- Extra Media - http://www.extramedia.org -
IL CASO SPACCINO
Posted By admin On 15 maggio 2009 @ 13:57 In Senza categoria | No Comments
Un caldo insolito entra dalla finestra della camera. Barbara Cicioni indossa una camiciola bianca, leggera. Sdraiata sul letto con le gambe gonfie e doloranti. Con questa terza gravidanza è ingrassata di trenta chili, è diventata anemica, il diabete gravidico. Il marito Roberto esce dalla doccia. Lei lo aiuta a rasare i peli dal collo. “Domani non vado in lavanderia. Non ce la faccio.” Solitamente Roberto avrebbe cominciato ad insultarla: oziosa, sfaticata, vuoi fare la signora. Eppure lei lavora, e moltissimo: si sveglia alle sei ogni mattina, corre al negozio, torna e prepara la cena, fa le lavatrici, pulisce casa togliendo ogni granello di polvere perché Roberto vuole vedere i mobili splendenti sennò va in escandescenze e urla. O le molla un ceffone.
E invece quella sera del 24 maggio 2007 lui mantiene la calma e annuncia che passerà in lavanderia a fare il distillo così l’indomani le macchine saranno pronte. Barbara non gli crede. Ha saputo che la tradisce, specialmente da quando ha voluto aprire a tutti costi una seconda lavanderia a Deruta, libero di flirtare con le clienti. E’ lo stesso Roberto che agli inquirenti dirà: “Non sopportavo più la sua gelosia. In fondo tutti hanno le loro avventure, no?”. Confessa nel primo interrogatorio in carcere che quella sera calda cominciò a colpirla, Barbara aveva messo un cuscino sul viso perché gli strilli non svegliassero i due bambini che dormivano nella stanza accanto, aveva persino reagito furiosamente facendogli male al dito. E chiuso nella cella del carcere di Terni lamentava quel dolore alla mano, dimenticando di piangere per Barbara morta a trentatré anni con una bimba in grembo.

Roberto Spaccino, 39 anni, ha sempre proclamato la sua innocenza. Dice che dopo quell’ennesimo litigio violento Barbara era ancora viva, si era calmata. Era sceso in garage, aveva preso la Opel Zafira e guidato davvero fino alla lavanderia di Marsciano. Ebbe persino la lucidità di fermarsi al semaforo rosso nonostante la strada fosse vuota, per timore che gli levassero punti dalla patente. Un fotografo chiamato a testimoniare disse che effettivamente quel giovedì di maggio inusitatamente afoso era passato a lasciare le macchine fotografiche nello studio accanto alla lavanderia Cicioni e vide, è vero, la luce accesa. Mancava un quarto d’ora alla mezzanotte. Racconta Roberto che tornò a casa a mezzanotte e mezza e trovò la moglie morta ai piedi del letto. Sono stati i ladri albanesi, ripete. Un carabiniere incaricato delle indagini raccolse una confidenza in paese: “Una morte annunciata”. Tutti sapevano che Spaccino era violento con la moglie. Le voci di paese dicevano anche altro, e cioè che regalare qualche schiaffo in casa è un fatto normale.Due anni dopo, il 16 maggio 2009, la corte d’assise di Perugia lo ha condannato all’ergastolo. Spaccino non ha voluto presenziare alla sentenza, e nemmeno la madre Rita e padre Gerardo che un giorno aveva inseguito Barbara con una falce: “Se non la smetti di toccare mio figlio torni a casa tua” perché la donna aveva osato reagire alle botte colpendo la mano del marito con un mestolo.
Marsciano li chiama il clan, il clan degli Spaccino. Gerardo e otto fratelli con mogli e figli, raggruppati nel borgo di Compignano. Una famiglia patriarcale e contadina. “Siamo la parte migliore della società” disse una cognata di Barbara durante il processo, smentendo che Roberto fosse scontento della nuova gravidanza e volesse un aborto. Il clan Spaccino è cattolico, mai avrebbe permesso che una donna perdesse un figlio. Perché la donna buona è la moglie e madre ubbidiente, che tiene la casa uno specchio e sopporta le scappatelle del marito. Così facevano tutte le Spaccino, tranne Barbara. Barbara figlia di una donna libera come Simonetta Pangallo, che dopo dieci anni di matrimonio inquieto con Paolo Cicioni aveva deciso di separarsi e vivere da sola. “Sei una troia come tua madre”, urlava continuamente Roberto, tanto che un giorno il figlio maggiore della coppia le rivolse lo stesso insulto. L’uomo era davvero contrario ad un terzo figlio, nei primi mesi le diceva: “Fallo segnare a nome di tuo padre”.Barbara era il cervello di casa, dice Roberto durante il primo interrogatorio. Aveva rilevato il lavasecco diventando una piccola imprenditrice e assumendo il marito che dopo un grave incidente non poteva continuare a guidare tir. “Non sono un carattere forte”, ha ripetuto Spaccino alla pm Antonella Duchini. Una debolezza di spirito utilizzata dai suoi difensori per scagionarlo dall’omicidio: un uomo violento è violento dentro e fuori casa, e invece Roberto non è mai stato coinvolto in una rissa, in paese lo chiamano “il cane del contadino” perché abbaia ma non morde. Eppure mordeva Barbara, anche quando era incinta. E anche quando il pancione ingrossava a dismisura la costringeva a lavorare, le diceva poi: “Sei grassa da fare schifo”.
