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ROSARNO, LA CRISI DEI MIGRANTI

Posted By admin On 16 maggio 2009 @ 12:01 In Senza categoria | No Comments

Un capannone mai diventato fabbrica, il sole entra dai lucernai e illumina di luce giallognola le baracche di cartone. Fuori una scritta nera: Life is war. «Life is difficult» ripete John nella sua casupola buia e puzzolente di coperte usate troppo a lungo mentre Mohammed, ubriaco di primo mattino, usa un rasoio per lisciare le mascelle glabre e provoca con urla sarcastiche gli agenti fermi in macchina sul cavalcavia.

Questa ex cartiera finanziata da soldi pubblici e mai entrata in funzione è la tana dei braccianti africani, centocinquanta, che non sono riusciti a partire dopo la stagione delle arance. Fino all’anno scorso, racimolati i soldi, raggiungevano le campagne di Castelvolturno e Foggia per la raccolta dei pomodori. Molti se ne sono andati, dalla piana di Gioia Tauro. E per la prima volta molti invece sono obbligati a restare: la crisi delle arance ormai vendute soltanto a sei centesimi il chilo ha ristretto i giorni di lavoro, e poi il clima inclemente, le gelate, hanno fatto il resto. Il risultato: pochissimo denaro nelle tasche dei raccoglitori, nemmeno per mangiare, figurarsi per spostarsi verso nord. Il Nord che diventa sinonimo di arresto. Come se qui ormai vigesse un patto tacito: vivete come bestie, ma non sarete espulsi.

Rosarno

Sono rimasti in quattrocento degli oltre duemila presenti fino a marzo, divisi tra la cartiera fasulla e sottoposta a curatela giudiziaria da vent’anni di San Ferdinando, un centinaio nella fabbrica abbandonata e senza tetto di Rosarno, soprannominata senza ironie la Rognetta, mentre decine dormono e oziano nei casolari confiscati alla ’ndrangheta nella cosiddetta Collina immersa nel verde, a Rizziconi. Un vivere malsano e bestiale, senza acqua corrente. “Quando ero in Africa non avrei mai immaginato che questa fosse l’Europa”, commenta Edward, insegnante in Ghana dagli occhi malinconici. Pensavano che l’attesa fosse finita, dopo lo sbarco a Lampedusa e qualche settimana nei centri di identificazione ed espulsione. Mamadou ha passato due mesi al centro di prima accoglienza di Isola Capo Rizzuto, vicino Crotone. Poi il solito foglio di via, il passaparola lo porta a Rosarno e nulla: giornate interminabili alla Rognetta, un ghetto tollerato e utile per l’economia locale come riserva di lavoro. Se sei fortunato arrivano i padroni col camioncino, con un cenno chiamano al finestrino, c’è lavoro per domani e per domani soltanto. All’alba i marciapiedi di Rosarno si riempiono di speranza, i braccianti disoccupati attendono una giornata di fatica. Spesso va male, allora tornano nei capannoni, fanno la spesa. Nella ex cartiera Assan ha inventato un magro business di cartone: un emporio costruito con gli scatoloni, finestrella inclusa con un lembo per appoggiare i soldi, acquista prodotti al supermercato e li rivende ai compagni che tornano dai campi: succo di frutta, riso, pomodori pelati. Davanti al bancone ha voluto arredare con divani sfasciati, un punto di ritrovo semibuio. Dalla cartiera di San Ferdinando è partito un giorno di aprile Erik, ghanese, per recarsi a Palmi. Voleva notizie del rinnovo del suo permesso di soggiorno, pareva che la questura avesse perso il suo fascicolo e lui, disperato, era entrato in farmacia per comperare dei barbiturici: «Voglio morire». Hanno dovuto chiamare la Croce rossa. Erik ha scritto una lettera di scuse: «Non volevo procurarvi questo disturbo».

