- Extra Media - http://www.extramedia.org -
GLI INVASORI DI ROMA
Posted By admin On 17 ottobre 2009 @ 19:55 In Senza categoria | 5 Comments
“Siamo peggio della spazzatura, perché la spazzatura puzza e stai attento a dove la butti. Noi invece abbiamo le gambe e ci possiamo spostare” E in più c’è la dignità. Per chi, nella Roma dei nuovi quartieri, dello sviluppo sostenibile di Alemanno, dei Caltagirone e dei Mezzaroma, una casa è solo uno spot elettorale, c’è sempre un’estrema soluzione: occupare. Con Action, con Asia Rdb, insomma con i Blocchi Precari Metropolitani. Sono i nemici a cui Alemanno ha dichiarato guerra. “Roma non tollererà più occupazioni” ha detto il sindaco. E alle parole sono seguiti i fatti: sgomberato l’ex ospedale Regina Elena, sgomberato il palazzo a via Salaria, gli occupanti “temporaneamente” trasferiti nei nuovi “residence”: palazzi di nuova costruzione con quattro o cinque letti a castello per stanza e un bagno in comune. Uomini e donne, bambini e anziani rimangono là in attesa o di una nuova sistemazione o di essere lasciati al loro destino. Fuori dal centro, lontano dagli occhi di cittadini non sempre entusiasti di vivere fianco a fianco con degli illegali. Lontano dai centri di interesse dei palazzinari.
Secondo l’ultima indagine del Sunia, il sindacato degli inquilini, nella Capitale ci sono 51mila famiglie in emergenza abitativa. Nello specifico: 17mila sono in graduatoria per un alloggio popolare, 23mila hanno richiesto il contributo d’affitto, 5mila sono impossibilitate ad acquistare l’alloggio cartolarizzato. Poi, gli sfratti: 7.574 nel 2008 (+18% rispetto al 2007), 31mila negli ultimi cinque anni. Numeri che raccolgono situazioni e problematiche diverse, numeri che non tengono conto di chi nemmeno esiste, come gli immigrati irregolari, i senza dimora, i disoccupati. Numeri che servono sì a lanciare l’allarme ma che potrebbero pure contribuire alla più odiosa delle guerre fra poveri: “Noi ci teniamo sempre a precisare che non usurpiamo il diritto di altri ad avere una casa, non occupiamo case popolari o destinate ad altre famiglie. Noi occupiamo stabili dismessi, inutilizzati da anni che per noi rappresentano una cosa fondamentale: un tetto sopra la testa” racconta Claudio mentre esce da casa sua, al secondo piano della ex scuola 8 marzo nel quartiere Magliana, occupata due anni fa e adesso di nuovo in prima pagina dei giornali.
Già negli anni 70 questo palazzo di 5 piani fu occupato perché gli abitanti del quartiere volevano fermare la speculazione edilizia, poi il Comune decise di ricavarci una scuola. Ma durò pochissimo e la 8 marzo, così chiamata in onore della festa della donna, rimase di nuovo in balia degli eventi e, da caserma che infine doveva diventare, finì come rifugio per spacciatori, tossici e piccoli malavitosi del quartiere. Un altro fallimento di Sviluppo Italia a cui nel frattempo era finita la responsabilità del palazzo. Venticinque anni di abbandono interrotti nel 2007 da una cinquantina di persone armate di tronchesi per rompere il lucchetto. “Quando siamo entrati c’era acqua ovunque, i topi erano i padroni, le porte cadevano a pezzi. Abbiamo preso picconi e cemento e ci siamo fatti la nostra bella casetta”. Roberto è siciliano, di Messina. Sta a Roma da 40 anni e adesso è disoccupato. Anzi, si occupa di sistemare le tubature e l’impianto elettrico della 8 marzo. “Una delle nostre regole prevede di mettere 15 euro al mese nella cassa comune per le riparazioni e le spese correnti. Ma se non ce le ho non succede niente, basta che tutti diano una mano per quello che sanno fare per tenere su sta baracca”. Quindici euro a testa, 27 per una famiglia è la cifra che tutti gli occupanti confermano. 150 euro al mese e botte se il pagamento non viene fatto è invece quanto ha raccontato un ragazzo eritreo, cacciato dall’occupazione tre mesi fa. Il suo racconto è bastato ai Carabinieri di Roma per entrare nella scuola, all’alba del 14 settembre, sfondare porte e arrestare 5 ragazzi protagonisti dell’occupazione. Preceduti da una campagna stampa dei quotidiani romani Il Tempo e Il Messaggero, (di proprietà del costruttore Caltagirone) gli elicotteri e gli agenti dei Carabinieri hanno ricordato agli inquilini della scuola che occupare non può significare aver trovato la tranquillità. I cinque ragazzi hanno passato una ventina di giorni in carcere, adesso uno di loro è completamente libero, tre sono agli arresti domiciliari e l’ultimo ha l’obbligo di firma. Poi c’è un sesto indagato che era in Grecia al momento del blitz e che adesso attende di rientrare. Le accuse, in attesa di un processo che tarda a partire, si sono piano piano smontate e dell’associazione a delinquere a scopo di estorsione, possesso di armi incendiarie, furto e ricettazione di rame, furto di energia elettrica, violenza privata e occupazione di suolo pubblico sono rimaste l’occupazione e la violenza privata: “Quel ragazzo era sempre ubriaco e violento. Una volta ha aggredito Sandro da dietro e lui ovviamente ha reagito. Da qui l’accusa della violenza” raccontano alla 8 marzo. Ma queste testimonianze non sono state raccolte né dai carabinieri, né dal Gup che ha convalidato gli arresti.
