8 febbraio 2010, POMIGLIANO D'ARCO
I BAMBOCCIONI DI MAMMA FIAT
TESTI ANDREA MILLUZZI - FOTOGRAFIE EMILIANO MANCUSO
C’è il ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola che cerca di mediare, ci sono migliaia di operai in sciopero, ci sono gli attivisti di Casa Pound che sigillano le concessionarie Fiat in giro per l’Italia al grido “Fiat non ama l’Italia”, c’è Mimmo che dice di non essersi mai trovato prima in questa situazione e non sa perché. E’ multiforme e complicato l’universo Fiat, la “storica azienda italiana”, il “fiore all’occhiello dell’economia”, l’ “unico potere forte che c’è in Italia”, a seconda del punto di vista. Sta di fatto che sembra essere arrivata la resa dei conti, il capitolo finale dell’ennesimo braccio di ferro fra il Lingotto, lo Stato e i metalmeccanici. Perché, evidentemente, la Fiat dell’Italia non ne può più. 80mila dipendenti, senza considerare l’indotto, miliardi di lire ricevuti negli anni dai vari governi, una storia legata a doppio filo: dopo aver munto tutto quello che c’era da mungere, le macchine salutano e se ne vanno. Almeno ci provano.
Fra gli stabilimenti Fiat sparsi per l’Italia (i principali: Mirafiori, Termini Imerese, Pomigliano d’Arco, Cassino e Melfi) si sta parlando soprattutto di Termini imerese. L’impianto siciliano ha una valenza politica oltre che economica, essendo una delle molte cattedrali nel deserto della produzione italiana. Tolta la Fiat, a Palermo e dintorni resterebbe ben poco. Ma togliere quello stabilimento da là è proprio l’intento della Fiat. Dichiarato e annunciato: entro il 2011. Sergio Marchionne, amministratore del Lingotto, lo va dicendo da tempo: in Sicilia produciamo in perdita ed è stupido restare là. Non è colpa loro, ma delle infrastrutture mancanti, della concorrenza globale, della crisi economica mondiale…. Avete presene i ragionamenti delle multinazionali, no? Facile capire perché già da adesso 16 dipendenti della Delivery Email (che si occupano della pulizia dei cassoni Fiat dello stabilimento e che già hanno ricevuto la lettera di licenziamento) sono saliti sul tetto per sottolineare che a loro quel lavoro serve. Dietro i numeri le macerie che la Fiat lascerà in Sicilia: 1300 occupati direttamente, 600 nell’indotto. Ci sono altri operai che sono saliti sul tetto, ancor prima dei colleghi siciliani. Ma era Natale, non molti se ne sono accorti, nonostante un parroco che ha celebrato la messa della Vigilia a 30 metri d’altezza e un intero paese che è sfilato in processione con loro. Sono i 36 dipendenti di Fiat Handling, licenziati a fine 2009. Dal 17 dicembre passano le loro giornate fra la sala del consiglio comunale di Pomigliano d’Arco e il tetto del municipio. I primi licenziati della Fiat. Non proprio licenziati, perché erano in scadenza di contratto. C’era però un accordo: alla fine naturale (dicembre 2009) la trafila dei contratti a termine sarebbe finita e il tanto agognato posto fisso per loro sarebbe diventato realtà. Di mezzo c’è un passaggio di consegne, con la vecchia ditta che affida i lavoratori e i loro contratti a mamma Fiat. Ma in quei contratti c’è scritto che il 2010 sarebbe stato l’anno della stabilizzazione. Solo che la Fiat dice di essere in crisi, che il calo delle ordinazioni a gennaio ci sarà, che senza gli incentivi statali sarà difficile mantenere i livelli, insomma che non ci sono più soldi per dare in appalto la pulizia dei cassoni che viene riportata sotto il cappello principale. In una frase: licenziati in 36. Dopo 4 anni di lavoro precario, “senza mai un giorno di malattia o un permesso” raccontano. “Pensavamo di essere al sicuro, ora che eravamo finiti sotto il cappello di mamma Fiat. Invece, ecco la sorpresa”.