Rosarno

Le amministrazioni locali hanno chiesto aiuto alla Regione per fronteggiare «l’emergenza nell’emergenza», ne sono arrivati 50mila erogati a singhiozzo. Negli scorsi anni i braccianti subshariani, quasi tutti irregolari, si arrangiavano come potevano. A gennaio il Viminale aveva promesso un aiuto concreto: box doccia, cucine da campo, teloni. Niente di tutto questo, tranne dei bagni chimici nelle due fabbriche e moduli abitativi in lamiera per la Rognetta, due cisterne e un lampione nei casolari della Collina. E dei 200mila euro stanziati da Maroni nemmeno l’ombra. A fine marzo il contratto per le toilette di plastica era scaduto, i migranti avevano cominciato ad andare nel campo confinante finché il proprietario ha mostrato un coltello: «State lontani o vi ammazzo». Era successo anche a dicembre, un uomo di Rosarno aveva avvicinato i volontari dell’Osservatorio: «Dite ai vostri amici di non pisciare sotto casa mia». Pochi giorni più tardi due ospiti della cartiera di San Ferdinando furono gambizzati, e portati lontano da qui, al sicuro. L’episodio fece scalpore. Nulla apparve sulla stampa locale, invece, dell’aggressione a colpi di pistola a due braccianti africani di Rizziconi. Successe nel dicembre 2007, Francesco è il volontario della Caritas che li convinse a portarli all’ospedale di Gioia Tauro: «Avevano paura di venire espulsi, delle gambe ferite non gli importava». Le inchieste non puntano sulla ’ndrangheta. Forse gli autori degli spari e dei pestaggi sono giovinastri in cerca di emozioni. O, tenendo insieme le due cose, sgherri in contatto con la mafia che vogliono tenere i braccianti in soggezione.

Francesco li guarda mentre sul far della sera gli ormai ex braccianti giocano a calcetto in una radura che sembra l’Africa. Parla loro come se fossero bambini ignoranti: «Parlare con giornalista meglio, così scrive vostra situazione e politica magari fare qualche cosa per voi». Eppure è uno dei pochi ad occuparsi di loro, porta le medicine, ha accompagnato alla riabilitazione Abdul, ragazzo ghanese pestato a sangue da un gruppo di giovani ad ottobre, braccio e gamba fratturati. Abdul non può ancora giocare a calcio, ascolta la musica africana dal telefonino. Nella stagione invernale Medici senza frontiere [1] assicura un aiuto medico, poi tocca alla Asl raggiungere i migranti per le vaccinazioni con un ambulatorio Stp, ovvero per stranieri senza permesso temporaneo di soggiorno. Le tv locali spiegano alla popolazione che vaccinare gli stranieri risulta necessario per proteggere gli italiani da eventuali malattie. Niente di più falso: sono i migranti ad ammalarsi per le condizioni di vita che devono sostenere. «Non possiamo permettere che uno stanziamento da stagionale diventi permanente», spiega serio il commissario prefettizio di Rosarno, Domenico Bagnato. Che punta il dito sugli imprenditori agricoli che si avvalgono di manodopera illegale per 25 euro al giorno: «Piangono la crisi da vent’anni e per questo dicono che non possono assumere nessuno». La realtà è che il lavoro regolare nella piana di Gioia Tauro è un sogno persino per gli italiani. I sindacalisti tendono a dare una parte di ragione alle aziende agricole: la crisi delle arance della piana, vendute per la trasformazione industriale perché di qualità non ottima, ormai ricavano soltanto cinque o sei centesimi al chilo e i parametri Pac, decisivi per ottenere un contributo dell’Unione europea, ora privilegiano gli ettari coltivati e non, come un tempo, la quantità di prodotto. «Quattro giorni di lavoro in quattro mesi» calcola Ahmed, ex ingegnere di origine marocchina nella casetta di lamiera della Rognetta. I letti sono tre, rifatti e ordinati: è rimasto solo, il fratello e un amico hanno viaggiato verso Venezia e lui, quei cento euro guadagnati in dodici settimane, li ha già spesi.

Rosarno

«I braccianti rimasti dovrebbero auto-organizzarsi», commenta Giuseppe Pugliese dell’Osservatorio migranti. E invece sono pochi coloro che sanno parlare l’italiano come Ahmed, sono in Italia da pochi mesi e ognuno cerca di trovare una personale via di fuga dall’immondizia. Mamadou preferisce la via mistica: sdraiato sul cofano di una macchina scassata, ascolta la messa in inglese dal telefonino; «Prego Dio perché mi trovi un lavoro».


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[1] Medici senza frontiere: http://www.youtube.com/watch?v=Jcl_fC3-P3Q

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