Questa brutta storia giudiziaria, tuttora in corso, altro non è che l’ennesimo avvertimento della giunta capitolina ai Blocchi Precari Metropolitani. Il tentativo di delegittimare, prima con una campagna stampa poi con l’utilizzo delle forze dell’ordine, chi si è arrangiato in aree abbandonate ha però poco a che vedere con la quotidianità di un’occupazione. Nella ex 8 marzo, ad esempio, vive una cinquantina di famiglie, in prevalenza italiane, marocchine e peruviane. Fra loro, un giornalista free lance e un architetto, Claudio: “Fino a 8 mesi fa stavo in una casa dove vivevamo da 3 generazioni. Però era degli enti ed è stata venduta alla Pirelli e siccome io, da precario, non potevo più permetterla sono stato sfrattato. Ed eccomi qui”. C’è Carlo, un ragazzo della Magliana che ha rimesso in piedi la vecchia palestra, adesso aperta a tutto il quartiere con cyclette e sacchi da boxe; c’è Fernando, rimasto senza dimora e per 12 anni in graduatoria con 8 punti “che è una presa in giro e allora io occupo. Loro non rispettano le persone, io non rispetto la legge”. C’è una coppia marocchina, la ragazza ha partorito proprio il pomeriggio del blitz. Ci sono Maria e Angelo, peruviana lei, italiano lui. Anche Angelo era in ospedale il 14 settembre, ma per un altro motivo: attendeva un’operazione al cuore, il tredicesimo intervento dal 2006 ad oggi. “Facevo il carpentiere, poi sono andato in pensione e sono andato a vivere in Perù con mia moglie e i due figli. Però mi sono subito ammalato di cancro e sono dovuto tornare in Italia perché là non c’erano le strutture adatte. Ho un catetere a vita, ho avuto un infarto. Però ho anche una pensione di 700 euro e come faccio a pagarmi pure un affitto? Ci hanno dato una stanza al San Camillo, ma quando sono stato meglio ho voluto lasciare il mio posto ad altri. Quindi siamo andati a vivere dalla sorella di Maria, ma dopo poco ci hanno sfrattato pure da là. Adesso io dovrei baciare i piedi a questi ragazzi, altro che estorsione”. Quando i carabinieri sono arrivati davanti a casa loro, uno ha preso i pannoloni di Angelo, li ha buttati in terra e ci ha camminato sopra: “Io non sono una persona cattiva, non ho mai fatto del male a nessuno. Non ne avrei il tempo”.
Chi fa parte dei blocchi entra in una comunità. Se succede qualcosa ad un’occupazione tutte le altre si mobilitano. Se una delle sigle dei BPM organizza qualcosa, le altre vengono coinvolte. Così è nato e continua a farsi sentire uno dei pochissimi movimenti che, a distanza di 8 anni da Genova, riesce a ottenere risultati e a fare politica attiva sul territorio. Picchetti, manifestazioni, cortei. Anche se è domenica: “Sono stanca morta, stamani siamo andati alle 4 di mattina sotto Rebibbia, a trovare i ragazzi della Magliana”. Antonella è miss occupazione di via Prenestina 913. E’ la più adulta del gruppo, è romana ed è sempre in compagnia della figlia Roberta. Loro vivono in una palazzina a se stante, sopra una famiglia peruviana e una marocchina. Accanto c’è la fabbrica della Fiorucci, abbandonata da 19 anni, fatiscente, e diventata dal 27 marzo scorso la nuova casa di circa 60 famiglie. “Ci vogliamo spostare, appena finiamo di sistemare entriamo tutti nel grande spazio della fabbrica”. Per ora Moustafà, Antonella e Roberta, Daniel, Yassir e tutti gli altri vivono in quelli che una volta erano gli uffici. Siamo nella prima periferia romana, qui non si parla di quartieri o vicinato. E’ zona industriale abbandonata a se stessa, tanto che spesso ci imbattiamo in lamiere di amianto. E’ domenica e soprattutto è la fine del Ramadan. I marocchini si preparano a fare festa, gli altri non aspettano altro che partecipare e intanto li prendono il giro per tutto quello che non hanno potuto fare nel mese precedente. Parlano di integrazione dal basso, parlano di politica anche sorprendendo, perché non è scritto da nessuna parte che chi è clandestino, marginalizzato, povero o sfrattato debba essere di sinistra.
