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L’ITALIA NON ESISTE
Posted By admin On 12 settembre 2009 @ 16:08 In Senza categoria | No Comments
Manca meno di un anno e mezzo alle celebrazioni per il 150mo dall’Unità d’Italia, e il governo si è dimenticato di Teano (Corriere della sera, 28 maggio). Lì Garibaldi consegnò a Vittorio Emanuele II le province meridionali. Non è un dettaglio. Eppure nessun finanziamento è stato previsto, così come per il resto del Sud. È uno smacco, certo, su cui il presidente Napolitano, e napoletano, sta cercando di porre rimedio, ma al contempo è l’ammissione di quella che per alcuni studiosi è una verità storica troppo spesso taciuta: il Meridione poco c’entra con l’Unità nazionale. L’ha combattuta e vissuta per quel che è stata: un’invasione violenta e brutale dei Savoia e della borghesia franco-piemontese. Questa è la tesi di Sabino Acquaviva, illustre sociologo e autore, tra gli altri testi, di L’eclissi dell’Europa. Decadenza e fine di una civiltà (Editori Riuniti, 2006).
«Dovremmo celebrare l’Europa, altroché. L’Italia è morta, anzi non è mai nata. La sua dimensione nazionale è frutto di una continua operazione di revisionismo storico. Il futuro non risiede in questo stivale messo insieme coattamente, ma nel nostro continente». Anche l’Europa, tuttavia, fatica a prendere corpo. «Noi dobbiamo celebrarne la parte realizzata e quella auspicata, ovvero la costruzione di una federazione europea. Un progetto che faccia piazza pulita, finalmente, degli Stati Nazione, e liberi le energie delle realtà regionali».
Tornando all’Italia, la retorica che accompagna l’anniversario risponde a un’urgenza politica.
«Vogliamo sentirci tutti cittadini di un unico paese? Bè, non è così, non lo è mai stato. Il peccato originale perpretato da una monarchia violenta ed efficiente è stato riscritto senza pudori. Un esempio: quando Garibaldi arrivò a Messina, Palermo insorse, memore della repressione borbonica del ‘48. I bersaglieri intervennero con grande zelo, mettendo a tacere con le armi la reale volontà dei siciliani. Un episodio, tra i tanti, poco raccontato».
Sulla spedizione dei Mille lo storico inglese Mack Smith fu tra i primi a mettere in discussione la narrazione agiografica dell’iniziativa garibaldina, considerandola alla base dell’annosa “questione meridionale”.
«È così, certo. Garibaldi arruolò i suoi volontari tra i borghesi piemontesi, intrisi di cultura francese. Un’élite ambiziosa senza la minima idea di cosa fosse il Sud. Gli stessi plebisciti del 1860, che decretarono l’annessione del regno delle Due Sicilie al Regno Sabaudo, furono sostanzialmente manipolati. Innazitutto le votazioni non erano segrete, e in secondo luogo potevano esprimerele solo maschi benestanti e alfabetizzati. Un po’ poco per meritare, col senno di poi, l’appellativo di plebiscito».
Non fu certo un’iniziativa popolare.
«Per nulla. Anzi, fu contro il popolo, e gestita dai prefetti. Mi lasci ricordare i numerosissimi saccheggi contro le proprietà terriere del meridione. La monarchia soppresse il regime ecclesiastico della “manomorta” (il possesso inalienabile di beni fondiari, ndr) per poter liberamente svendere i boschi e la relativa legna. Avvenne anche al nord. Sedimentando ferite nella memoria collettiva. La mia balia, le parlo dunque di tanti anni fa (Acquaviva è del ‘29, ndr), ogni volta che sentiva parlare dei piemontesi, si faceva il segno della croce, pronunciando a denti stretti la parola “delinquenti”. E comunque basterebbe leggersi le memorie di un patriota spesso dimenticato, Lotta per bande dal Risorgimento alla Resistenza, di Carlo Bianco di Saint Jorioz. Restituisce la dimensione dell’ingiustizia e violenza con cui è stata battezzata questa Nazione».
Quali altri errori commisero i sabaudi?
«Il resto dell’Europa era tecnologicamente avanzato. La nostra borghesia era a dir poco arretrata. La scelta di spostare la capitale nel ventre molle del paese, a Roma, fu una sciagura di cui paghiamo ancora lo scotto. I piemontesi nel 1870 decisero di costruirvi la metropolitana. Non avevano le competenze, e infatti fu realizzata cento dieci anni dopo. Ma sullo stesso tracciato del secolo precedente. A dire che nulla è cambiato».
Ma lei pensa che, al di là delle convenienze, ci sia ancora qualcuno che crede negli Stati Nazione?
«Sa, le “convenienze” a cui allude, politiche, economiche o militari che siano, valgono molto più di qualunque criterio ragionevole. Eppure il superamento di quel paradigma, che nel Novecento, come sappiamo, ha prodotto solo tragedie, sarebbe l’unica via d’uscita intelligente e progressista. Insomma, dobbiamo tornare al 1500».
