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IO, CRUMIRO
Posted By admin On 1 dicembre 2009 @ 12:14 In Senza categoria | No Comments
Chiamateli crumiri, chiamateli venduti. Vi risponderanno che siete voi i traditori, gli estremisti. Perché è così dal 1901, da quando l’Avanti sdoganò questo termine, lo è stato nell’eclatante 1980 alla Fiat, lo è oggi, nel 2009 della crisi economica finita per il Governo ma non per chi lavora alla Rothe Erde di Visano, Brescia.
Operai contro, anzi “fratelli contro”. Se fino a poco tempo prima il gomito a gomito in fabbrica e le vacanze con le rispettive famiglie erano la prassi, adesso non contano più nulla e ci si chiama “merde”, “coglioni”, “violenti”. Tute blu contro colletti bianchi, l’eterna divisione fra chi si sporca le mani e chi amministra la baracca, diventa più evidente nelle reazioni e nei pensieri che provoca un’azienda in crisi. Chi sciopera è convinto di doverlo fare per i diritti suoi, dei colleghi e dei lavoratori in generale, chi rivendica il diritto a lavorare è convinto di fare il proprio dovere per salvare azienda, stipendio e posto di lavoro. Sopra a tutti c’è il “padrone”, in questo caso la multinazionale tedesca ThyssenKrupp, che dall’alto decide e dal basso cerca di sfruttare le carte a proprio favore, mettendo zizzania, provocando e cercando di ingrassare le fila dei dipendenti non scioperanti. Poi c’è lo scenario, una strada di un piccolo centro della bassa padana con cinque fabbriche vicine in stato di crisi. La media industria è la linfa vitale di questa zona, del “Nord che produce”, adesso i cartelli stradali sono coperti dalla improvvisata cucina dove Fabio sta preparando il pranzo per la sessantaseiesima volta consecutiva.
Fabio è un ragazzo sui 35 anni, come quasi tutti alla Rothe Erde è originario del bresciano e ha una fidanzata “che adesso non vedo quasi mai, perché sto sempre qui e quando torno a casa sono stressato, nervoso, scatto per nulla. Ma deve essere così, perché non abbiamo mai fatto resistenza in questa fabbrica e adesso tutto questo casino non se lo aspettavano”. Sotto il piano cottura ci sono decine di casse di pasta, frutta, fagioli “tutta roba che abbiamo preso alla Coop, che ci ha regalato 400 euro in buoni pasto, o che ci hanno portato la Fiom o le persone del posto che arrivano, si fermano e ci danno qualcosa. Anche il contadino qui accanto ci sta aiutando e i dirigenti della Rothe Erde sono andati a dirgli di non farlo più”.
La tensione dura da un mese e mezzo, da quel 19 ottobre che per 44 operai è iniziato con una lettera di licenziamento nella buca della posta. La fabbrica è chiusa per una settimana di cassa integrazione ordinaria, ma l’azienda decide che il calo delle ordinazioni dei cuscinetti che producono è troppo alto (80%) e che quindi si deve tagliare. I 44 vengono individuati non tenendo conto dei tre criteri di legge per i licenziamenti: carichi di famiglia, anzianità di servizio e esigenze tecnico-produttive e organizzative, ma non è solo questo. E’ che la ThyssenKrupp non può fare quello che vuole, ignorando ogni pratica sindacale. I lavoratori si ritrovano in assemblea e prendono coscienza delle difficoltà del momento: se esuberi devono essere, che l’azienda utilizzi gli ammortizzatori sociali. Quindi, nessun licenziamento ma cassa integrazione straordinaria e prepensionamenti attraverso la mobilità volontaria. Fra chi ha già deciso di trattare la buonuscita per altri lavori e chi si dice disponibile al pensionamento, gli esuberi potrebbero ridursi più o meno a undici, gestibili con gli ammortizzatori. I dirigenti però non ritirano le lettere e non si fanno nemmeno vedere dalle parti del piazzale occupato. La decisione è immediata: sciopero a oltranza e presidio permanente davanti ai cancelli.
