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NAVI E VELENI, CETRARO CHIAMA MARATEA
Posted By admin On 3 novembre 2009 @ 13:43 In Senza categoria | 1 Comment
Molto rumore per nulla o ennesimo tentativo di insabbiamento? La domanda si impone perché la storia scotta ed è tinta di un giallo che non sbiadisce di fronte alle risposte fin qui ottenute. Dicono le analisi condotte dalla Mare Oceano, in missione in Calabria per conto del Ministero dell’Ambiente, che il relitto fotografato a metà settembre a circa 600 metri di profondità al largo di Cetraro nel Tirreno, non è la Cunsky con il suo carico di scorie radioattive. Non si tratta della nave a perdere di cui parla il pentito di ‘ndrangheta Francesco Fonti, bensì di un altro relitto più vecchio, una nave passeggeri, la ‘Catania’, affondata nel 1917. Insomma, un relitto come tanti, inabissati nella storia, ospiti imposti sui fondali del Mediterraneo come di qualsiasi altro mare.
Dopo settimane di affannose ricostruzioni giornalistiche su indagini vecchie di anni, dopo le proteste in piazza e le mozioni bipartisan in Parlamento, si scopre che dal fondo di quel pezzo di mare non c’è nulla da temere. Né per le popolazioni, anche se lamentano un aumento dell’incidenza dei tumori in zona, né per la fauna marina, anche se la gente da quelle parti il pesce non se lo compra per la psicosi che si è diffusa. Ora bisogna ristabilire l’immagine della Calabria, dicono i sindaci. E la cosa può far piacere a pescatori e operatori turistici, che in queste settimane di incertezze hanno avuto un assaggio delle amare conseguenze di un mare con la fama di ‘inquinato’. Ma il comitato Natale De Grazia, capitano di Marina che indagava su traffici di navi sospette, morto nel ’95, si ostina a chiedere che quel relitto sia portato alla luce, qualunque nome abbia. E il procuratore di Paola, Bruno Giordano, che ha lavorato con la Regione Calabria per portare alla luce le prime foto subacquee del relitto, nutre seri dubbi di fronte alle istantanee scattate dalla Mare Oceano: “Le corde dello scafo sembrano troppo nuove per essere quelle di una nave costruita agli inizi del secolo…”.
Il caso Cetraro si chiude, anzi viene chiuso, ma gli interrogativi non muoiono. Innanzitutto, in molti si chiedono perché siano serviti più di 40 giorni per sciogliere il mistero. E poi pesano le parole dello stesso procuratore nazionale antimafia Piero Grasso che, pur dichiarando “chiusa” la vicenda, ammette che nel Mediterraneo navi dei veleni ce ne sono, inabissate per seppellire rifiuti pericolosi e intascare i soldi delle assicurazioni. Si impone poi un altro quesito, relativo ad un’altra nave a perdere citata da Fonti nel suo memoriale alla Direzione nazionale antimafia: la Yvonne A, affondata a 15 miglia al largo delle coste di Maratea, perla del Tirreno lucano.

Il pentito
Francesco Fonti, condannato per traffico di droga, parla con i pm da diversi anni. E ne ha dette di bufale. Perché finora le sue dichiarazioni su presunti traffici internazionali di rifiuti tossici e radioattivi, orchestrati da pezzi di istituzioni e ‘ndrangheta, hanno portato pressoché al nulla in termini investigativi. Recentemente, per esempio, alla procura di Potenza è naufragata un’altra inchiesta basata sulle sue parole. Fonti aveva parlato di 100 fusti di scorie radioattive caricati nottetempo al centro Enea della Trisaia di Rotondella negli anni ’80 e interrati in località Coste della Cretagna, vicino Pisticci, nel materano. Di quei fusti non è stata trovata traccia alcuna e il pm potentino Francesco Basentini ha chiesto l’archiviazione dell’indagine nella quale erano coinvolti otto ex dirigenti dell’Enea lucano ed esponenti del clan ‘ndranghetista Musitano, con i quali Fonti stesso aveva raccontato di essere “in affari”. Nessuna prova, inchiesta archiviata, anche se la scelta di Basentini sembra una richiesta d’aiuto piuttosto che una smentita tout court delle indicazioni del pentito. Perché la richiesta di archiviazione viene spiegata così dal pm: a oltre 20 anni di distanza dai fatti, “è oggettivamente quasi impossibile ricostruire fedelmente cosa i vari organi, i tecnici e i soggetti titolari della politica nucleare abbiano fatto all’interno del Centro Trisaia nel corso degli anni”. E perché, dice ancora il pm, anche senza prove, le ricerche effettuate non fugano comunque i sospetti né sui fusti interrati, né sulle altre dichiarazioni di Fonti circa le cosiddette ‘navi dei veleni’, né sulle dichiarazioni di un altro personaggio: Guido Garelli. E qui c’è un altro giallo, uno dei tanti in questa storia.