Il 1500? Può spiegarsi?
«In parole povere, dobbiamo recuperare un’idea comunitaria, europea, composta da identità singole e regionali».
Cinque secoli fa. Non le pare un salto troppo azzardato?
«No, insisto sul punto. La chiave per comprendere l’utilità di questa comparazione è la lingua. Come è noto nel ‘500 in Europa dominava il latino, così come oggi a livello internazionale prevale l’inglese, accanto ad un consistente numero di lingue regionali. In seguito, in ogni area, alcune lingue hanno prevalso sulle altre, dando vita a guerre e lotte».
Qualche esempio?
«Il francese del nord schiacciò il provenzale, il castigliano tentò di annientare il catalano e tutti conoscono la sorte del basco».
E in Italia?
«Qui vinse il toscano, ma senza spargimenti di sangue. Fu scelto per il suo prestigio. Ma di fatto fece tabula rasa delle altre lingue, a partire da quella veneta. Io sono di Padova, conosco bene la storia della mia regione. La politica e il commercio per molti secoli hanno parlato veneto. Ne trovi traccia ancora nei vocabolari medio orientali e croati. Oggi è pressocché sparito».
Dunque concorda con i deputati della Lega, che da anni si battono per far riemergere i dialetti?
«In linea di principio sì, sono d’accordo. Ma farei un distinguo sostanziale tra dialetto e lingua locale. In Italia sono stati censiti oltre 150 dialetti. Sarebbe impossibile riabilitarli tutti. Di lingue
regionali ne contiamo una decina. Ne puoi comporre una grammatica, applicarne un rigore scientifico».
Concretamente, come dovrebbe essere condotta l’emersione di queste lingue?
«A cominciare dai banchi di scuola. Insegnando ai ragazzi la lingua dei loro territori, e dunque la loro memoria. E ancora, attraverso i media più popolari: la televisione, la radio, le reti».
Impresa ardua.
«Non è vero. Guardi a cosa è accaduto in Catalogna con il catalano. Era stato ridotto a un semplice dialetto. Negli anni è stato fatto un gran lavoro di recupero fino a restituirlo alla sua dignità di
lingua».
Ma non rischiamo di fare i conti, soprattutto in Italia, con territori troppo piccoli?
«Ma perché, l’Olanda è grande? Eppure lì, accanto all’olandese, l’inglese è diventata lingua nazionale. Come il latino nel Cinquecento. Lo stesso dovremmo fare noi: superare l’italiano, e
muoverci sul doppio binario lingue locali/inglese».
Il glocalismo, come si diceva.
«Ai miei studenti dico sempre: state vivendo l’alba di una nuova civiltà, di un nuovo umanesimo. Non spetta a me dire a cosa e dove ci condurrà, ma bisogna quanto meno farsene una ragione. E questa epoca impone la capacità di stare “al mondo”, e dunque l’inglese, e di essere cittadini della propria memoria, del territorio che abitiamo».
Non si corre il rischio, puntando sulle identità, di fomentare la nascita di “piccole patrie”?
«E se pure fosse? A me non spaventano. Lei pensa che bisogna temere l’Estonia? Le “piccole patrie”, come vengono definite, sorte spesso dopo il crollo di maestosi muri, non sono una minaccia come si vuole far credere. Per esempio, non minacciano guerre. Fosse altro che non dispongono delle forze necessarie per invadere altri Stati. Il problema semmai si pone quando queste realtà politico e linguistiche si trovano a confliggere con la Nazione che le contiene. Ma quello è un problema dei governi centrali. La palla passa a loro».
Il blocco, lei sostiene, è rappresentato dalla politica…
«Sia quella di destra che di sinistra. Ovviamente io mi dolgo delle posizioni di una certa sinistra, incapace di interpretare le istanza più progressiste. Perché per me la lotta per un’Europa delle regioni, ossia un’area che sappia allinearsi per potere politico e culturale alle altre aree del pianeta, risponde a una logica puramente internazionalista. Invece, molti “democratici” tengono il punto e cantano le lodi stonate e fuori tempo massimo di un’Italia unita».
Negli anni ‘60, quando fondò insieme a Boldrini e altri la facoltà di Sociologia di Trento, fu tra i primi a parlare di rivoluzione creativa. Queste sue tesi sul “superamento” dell’Italia sono coerenti a quelle parole d’ordine?
«Oggi la propulsione è data dalla rivoluzione scientifica. Non mi interessa più parlare di destra e sinistra. Preferisco capire di genetica, architettura, urbanistica. Questa è la contemporaneità, così
come negli anni a cui faceva riferimento per noi era prioritario discutere di culture nuove, quelle che si sarebbero dette poi “sessantottine”, superando il potere monocratico del Pci e del marxismo. C’era una scritta sulle mura dell’Università che credo racconti meglio di mille parole quello che intendevamo: «Dio è porco, Mao è Dio, Mao è porco». Un sillogismo esemplare».
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