“Hai mai visto una cosa del genere?” chiede un operaio con in tasca la lettera di licenziamento. E’ vicino ai 50 anni, potrebbe essere fra i pensionabili e invece sta tutto il giorno a aspettare notizie sul piazzale. Un anno fa ha perso la moglie “e adesso ho lo stomaco che non sa più dove girarsi”. Anche lui ha amici fra i colleghi che entrano in fabbrica, “persone con le quali ho convissuto per anni e adesso mi chiedo chi sono”. Sono gli operai stessi a dare un nome a tutto questo: modello Toyota, ossia una sorta di cooperazione fra azienda e operai, con un sindacato interno che pensa più ai servizi e alla collaborazione, piuttosto che alla difesa dei diritti. Sotto accusa in questo caso ci finisce la Uilm, prima Rsu alla Rothe Erde con due eletti contro uno della Fiom (la Fim non ne ha) che adesso guida l’altra parte della barricata. “Ad inizio del 2009 i nostri due amministratori delegati ci chiamano in due assemblee consecutive per annunciarci la cassa integrazione, ma promettono che nessuno sarebbe rimasto a casa. Confermano gli obiettivi del 2008: arrivare a 300 dipendenti per diventare leader del settore dei cuscinetti in Italia. – spiega Giancarlo, rsu della Fiom – D’altronde il gruppo ha chiuso l’anno scorso con un fatturato di 4 milioni e mezzo di euro. E adesso eccoci qua”. La mobilitazione è inevitabile, quello che succede dopo è imprevedibile: trascorsi pochi giorni il presidio inizia a perdere pezzi. “La prima settimana eravamo tutti là, solidali con i colleghi licenziati. Ma non è cambiato nulla e quindi abbiamo pensato che fosse meglio tornare a lavorare e cercare un’altra forma di protesta. Sono partiti subito gli insulti e le minacce, quindi ce ne siamo andati”: sono davanti alla piccola stazione di Visano, sono una cinquantina, a circa 200 metri dal piazzale. Sono in maggioranza impiegati con una ventina di operai. Sono loro, i “crumiri”.
“Io ho una famiglia, devo preoccuparmi del mio lavoro per mandarla avanti. Quelli là invece sono buoni solo a insultare e fare casino. Ma vogliamo farla una proposta o no?”. Nomi non ne fanno, ma superata un’iniziale diffidenza verso il taccuino del giornalista, spiegano le loro ragioni. Sono convinti che “l’azienda agisce per il meglio, d’altronde il momento economico è difficile”, che “non si sputa sul piatto dove si mangia” anche perché “ci dobbiamo fidare dei nostri dirigenti”. Aspettano che scatti l’orario di ingresso per entrare a lavorare. Non si guardano più in faccia con i colleghi, non si considerano più parte di un tutto. Ma non pensate che un giorno potrebbe arrivare anche a voi una lettera di licenziamento? “No, crediamo di no. E comunque tenere chiusa la fabbrica è la via per farla fallire”. Quando è ora di entrare, la Digos dà il via, crea un cordone sul piazzale per fare passare le loro macchine e per cinque minuti si assiste allo scontro fra poveri. Il corteo sfila fra applausi ironici, sputi sulle macchine, parte anche qualche calcio. Poi c’è la corsa al muro dove la stessa scena si ripete mentre i “crumiri” entrano in fabbrica. Il tutto sotto gli occhi delle forze dell’ordine che cercano di evitare che la situazione degeneri, tenendo una posizione imparziale: “Cosa vuoi che ti dica, io spero che trovino una soluzione. Di triste e sbagliato in questa storia c’è che sono lavoratori contro lavoratori” dice il vice questore, presenza ormai fissa su questa strada.