Pensano gli esperti che, a questo punto, Garelli, più di Fonti, potrebbe essere l’uomo giusto per ricostruire i traffici illegali e internazionali di rifiuti. Anche perché, siccome i due hanno passato un periodo di detenzione insieme, non sono in pochi a pensare che Fonti abbia in realtà riferito agli inquirenti storie che gli aveva raccontato Garelli, non informazioni di prima mano come vorrebbe far credere. Garelli potrebbe essere una pista, dunque, sempre se si decidesse a parlare. Il punto è che nessuno al momento pare sapere dove si trovi, in quale parte del mondo viva, magari coperto da anonimato. Ma stiamo ai fatti, che per ora consistono nelle dichiarazioni di Garelli ai pm. Si è presentato come sedicente 007, ha detto di essere stato ammiraglio di un non meglio precisato esercito dell’Autorità Territoriale del Sahara Occidentale e ‘dignitario’ di un servizio di intelligence che avrebbe operato nell’interesse del Regno Unito, con base a Gibilterra. In possesso di tripla cittadinanza – jugoslava, italiana e del Sahara occidentale – Garelli, per conto dei servizi britannici, avrebbe spiato le attività del centro Enea Trisaia nel periodo durante il quale si svolgevano attività di ricerca e scambio informativo in ambito nucleare da parte dell’Italia e di paesi mediorientali, con stage di tecnici iracheni e pakistani al centro lucano. Secondo Garelli, gli anglosassoni ipotizzavano l’esportazione di armi, tecnologie e materiali radioattivi dall’Italia verso il Medio Oriente, in particolare Iraq e Pakistan. All’attività di spionaggio avrebbero partecipato anche Cia, Mossad e Sismi. Il nome di Garelli compare in calce a un documento sul cosiddetto progetto ‘Urano’ (1987) per il seppellimento nel Sahara di rifiuti tossici e nocivi. E fu sempre lui a sottoscrivere nel ’92 una lettera sullo stesso progetto, da applicare però nel Corno d’Africa, insieme al console onorario somalo Ezio Scaglione e all’imprenditore Giancarlo Marocchino, quello che dopo l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin si scoprì essere un agente dei servizi in Somalia. E proprio dell’omicidio dei due reporter del Tg3, Garelli parla in una lettera a Famiglia Cristiana nel ’99: la Alpi “ha toccato il segreto più gelosamente custodito in Somalia, lo scarico di rifiuti pagato con soldi e armi da non meno di vent’anni…”.
Non giallo, di più. Storie dal fascino certo, ma difficili da ricostruire con prove reali. Ma, ammesso che anche Garelli si sia divertito a raccontare bufale, perché lo avrebbe fatto e perché mai le attività del centro Enea Trisaia attraggono tutta questa concentrazione di ‘parolai’? Il procuratore Nicola Maria Pace che indagò su queste vicende quando operava a Matera fino agli anni ’90 (poi è stato trasferito a Brescia) ha sempre riscontrato “scetticismo” intorno alle sue complesse inchieste. Ma è ancora convinto che la Basilicata, proprio perché terra di nessuno dal punto di vista della malavita, si sia candidata automaticamente negli anni a luogo perfetto per i traffici internazionali di sostanze pericolose. “Il nostro paese riesce a smaltire solo il 30 per cento dei rifiuti che produce, il resto prende altre vie, molto spesso illegali – dice oggi Pace – Ma adesso i tempi sono maturi per scavare a fondo, non si può tornare indietro”.
