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17 aprile 2010, MONTICHIARI
MONTICHIARI
TESTI LAURA EDUATI - FOTOGRAFIE EMILIANO MANCUSO

Se sei straniero, ottenere la residenza a Montichiari è come vincere la lotteria. O meglio, un percorso ad ostacoli dall’esito incerto. Perché le regole non sono mai le stesse, nonostante la legge nazionale sia chiarissima: per un migrante bastano il permesso di soggiorno e un contratto di affitto.

A Soufiane Naissi, però, hanno chiesto prima le buste paga e poi, siccome aveva appena cominciato a lavorare e non aveva ancora percepito il salario, una caparra di 5500 euro da lasciare al Comune. Che non ha versato, naturalmente. Tornato dopo pochi mesi con i cedolini dello stipendio, finalmente sembrava che la documentazione fosse in ordine. Ma dopo un anno quella benedetta residenza non arrivava. E così il ventottenne Naissi, marocchino di Tangeri a Montichiari da 11 anni, regolare carta di soggiorno e un padre con la cittadinanza italiana, ha deciso di fare causa al Comune. E ha vinto. Il tribunale di Brescia ha stabilito che è illegittimo richiedere allo straniero documentazione aggiuntiva. E’ un abuso. Anzi, uno “straripamento di potere”.

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Il caso di Naissi non è isolato. Ad un camionista ucraino gli ufficiali dell’anagrafe aveva chiesto il contratto a tempo indeterminato e le buste paga. La risposta: “Non può risiedere a Montichiari, guadagna troppo poco”. La tattica dell’amministrazione comunale è semplice: temporeggiare, confondere, esasperare gli stranieri. E così sono molti i migranti che attendono anche due o tre anni prima di avere la residenza. Tuttavia senza residenza è impossibile cercare lavoro. Lo sa benissimo Naissi, ora disoccupato: “Volevo partecipare ad un corso professionale a Brescia, ma non posso dimostrare che risiedo in Lombardia”. Gli hanno persino sequestrato la macchina nuova, comperata in Francia, perché non poteva cambiare la targa. “I vigili che hanno posto i sigilli mi conoscono, ho studiato a Montichiari e lavoro qui da anni. Mi hanno detto: come è possibile che non ti diano quel documento?”.

Se lo chiede anche Abdeltif, il padre di Soufiane, in Italia dal 1975. Gli amici monteclarensi lo chiamano scherzosamente Mario. Forte del suo passaporto italiano, un giorno si è presentato all’anagrafe per chiedere come mai il figlio Soufiane, la moglie e le altre due figlie non potessero prendere la residenza. “Tu sarai anche cittadino italiano, ma la tua famiglia rimane comunque extracomunitaria”. E così ha spedito la figlia minore a studiare a Tangeri, nonostante avesse frequentato asilo, elementari, medie e superiori a Montichiari. Abdeltif ammette di avere votato Lega in passato perché, dice, “prima di questo casino con la residenza di mio figlio pensavo che stesse facendo cose buone per la città”. Eccole: parchi nuovi, giardini curati, viabilità migliore. Adbeltif era diventato amico del primo sindaco leghista della città, ora vicesindaco, Gianantonio Rosa, espulso dal Carroccio per non aver accettato il candidato del Pdl e per aver sostenuto alle ultime elezioni l’attuale sindaca Elena Zanola. Anche lei cacciata dal partito e ora a capo di una lista civica di ispirazione leghista. Pdl e Lega stanno all’opposizione con l’unico consigliere del Pd. Le destre, in città, ottengono quasi il 90% delle preferenze. Eppure Naissi padre e figlio dichiarano che “mai siamo stati trattati male dagli abitanti di Montichiari”. L’unica discriminazione subìta, dicono, è quella dell’amministrazione.

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In realtà tutti sanno che in Municipio il vero reggitore è il vicesindaco , Rosa. Un po’ come Gentilini a Treviso. E che sia lui a decidere come e quando concedere la residenza. Ad un cronista del Brescia Oggi che gli chiedeva come mai ponesse così tanti ostacoli agli stranieri, un giorno rispose: “Montichiari è come una bella donna che decide con chi uscire e con chi no”. Rosa non applica le norme, le interpreta in salsa leghista: per esempio è contrario ai matrimoni misti e, semplicemente, non li celebra. Beccandosi anche qualche denuncia, come quella di un carabiniere che voleva convolare a nozze con una rumena e trovò il passo sbarrato in Municipio.

Dopo la sentenza del tribunale di Brescia, Zanola e Rosa hanno deciso di non commentare. A Liberazione la sindaca dice semplicemente che “le regole cambieranno, ma a livello nazionale”, lasciando intendere che il massiccio afflusso di stranieri impone nuove norme per la residenza.

“Il vero scandalo è che qui non esiste una norma apposita per l’iscrizione all’anagrafe dei cittadini stranieri. Siamo alla discrezionalità più assoluta”, denuncia Marco Ugolini della Cgil di Montichiari. Ovvero: non esiste una delibera da stralciare, visto che decide Rosa. La vittoria in tribunale di Naissi è soltanto l’ultima ottenuta dalla Camera del lavoro di Brescia contro le ordinanze e le delibere smaccatamente razziste che crescono come funghi nei paesi leghisti della zona. Ormai Tar e tribunali hanno dato ragione sedici volte al sindacato, che insieme ad Asgi e Fondazione Guido Piccini conducono una lotta legale a colpi di avvocati per difendere i migranti dagli abusi dei sindaci. I giudici hanno dato torto ad Adro – il paese delle mense negate ai bimbi che non pagavano la retta – e Chiari che avevano istituito una borsa di studio per gli studenti (italiani) meritevoli. Così a Castel Mella. Causa vinta contro Ospitaletto, che aveva chiesto ad un rifugiato politico liberiano la fedina penale del Paese di provenienza per poter ottenere la residenza. Causa vinta a Villa Carcina, che come Montichiari pretendeva di concedere l’iscrizione all’anagrafe soltanto ai migranti con busta paga. Doppia vittoria a Trenzano, artefice dell’ordinanza più smaccatamente razzista del circondario: voleva introdurre l’obbligo di parlare italiano nei luoghi pubblici e nei bar. L’obiettivo, nemmeno troppo segreto, era impedire l’apertura di una moschea. Ma in quel caso protestarono a sorpresa gli alpini, che volevano continuare ad esprimersi in dialetto in osteria.

