nel territorio e faticano a sentirsi parte della stessa narrazione. Sono operai, certo, ma anche artigiani monocommittenti, piccole ditte dell’indotto che, chiusa la grande azienda, si trovano stritolate o costrette ad accettare il concordato ovvero la liquidazione di una minuscola parte del credito che vantavano presso chi dava loro lavoro. Perdono il posto le donne, si ricorre ai prepensionamenti di massa, in famiglia un reddito non manca mai, o quasi. Ognuno costruisce un muro di difesa personale, atomizzato.
Non erano classe prima, perché dovrebbero diventarlo ora? Se gli italiani disoccupati o in cassintegrazione possono ancora contare sulle risorse famigliari, non è così per i centomila stranieri. Un terzo dei licenziati, nel 2008, era migrante. I comunitari, rumeni in primis, hanno elaborato una strategia: ricevono il sussidio e con poche ore di macchina tornano a casa e aspettano che la crisi passi. Gli extracomunitari, invece, sono maggiormente vulnerabili: diecimila potrebbero perdere presto il lavoro e diventare clandestini espellibili, nonostante i loro figli siano nati in Italia e magari abbiano acceso un mutuo.
E così molti partono. Tornano a casa. O emigrano in un altro paese europeo: la Francia, il Belgio. Marie Lobe, ivoriana presidente di Auser-Cittadini del mondo , ci spiega con delicatezza: «Sappiamo che sono tornati in patria per sempre soltanto a cose avvenute. Si vergognano, perché tornare è un fallimento”. Aumentano i casi di migranti che letteralmente spariscono, lasciando un biglietto sulla porta della casa che stavano comperando col mutuo. Il biglietto è rivolto alla banca: riprendetevi tutto.
Sonia, invece, è rimasta in Italia contro i suoi desideri.
A Belgrado faceva la commercialista e guadagnava bene, il marito voleva vivere in Italia. E lei, alla fine, ha ceduto. Ora lavora nella sede di Cittadinanza Attiva, il coordinamento delle quaranta associazioni di migranti di Treviso. Impossibile non chiederle di Giancarlo Gentilini, l’ex sindaco sceriffo appena condannato per incitamento al razzismo. «Vuoi sapere la verità? – dice Sonia – non badiamo più alle chiacchiere di Gentilini. A noi interessano i fatti. E i fatti dicono che collaboriamo bene con la Provincia a conduzione leghista, con il Prefetto e con il Questore». Persino con Luca Zaia, che accolse la richiesta di Cittadinanza Attiva e fece aumentare l’organico delle forze di polizia in servizio all’Ufficio immigrazione per snellire il rilascio del permesso di soggiorno. Ecco perché, con Zaia probabile prossimo governatore della regione, la condizione dei migranti non peggiorerebbe.
Nonostante la Lega, per anni Treviso è rimasta in vetta alla classifica del Cnel per indice di integrazione degli immigrati. Oggi rimane la prima provincia del Nordest per numero assoluto di stranieri, quarta a livello nazionale dopo Milano, Torino e Brescia. Said Chaibi, 20 anni, è nato in Italia da genitori marocchini e l’accento è implacabilmente trevigiano: «L’integrazione vera esisterà soltanto quando i figli degli stranieri cominceranno a diventare medici, insegnanti, avvocati». Non sarà difficile, visto che nella mentalità veneta studiare può diventare una perdita di tempo mentre il sogno degli stranieri è mandare i figli all’università. E Said studia, eccome se studia. Molti suoi coetanei autoctoni pensano più a divertirsi, invece. Il sindacalista Barbiero ha coniato un termine divertente –metalmovida – per definire i giovani operai che, a differenza dei genitori, non vogliono risparmiare e spendono un sacco di denaro in discoteche, bar dello spritz, jeans firmati.
L’insicurezza, ora, riguarda il lavoro. Sarà per questo motivo che le ronde sono sparite. Nel trevigiano, dove sono nate per opera della Lega, soltanto i volontari per la sicurezza di Oderzo hanno chiesto l’iscrizione all’albo della Prefettura. A Vicenza, invece, l’albo è ancora intonso. A Verona le ronde sono composte da italiani e stranieri che vigilano nei parchi, di pomeriggio. Il sindaco leghista di Vittorio Veneto, Gian Antonio Da Re, dice che la sua città è sicura e dunque non ha bisogno di ronde notturne. La realtà, sussurra la polizia da sempre contraria all’istituzione dei gruppi di cittadini con compiti di sorveglianza, è che il decreto Maroni pone vincoli stringenti – massimo tre persone per volte, niente tessere o simboli di partito - rendendo impossibile la creazione di ronde paramilitari come piacciono alla Lega.
Nonostante il flop evidente, i volontari per la sicurezza sono diventati parte della battaglia all’ultimo sangue tra Pdl veneto e Lega per la guida della regione. Operazione di immagine di grande successo, le ronde sono servite a due scopi: rassicurare fintamente la popolazione – i rondisti spesso andavano a fare la spesa ai vecchietti o segnalavano bici abbandonate – e consentire ai sindaci leghisti di diventare parlamentari.
Mohammed Ahmed chiude la porta e parla sottovoce. Ha appena registrato il tg in lingua araba, il primo e unico in Italia, negli studi padovani dell’emittente privata La9. Gianpaolo Gobbo, l’attuale sindaco leghista trevigiano, si è complimentato con lui. «Con i leghisti ho ottimi rapporti. Ma quello che manca a questo territorio è la cultura, sono i valori. Vale soltanto comperare una macchina grande e poi magari andare con le prostitute». Ahmed è arrivato in Italia nel 1963, quando il Nord preferiva gli stranieri ai meridionali. Negli anni ’70 aprì un ristorante a Ceggia (Venezia), una mattina trovò una scritta sulle vetrate: “Fuori i terroni”. Lui aggiunse di suo pugno: “Non sono terrone, sono egiziano”. Immediatamente il paese intero andò a scusarsi.
Sull’islam, Ahmed la pensa come la parlamentare del centrodestra Souad Sbai e un poco come Roberto Maroni: moschee trasparenti con imam certificati, via il velo dal capo delle ragazze, scolarizzazione per tutti, integrazione senza fondamentalismi. Non è un caso che la prima notizia del suo telegiornale sia il matrimonio tra l’imam di Torino e una ragazza cattolica che non si convertirà. Mohammed ha fatto di tutto per sentirsi integrato, incluso sposare ben due donne italiane in successione e vietare l’arabo in casa. Dice: «Le moschee non servono, la fede è una questione privata e siccome so che potrebbe dare fastidio preferisco pregare per conto mio». La completa assimilazione, però, non è servita: «L’11 settembre 2001 ero il ricco proprietario di una catena di locali, guadagnavo miliardi. Improvvisamente agli occhi dei clienti diventai un arabo, poco a poco smisero di prenotare e mi trovai sul lastrico». E la sinistra? E il Partito democratico del sindaco padovano Flavio Zanonato, che raccoglie firme contro un campo rom imitando la Lega alla perfezione? «La sinistra parla bene degli immigrati ma non ha mai fatto nulla di buono per loro, a cominciare dalla Turco-Napolitano. Per i politici della sinistra gli immigrati sono soltanto povera gente bisognosa di aiuto. Se uno straniero osa, come me, a fare soldi, a comperare un Mercedes, a vivere nel lusso, ebbene immediatamente scompari dal loro orizzonte».
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