Torniamo a Fonti. Oltre alla Cunsky, il pentito ha detto della Yvonne A, carica di 150 fusti di fanghi radioattivi, inabissata al largo di Maratea. E anche della Voriais Sporadais, “inviata verso Genzano”. Ha fatto i nomi dei basisti della ‘ndrangheta in Basilicata, per esempio Domenico Musitano, detto ‘u’ fascista’, che abitava a Nova Siri, costa ionica lucana a ridosso del confine calabro, perché un’ordinanza gli vietava la residenza in Calabria. Ma Musitano, che secondo Fonti fu l’organizzatore del primo viaggio di rifiuti in Basilicata, non può confermare perché negli anni ’80 fu ucciso dalla ‘ndrangheta davanti al tribunale di Reggio Calabria dove era stato convocato per un’udienza. Resta che a Maratea sono preoccupati, anche se la presunta Cunsky non è Cunsky.

In cerca di Yvonne A
Sul caso Maratea indaga il pm di Lagonegro, Francesco Greco. E’ arrivato in procura da poco, a luglio di quest’anno. Prima operava a Paola. E’ stato lui in effetti ad individuare per primo il relitto di Cetraro. Ed è stato un po’ sfortunato, ammette anche l’assessore regionale della Calabria Silvestro Greco, perché proprio quando è stato trasferito in Basilicata dal Csm, a Cetraro sono maturati i tempi per le indagini e le foto subacquee sulla nave affondata. Che per i media è diventata subito “nave dei veleni”, lo è rimasta quasi due mesi fino a scoprire che in realtà è una nave passeggeri. Su come sia stata gestita la questione Cetraro Greco, il pm, è arrabbiato. Lui è della scuola ‘no allarmismi’, che fanno danno. Fuma nervoso guardando i giornali nel suo ufficio a Lagonegro, quando andiamo da lui in procura il 20 ottobre. Non si capacita di come si sia potuto creare così tanto allarme sul nulla. Perché per lui “Fonti è inattendibile”. Seppure sia doveroso “condurre le indagini”. Come sta facendo a Maratea, agendo in costante contatto con l’assessore all’Ambiente della Regione Basilicata Vincenzo Santochirico che pure in questa storia vuole vederci chiaro. Il pm Greco però fin da ora si assume la responsabilità di dire che “a Maratea di rifiuti radioattivi non ce ne sono. Se poi le indagini mi daranno torto, ammetterò l’errore ma nel frattempo non avrò fatto male a nessuno”. Anche se, seppur con le cautele e la mancanza di mobilitazione sociale in Basilicata, una prima ombra di danno già si vede, se è vero quello che ti dicono i pescatori di Maratea, e cioè che le loro vendite pure sono calate nell’ultimo periodo. Anche se loro il pesce continuano a mangiarlo. “Lo faccio mangiare anche a mio nipote di tre anni”, giura guardando il bel mare un pescatore titolare di una pescheria a Fiumicello, vicino a Maratea.
Ad ogni modo, il pm di Lagonegro e la Regione Basilicata attendono ancora una risposta dal ministero dell’Ambiente, anche adesso che il caso Cetraro è chiuso. La procura ha infatti chiesto alla Prestigiacomo che la Mare Oceano impiegata a Cetraro svolga ricerche anche al largo di Maratea. L’assessore Santochirico confida in un sì. “Sarebbe inspiegabile, grave e inaccettabile un no della Prestigiacomo, dato che il pm ha chiesto l’uso della Mare Oceano su indicazione degli stessi uffici del ministero”, spiega. Un diniego obbligherebbe procura e Regione “a ordinare una nuova missione, con lo spreco di tempo e risorse che implica”. Ma l’assessore non demorde. Dice di voler andare avanti per fugare ogni dubbio, anche se quella di Cetraro non risulta essere la Cunsky. “Assolutamente sì. Il Mediterraneo, come tutti i mari, è pieno di relitti affondati. E’ vero che non si può scandagliare alla cieca, è troppo dispendioso, ma quando gli inquirenti individuano qualcosa di sospetto gli accertamenti sono d’obbligo”. E al largo di Maratea, precisamente a 770 metri di profondità, il pm Greco ha individuato qualcosa. Bisogna capire cos’è e se sia fonte di pericolo. Legambiente e Wwf insieme alla Regione chiedono anche che un comitato di osservatori esterni possa salire sulla Mare Oceano per monitorare le ricerche a Maratea. Ma il rischio che la nave ministeriale non arrivi in Basilicata è alto, l’incognita sul mistero nascosto nel Tirreno lucano cresce. Tanto più che proprio sulla Basilicata incombono altre ombre che pure sanno di nucleare.
