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ORE 3.32
Posted By admin On 13 giugno 2009 @ 15:13 In Senza categoria | No Comments
Esserci, guardare, scattare, mostrare, conservare. I fotografi italiani si sono dati questa dolorosa, ma necessaria missione: raccontare con le immagini la tragedia del terremoto in Abruzzo. Noi abbiamo raccolto le storie più interessanti, quelle in cui era possibile riconoscersi. Dare voce a tutti i protagonisti di questa tragedia è stata la nostra missione: i parenti delle vittime, gli sfollati, gli operatori, i volontari. Raccontare la fatica e l’energia di chi sta inventando una nuova vita.
Abbiamo assistito alle cronache dei giorni successivi alla notte del 6 aprile. Davanti ai nostri occhi sono passate le immagini di case distrutte, strade squarciate, famiglie smembrate, macerie di vite e di mattoni. Poi, come sempre accade, ci si distrae. Travolti dall’oggi, abbiamo perso il filo, dimenticato che la pioggia battente allaga le tendopoli, che L’Aquila è una città irriconoscibile, transennata e deserta: abbiamo sovrapposto a quei volti altre facce, altre storie. I terremotati d’Abruzzo si sono allontanati dall’attualità. Così, rischiamo di perdere il contatto con ciò che ci è vicino e ci appartiene, con ciò che è davvero importante; le storie di donne e uomini, di vite spezzate, di solidarietà inaspettate, di vitalità e risorse, di lutti e mancanze.
Le fotografie parlano al cuore, testimoniano ciò che è successo, lo fanno rivivere e riscoprire. Emozionando. Le fotografie sono semplici, immediatamente comprensibili. Efficaci perché sintetizzano e lasciano la libertà di guardare con gli occhi e con il cuore, in fretta o a lungo, come si vuole. C’è bisogno di ricordare. La nostra storia ci fa sentire parte di una comunità, crea e rafforza la nostra identità. E la memoria ha bisogno di testimonianza. Quando la fotografia accoglie questo impegno con rispetto e umanità, può attraversare l’anima. Questa mostra raccoglie tredici storie realizzate da altrettanti autori. In fondo sono 13 mostre, 13 sguardi differenti.
Giovani reporters accorsi la mattina dopo la tragedia hanno realizzato immagini suggestive, drammatiche. E’ il caso di Davide Monteleone, pluripremiato e affermato autore di fama internazionale, che ha realizzato uno struggente lavoro in bianco e nero; o di Marta Sarlo e Guido Gazzilli, giovanissimi fotografi che hanno sentito la necessità di partire e restare lì, nei giorni immediatamente successivi al disastro. Le loro fotografie a colori sono delicate, rispettose, intense. Altri hanno dato spazio alle persone, con nomi e cognomi: Alberto Dedè ha passato giorni nei campi, fotografando dentro le tende. Il risultato è un affresco di grande umanità e dignità. Michele Borzoni ha ritratto i volontari, gente comune proprio come noi: veri, intensi, partecipi, decisi. Rocco Rorandelli ha ispezionato i campi, trovando ovunque la normalità dell’emergenza. Tracce di vite che si ricostruiscono, che si adattano: la chiesa in una tenda, un giardino improvvisato. Massimo Berruti, lirico e intenso, ha fotografato la natura, le ferite sulla terra: alberi squarciati, crepe e animali abbandonati.
Sono panoramiche in bianco e nero che emozionano e offrono una suggestione originale e commovente. Massimo Siragusa, autore di grandi lavori fotografici, si è cimentato con un’attenzione poetica, quasi romantica, alle immagini delle macerie dentro e fuori le mura di case e chiese. Un insolito dritto e rovescio della tragedia. Due lati che simbolicamente sono davvero gli aspetti di questo dramma: umano e materiale. Simona Ghizzoni, affermata fotografa di grande sensibilità, ha vissuto con una famiglia. L’ha raccontata dall’interno. Ha raccolto la testimonianza di ciascuno dei suoi membri, le loro emozioni. Martino Lombezzi ha un occhio attento. Capace di guardare in profondità o, come in questo caso, rendere profonda la superficie delle cose. La sua è la storia delle crepe, dei muri feriti, tagliati. Segnati dalla tragedia. Queste immagini, meno immediate, dicono tanto e lo fanno con garbo, conservando la drammaticità di ciò che è impresso e incancellabile. Due immagini spettacolari di Massimo Sestini sintetizzano questo evento: una città sommersa dalla polvere e i funerali delle vittime. Un linguaggio duro che arriva come un pugno allo stomaco.
A completare questa serie di piccole e grandi storie umane, le immagini i due grandi maestri dell’obiettivo: Gabriele Basilico e Olivo Barbieri. Non potevano mancare, scrupolosi e geniali visionari del territorio. Da sempre attenti ai luoghi, curiosi delle metamorfosi, capaci di narrarle come nessun altro. La loro opera completa il racconto, lo chiude nello spazio fisico e temporale. Inserisce le storie in un contesto lirico e intenso. Perché nessuno dimentichi, perché nessuno si senta abbandonato. Perché la storia d’Abruzzo è la storia di tutti.
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