Franco, Mimmo, Aniello, Salvatore sono tutti ragazzi fra i 30 e i 50 anni, sono cioè quei lavoratori che una volta perso il lavoro faticano più degli altri a ritrovarlo: “A 21 anni già lavoravo, adesso ne ho 37 e sono fuori. Ho detto a mia figlia che ce ne dovremo andare da Pomigliano, anche se so che le dispiacerà. Ma già sto cercando altrove”. Salvatore parla seduto su una delle poltroncine del consiglio comunale, Noemi, sua figlia, di anni ne ha 12 ed è lì con lui a vedere quello che succede: “Lei sa tutto, voglio che capisca bene quello che sta succedendo in questo Paese”. A Pomigliano oltre alla Fiat non c’è molto altro, spesso le famiglie sono monoreddito e numerose. Come affrontare un licenziamento in famiglia? “Io a mio figlio non dico niente, ha 4 anni e non voglio che mi veda preoccupato” dice un operaio; “Io invece ci parlo con mio figlio, per stare qui devo abbandonare casa e famiglia e lui deve sapere perché”. Un mese e mezzo di occupazione, notizie sempre peggiori. Si parla del trasferimento della produzione della Panda dalla Polonia a Pomigliano, si parla di incentivi e di prepensionamenti. Ma di loro non si parla mai. E così, tutti e 36 hanno preso un autobus e sono venuti direttamente a Roma, sotto il ministero dello Sviluppo economico Ci sono solo loro degli 80mila dipendenti Fiat e si fanno sentire. Hanno dei cartelli, si autodichiarano “Prodotto interinale lordo”, “bamboccioni con mogli e figli”, rivogliono l’articolo 1 della Costituzione, quello che dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Cantano che “i bambini hanno fame e lo Stato sta a guardare” e che “la gente come noi non molla mai”. Lo cantano, lo dicono a Epifani, Rinaldini, Bonanni che dovranno parlare di loro con i loro datori di lavoro. A Roma piove, davanti al Ministero è un viavai di auto blu e di telecamere. Staranno là fino alla fine, fino a quando il ministro Scajola uscirà per dire che “il dialogo con Fiat è ripreso”. Sì, ma per dirsi cosa? Che ci sono una decina di proposte per Termini Imerese che “dovranno essere vagliate”. Punto. Poi sarà scontro verbale, fra Governo e azienda per addossarsi a vicenda la colpa di una situazione incredibile: mamma Fiat si è stancata della figlia Italia. Alcuni figliocci già li ha lasciati per strada e loro sono saliti sui tetti. “La nostra colpa è di aver superato l’età per cui un Governo si sente in dovere di tutelarci. Ma noi siamo disposti pure a cambiare stabilimento, a spostarci. Ci serve il lavoro, abbiamo sopportato di stare 4 anni con contratti a termine e senza mai prendere un giorno di malattia. Perché adesso la crisi viene scaricata solo su 36 persone?”.
L’occupazione continua, la speranza pure. C’è un tavolo di trattativa a Roma? Si prende il pullman e si va. C’è uno sgarbo subito da vendicare? Si occupa direttamente il Municipio. E’ così da due mesi ormai e lo sarà ancora per chissà quanto. “Ma noi non ce ne andremo, finché non avremo ottenuto il lavoro”. Anche se questo presuppone una vita in salita: “Perdere il lavoro è dura, significa soffrire ogni giorno. E’ finito il relax, è finito lo svago. Se non siamo qui a occupare siamo a casa, ma non ci riposiamo mai. Sai, prima c’era un processo di vita, adesso non c’è nulla” racconta Aiello che ha poco più di 30 anni e che si sta pure laureando in medicina veterinaria, “sì, ma se continua questa situazione non avrò mai la testa libera per finirla”. Capito Fiat cosa significa aver voluto essere mamma?