Da qualche settimana la Regione ha impugnato davanti alla Corte Costituzionale la legge che assegna al governo ogni decisione in merito ai siti per le nuove centrali nucleari che l’esecutivo Berlusconi vuole costruire in Italia. “Abbiamo diritto di co-decisione”, rivendica Santochirico, facendo notare che il ricorso lo hanno presentato anche regioni governate dal centrodestra. Insomma, il governo lucano gioca d’anticipo, memore dell’esperienza del 2003 quando l’idea dell’allora governo Berlusconi di realizzare a Scanzano Ionico un deposito nazionale per le scorie nucleari naufragò in un mare di proteste della popolazione.

La psicosi
Ora che il caso Cetraro è chiuso, “chi darà fiducia alla Calabria?”, si chiede preoccupato da Lagonegro il procuratore Francesco Greco. Si è capito che in questa vicenda, lui la pensa diversamente dal suo collega di Paola, Bruno Giordano. Ma, al di là dei dubbi di Giordano, ora in Calabria tutte le energie sembrano tese a ricostruire l’economia locale, fortemente danneggiata dalla ‘psicosi scorie nucleari’. Questa volta, dopo anni e anni di voci ed equivoci, la storia molto mediatica delle ‘navi dei veleni’ ha portato la protesta in piazza. Non era mai successo.
In migliaia hanno manifestato ad Amantea, pochi chilometri da Cetraro, il 24 ottobre scorso. In prima linea il ‘Comitato Natale De Grazia’, capitano calabrese della Marina che indagava su traffici di navi sospette nel Mediterraneo, morto in circostanze che alcuni giudicano misteriose nel dicembre 1995. La manifestazione è l’occasione per intitolare a lui il lungomare di Amantea. Pur nel dubbio, perché nemmeno la vedova De Grazia, Anna Maria Vespìa, è disposta a giurare che il marito sia stato ucciso. “Non ho le prove”, ripete alla manifestazione. Ma il capitano è un esempio di passione per la verità. E questo basta per far scendere in campo associazioni, sindacati, albergatori, commercianti, sub e pescatori. Tutti lì a chiedere che venga fatta luce sull’identità del relitto misterioso e sul suo carico fotografato sott’acqua a settembre, a chiedere che sia istituito un registro dei tumori in zona, troppi e sospetti. La peggio l’hanno avuta i pescatori. Circa 500 ne conta la Federcoopesca del basso Tirreno Cosentino. Non escono in mare da quando si è diffusa la paura e la gente il pesce non se lo compra, calo dell’80 per cento delle vendite in zona. Non altrove però, anche se il pesce viene comunque da Cetraro. Perché succede già, denuncia la presidente di Federcoopesca Calabria Katia Stancato, giovane e combattiva, che “i pescatori napoletani approfittano del nostro mare, vengono qui a pescare perché divieto di pesca non c’è e vendono il pesce dove non c’è allarme, in Campania”.
La scoperta dell’innocuo Catania mette un tappo alle proteste, zittisce i dubbi perché in fondo conviene così, piuttosto che continuare a marciare verso il baratro economico in mancanza di prove. Si poteva far prima, in molti ora denunciano il modo in cui è stata gestita tutta la vicenda. Si poteva far prima, invece di lasciar scoppiare la psicosi che mangia i mercati del pesce, impensierisce gli albergatori, mette a rischio un’intera economia costiera, per molti versi turistica e non di quelle ricche del nord. E’ vero: la psicosi ha portato a chiedere verità. Ma la stessa psicosi ha portato all’ennesimo naufragio delle inchieste sui misteri del Mediterraneo.
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