Passato il momento critico la vita sul piazzale scorre fra partite a carte, a biliardino, cori ai microfoni dell’impianto che pompa musica in continuazione. Nel primo pomeriggio arrivano i colleghi della Mac, azienda vicina che ha chiuso la crisi il giorno prima con un accordo, a salutare e portare il cibo avanzato dal loro presidio. E’ pure il momento dei racconti: “Venerdì sera ero a teatro, dove ho incontrato Andaloni (uno dei due amministratori delegati della Rothe Erde, Ndr) e mi ha pure sorriso. Tre giorni dopo mi ha licenziato. Ma che gli ho fatto io?” Massimo è visibilmente arrabbiato, dice che “glielo spiegherei io a quelli perché non devono andare a lavorare” e poi ripensa a “quante notti ho fatto qui dentro, quanto ho lavorato senza poter vedere i miei figli. L’ho fatto per arrivare a questo?”. C’è chi viene da molto lontano, come Fabio, 36 anni gli ultimi 11 trascorsi lontano da casa, da Palermo: “Sono stato 8 anni alla Dalmine di Bergamo poi qui. La mia ragazza sta a Palermo e vorrebbe salire a vivere con me. Le ho detto di tenersi stretta il suo lavoro giù perché qui al Nord non c’è più niente”. L’Italia rovesciata alla Rothe Erde: “C’è una signora che ha 31 anni di anzianità e una lettera di licenziamento in tasca. Ogni mattina vede i suoi colleghi che vanno a lavorare come se niente fosse. Queste cose fanno male”.
La vicenda ha visto momenti anche più tesi, durante la quinta settimana di sciopero. Il martedì i “crumiri” hanno provato a forzare il blocco per entrare, poi la convocazione del tavolo ha calmato gli animi, ma la settantina di dipendenti è comunque entrata, dal retro. I colleghi in sciopero si sono arrabbiati, e molto, e solo una massiccia presenza delle forze dell’ordine, mai vista prima da queste parti, ha permesso l’uscita dalla fabbrica. A mezzanotte, però. Il venerdì successivo invece si sono presentati con una quindicina di vigilantes privati “che abbiamo chiesto all’azienda per proteggere le nostre macchine da quegli scalmanati” che sono stati allontanati dalla polizia. Poi c’è la vicenda del parroco che ha messo a disposizione l’oratorio per far connettere gli impiegati con la wireless al sistema della Rothe Erde. La Fiom dice che il parroco l’ha fatto su richiesta dell’azienda, la Uilm che hanno fatto loro una donazione, come si fa sempre. Per ogni verità è pronta un’altra diametralmente opposta. Come le telefonate di invito a tornare al lavoro che arrivano a casa degli scioperanti: la Fiom è convinta che i numeri siano stati forniti dagli impiegati, loro assicurano che non c’entrano niente. Alla base di tutto, un concetto: la democrazia nei luoghi di lavoro. La contro-protesta della Uilm parte perché lo sciopero a oltranza sarebbe stato deciso solo dalla Fiom, la Fiom ribatte che nell’assemblea che lo ha deciso c’erano anche i rappresentanti Uilm, “che in quelle precedenti non si erano visti”. La Fiom ha un documento che conferma il mandato con 110 firme, la Uilm ha una lettera che chiede di tornare al lavoro sottoscritta da 102 dipendenti. Per i primi è uno “scontro fra operai”, per i secondi è uno “scontro fra dipendenti”. Questione di terminologia, ma è anche l’emblema di come sarà difficile ricomporre i pezzi di un vetro frantumato.
Le trattative si stanno sbloccando, il prefetto sta giocando il suo ruolo, l’azienda dovrà prima o poi parlare con tutti i sindacati. Nel frattempo c’è una fabbrica ferma, 44 lavoratori che non sanno cosa gli succederà domani e una divisione che non si vedeva da tempo. Chiamateli crumiri, chiamateli estremisti ma sono tutti lavoratori che hanno da perderci qualcosa. A guadagnarci, ancora una volta, è l’azienda che sta sopra e muove le fila.
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