Rimane per ora in vigore la delibera di Villa Carcina che, attraverso un accordo con l’azienda dei trasporti Sia, può sguinzagliare vigili urbani negli autobus per chiedere documenti agli stranieri nella speranza di stanare i clandestini. “C’è una volontà punitiva, repressiva e cattiva dei sindaci leghisti contro gli stranieri”, commenta Franco Valenti della Fondazione Guido Piccini. Per diciannove anni Valenti è stato il responsabile dell’ufficio stranieri del Comune di Brescia. Quando, nel 2008, la città è passata al centrodestra, la nuova giunta ha chiuso l’ufficio e questo nonostante la città sia prima in Italia e terza in Europa per tasso di stranieri, dopo Atene e Vienna. Anche a Brescia l’ufficio legale della Cgil ha ottenuto le sue vittorie, la più importante è la causa vinta contro i bonus bebé concessi soltanto alle famiglie italiane. Soltanto dopo un lungo braccio di ferro legale e la minaccia di pignoramento il Comune ha allargato la misura agli stranieri, per poi abolirla. Eppure a Brescia è ancora in vigore un regolamento di polizia urbana che vieta innumerevoli attività, spesso legate alla presenza straniera: via i borsoni, vietato legare bici al palo, vietato bere alcolici in pubblico, vietato giocare nei parchi pubblici. Di questo divieto ne fanno le spese i pakistani di seconda generazione che non possono giocare a cricket e non ottengono dal Comune uno spazio consono per allenarsi, nonostante vincano medaglie a livello nazionale. Una nuova delibera ha bloccato l’apertura dei rivenditori di kebab, mentre è stata ritirata la concessione edilizia al centro di cultura islamico che aveva bisogno di fare delle modifiche strutturali. Ma questo succede anche a Trenzano e Cologne: appena la comunità musulmana individua un luogo adatto per la moschea, ecco che il Comune inventa innumerevoli cavilli per impedirne la costruzione. Nel capoluogo di provincia l’artefice delle ordinanze anti-migranti è il vicesindaco leghista Fabio Rolfi, al quale il sindaco Adriano Paroli ha affidato la gestione della cosiddetta sicurezza. E Rolfi prende esempio dal veronese Flavio Tosi: delibere a tutto spiano, tutte concentrate sul decoro e la microcriminalità (degli stranieri, s’intende).

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Nonostante l’attivismo degli antirazzisti e le sentenze, le ordinanze cassate in un luogo rispuntano, fotocopiate, nel Comune leghista accanto. E gli avvocati macinano ricorsi. La vittoria a Montichiari riempie di soddisfazione soprattutto perché avviene nel primo Comune di un certo peso diventato leghista nel Bresciano. Il Comune capofila, insomma. Ma non c’è da gioire troppo. Il numero di delibere è tale, e l’ostinazione dei sindaci leghisti così pervicace, che ormai stanno sorgendo comitati civici nei singoli paesi con il compito di vigilare sull’operato delle amministrazioni del Carroccio per poi segnalare tutto all’Osservatorio sulle discriminazioni istituzionali creato appositamente dalla Cgil. Ormai sindacato e opposizione parlano di allarme democratico e si chiedono come mai il Prefetto non intervenga per disciplinare i sindaci fuori rotta. Soprattutto perché, in ogni processo, viene chiamato in causa anche il Ministero dell’Interno che puntualmente, attraverso l’Avvocatura dello Stato, ribadisce che questa o quella delibera non corrisponde alla legislazione nazionale e dunque va eliminata.

Il caso di Montichiari non si ferma soltanto alle delibere discriminatorie contro gli stranieri. Nei giorni scorsi la sindaca Zanola ha negato la piazza alle manifestazioni per il 25 aprile e il 1 maggio organizzate da Pd e Prc. Con una motivazione alquanto bislacca: “gli spazi pubblici non vengono utilizzati dai partiti per manifestazioni politiche di alcun genere”, tranne nel periodo elettorale. “Questo è un salto di qualità dal punto di vista politico, in negativo”, commenta il segretario del Prc di Brescia Fiorenzo Bertocchi. “Dopo il razzismo istituzionale, ora siamo giunti all’autoritarismo fascista. Perseguiti non sono solo i migranti, ma anche i soggetti politici contrari alla cultura leghista”. Dopo aver scritto una dura lettera a Zanola spiegandole che è incostituzionale vietare le manifestazioni, Pd e Prc pensano comunque di sfilare in corteo chiedendo semplicemente l’autorizzazione al Questore. Ma il clima è avvelenato. Sorprendentemente non per Soufiane, che non vede l’ora di prendere la residenza per ricominciare a lavorare, a vivere. In macchina per Montichiari, mostra con orgoglio il castello: “Sono ancora molto legato a Tangeri, ma questo è ormai il mio posto. Come gli uccelli che migrano, e alla fine fanno il nido”.





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