“E’ ipersensibile al potenziale rifiuto e all’aspettativa timorosa di essere sottostimato” scrive il criminologo Francesco Bruno nella perizia della difesa secondo la quale Roberto non ha il profilo del killer. Non aveva il profilo del killer però sentenziava: “Questa femmina prima o poi mi tocca ammazzarla”, e poi disse alla corte d’assise che era un modo di dire tipico della zona umbra. Il processo Spaccino non è stato un semplice processo per omicidio, ma un fascio di luce puntato sulle zone d’ombra della famiglia italiana. Dove un marito perbene, perbene per la famiglia e l’intero paese, picchiava regolarmente la moglie perché pensava che questo fosse normale. I difensori hanno adottato questa linea: i maltrattamenti c’erano ma occasionali, Roberto è un uomo un poco violento ma innamorato della famiglia, non beve, non fuma, la villetta della coppia trabocca di foto dei figli sorridenti, disegni colorati, un altalena in giardino, come un padre attento accompagnava i bambini a calcio, ora vedete come piange. “Spero che vi schianterete”, così disse un giorno alla moglie che partiva per Roma in macchina con la madre e il figlio maggiore che doveva sottoporsi ad un piccolo intervento al Bambin Gesù.. E una notte Barbara urlava di dolore per un attacco di appendicite, il marito si rifiutò di accompagnarla all’ospedale: “Chiama tuo padre”. Suo padre, Paolo, un giorno aveva preso la macchina e si era diretto alla villetta di Compignano per parlare a quattr’occhi con il genero: “Non picchiarla più” e Roberto rispose: “Va bene”.
Gli schiaffi continuavano, nel 2005 intensi e feroci poiché Roberto voleva aprire una seconda lavanderia a Deruta, stette lontano da casa alcuni giorni e quando tornò aprirono il negozio a suo nome. Barbara cominciò a comprendere la finalità del business quando una donna una mattina le aveva sussurrato: “Non sai tenerti un marito”. Spaccino aveva cominciato a frequentare i night con un amico, raccontava alle ballerine che la moglie era malata di cancro alle ovaie e poi mostrava le foto dei figli. Con la scusa della schiena spezzata, passava una settimana l’anno alle terme di Fontecchio dove si dava alle avventure. E poi nuovamente Deruta, concesse il lavaggio di un tappeto ad una prostituta colombiana in cambio di un rapporto sessuale. A casa le botte, botte pesanti che non lasciavano il segno e dunque non erano nemmeno botte: nel personale gergo di Spaccino, litigare significa tirare schiaffi e gli schiaffi non sono nulla. “Non ho mai picchiato Barbara davanti ai bambini, al massimo uno sventolone o un cazzotto”. La madre Simonetta non sapeva dell’inferno coinugale e ora vive annegando nel senso di colpa: “Sapeva che se me lo avesse detto sarei andata dalla polizia”. Soltanto una volta Barbara si era avvicinata davvero alla separazione, aveva preso appuntamento con un avvocato amico della sua commercialista, lo stesso legale consultato dalla cognata che voleva allontanarsi dal marito Stefano Spaccino, poi però entrambe avevano desistito. La pm Antonella Duchini lo ha spiegato alla corte: la donna era vittima del ciclo della violenza tipico dei maltrattatori, tre fasi di tensione, esplosione della rabbia e pentimento. Una luna di miele che seguiva i pugni, e Barbara pensava che davvero il marito potesse cambiare. La zia Elisa che sapeva delle botte le consigliava di divorziare, ma la nipote era irremovibile: non voleva affliggere i figli con il dolore di un divorzio, come lei aveva sofferto per il divorzio dei genitori. Eppure alla colf cingalese che era fuggita da un marito violento aveva confidato: “Sei stata coraggiosa ad andartene”.
Come lei muoiono ogni anno decine di donne, ammazzate dal marito o dal compagno. Centouno nel 2006, centosette nel 2007, centotredici nel 2008. Ormai i femminicidi sono la maggioranza relativa degli omicidi in Italia, ne uccide più la famiglia che la mafia o la piccola criminalità, quella che tanto preoccupa la politica. La preoccupa talmente che la scoperta del cadavere di Barbara Cicioni nella villetta umbra portò il governo dell’epoca a interessarsi personalmente della vicenda. Pensavano che fosse una rapina compiuta da criminali stranieri. Al Viminale fremevano per entrare nelle indagini, venne mobilitato lo Sco di Roma: come rivelò poi un funzionario della polizia al processo, “pensavamo che questo fatto particolarmente eclatante avrebbe potuto determinare un allarme e problemi di ordine pubblico su tutto il territorio nazionale”. All’una e nove minuti del 24 maggio l’ambulanza frena nel piazzale di ghiaia. L’infermiera e il medico esaminano il corpo di Barbara, dicono che è morta asfissiata. Qualcuno l’ha picchiata. Il giorno dopo Roberto rivela ai giornalisti che probabilmente le ha tolto un cuscino dal viso prima che arrivasse il 118. Il cuscino. Nessuno sapeva con certezza che la donne fosse stata soffocata, i risultati dell’autopsia saranno resi noti soltanto il 26. E così scatta il primo sospetto. E quella casa a soqquadro, strano che gli ignoti ladri non abbiano prelevato nulla, la borsa di Barbara era rimasta sul mobile all’ingresso con circa tremila euro all’interno. La portafinestra era chiusa, nessun segno di effrazione.
Il 29 maggio Spaccino viene arrestato, poche ore prima del funerale della moglie e della bimba che doveva chiamarsi Elena. E il governo smette improvvisamente di fare pressioni sul procuratore generale di Perugia. In fondo, è un dramma privato e la politica deve fare un passo indietro.
Article printed from Extra Media: http://www.extramedia.org
URL to article: http://www.extramedia.org/il-caso-spaccino/
URLs in this post:
[1] Image: http://www.extramedia.org/blog/wp-content/uploads/2009/05/spaccino03.jpg
Click here to print.
Copyright © 2009 Extra Media. All rights reserved.