E’ ora di pranzo, a casa di Daniel e Sara ci sono in bella vista mais nero, pasta con pollo e patate con salsa. Marito e moglie peruviani, il figlio Reivi di 2 anni, la figlia Gina di 6, il cognato con la compagna, la nuova vicina marocchina che non parla una parola di italiano ma sa fare un buonissimo tè alla menta, e due giornalisti italiani venuti a curiosare: “Vi aspettavate questa accoglienza?”. Sì, perché no. Pure questa è casa. E pure qui non si scappa dal rituale della Serie A su Teleroma, con Luca che è interista e Daniel che invece non si interessa di calcio e mette su una videocassetta con le immagini delle feste nelle Ande. “In Perù si stava bene, ma il lavoro non c’era. Quindi siamo andati in Spagna ma era pure peggio, perché sono più razzisti di voi. Alla fine siamo venuti a Roma e ci siamo stabilizzati”. Sara ha il permesso di soggiorno, Daniel no. Sara fa la badante a tempo pieno (”da una signora laziale, ma io sono romanista e quando l’abbraccio con la maglia di Totti s’arrabbia”) Daniel lavora saltuariamente e i due bimbi vanno a scuola a Pineta Sacchetti “dove c’è anche un ottimo ristorante peruviano”. Non si preoccupano di vivere in una ex fabbrica abbandonata, ci stanno lavorando e cercano di trovare la migliore sistemazione possibile: “In Perù noi chiamiamo occupazione quando lo stato ci mette a disposizione un terreno e noi ci costruiamo. Così quello che abbiamo fatto qui lo chiamiamo invasione” dicono, ridendo. Poi Daniel si fa serio: “Se sei solo è molto più difficile fare una cosa del genere, se sei con la famiglia la fai per forza. Hai i bimbi, dove li fai vivere?”. Si prepara il Ramadan, i due curiosi se ne vanno alla volta di un’altra periferia in un altro quartiere romano: via Spalla 53, a Roma 70.
Lontano dall’atmosfera paesana della Magliana, diverso dall’area industriale della Prenestina, lo Spalla occupato è un enorme edifico a specchio costruito nel 1997 e subito abbandonato. Dal maggio 2008 ospita 94 famiglie, tutte sotto l’ala protettiva di Mimmo, storico esponente di Asia Rdb che oltre a smistare appartamenti dà dei buoni consigli: “Ho sempre pensato che un’occupazione oltre che una necessità possa essere un’occasione di vita. La promiscuità permette di imparare a rispettarci e a sapersela cavare in ogni situazione. D’altronde, ci sono passato anch’io…” Lo Spalla è una delle più vecchie occupazioni di Roma. Fuori campeggiano le bandiere del sindacato, negli scantinati c’è un garage-officina, un ampio salone per le feste e pure una moschea. Ad ogni piano una cartina con i nomi degli occupanti. Come negli altri casi, l’anagrafe è multietnica: c’è un ragazzo di Santo Domingo che si occupa delle piccole riparazioni, c’è Gerarda, un’estetista sfrattata da Prati un anno fa, c’è una ragazza romana incinta del secondo figlio che la notte di quel maggio entrò con il pancione da settimo mese. Ricavare appartamenti da degli uffici non è stato semplice, ma il risultato è molto più che dignitoso: “Alcuni mobili ce li hanno regalati gli abitanti del quartiere, altri ce li siamo portati dalle case dive vivevamo prima” racconta Anna, che vive al secondo piano con il figlio, la nuora e tre cani. Anna apre la dispensa, ci sono due sacchi di pasta e uno di sale della Caritas: “Andiamo a prenderli due volte al mese, fra l’altro senza nemmeno pagare il biglietto del bus che mi vergogno tantissimo, e ogni volta loro sono stupiti che degli italiani abbiano bisogno di cibo. Pensano che ci marciamo, non sanno come sono costretti a vivere molti loro connazionali”. Il terrazzo è un cumulo di vecchi schedari e gommapiuma, li ha sistemati lassù un ragazzo algerino del nono piano “l’unico straniero di un cantiere edile e, guarda caso, l’unico a essere stato licenziato con la crisi”. Vive con tre figlie la moglie italiana “e mi domando perché lo Stato non si occupi di lei. Non dico di me, che sono straniero, ma lei è italiana…”.
Lo Stato, per la sua assenza, è il grande imputato di tutta questa storia. Dopo una serie di manifestazioni, proteste, sit-in, il movimento è stato ascoltato dalla Regione Lazio al momento di decretare il nuovo piano casa che prevede la costruzione di 100mila nuovi alloggi in 5 anni, e dà la possibilità alla Regione di proporre alloggi in affitto a canone sostenibile o con diritto di riscatto. Una novità a favore dei senza casa, una prima vittoria dei movimenti. La strada è ancora lunga, ma i BPM già hanno capito una cosa: “Quando alle assemblee viene detto che le idee e gli obiettivi di una sigla devono diventare collettive, ed è una vita che cerchi di far valere questa filosofia, beh, è la cosa più bella del mondo>” Parola di Mimmo, che di case occupate ne ha vissute un bel po’.
Article printed from Extra Media: http://www.extramedia.org
URL to article: http://www.extramedia.org/gli-invasori-di-roma/
Click here to print.
Copyright © 2009 Extra Media. All rights reserved.