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	<description>Solo un altro blog targato WordPress</description>
	<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 22:18:47 +0000</pubDate>
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		<title>SUPERCAR</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 22:11:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Siamo tornati verso Sud. Nei paesi del dissesto idrogeologico italiano, in Calabria e Sicilia, dove due frane hanno costretto migliaia di persone ad abbandonare le loro case. E ancora una volta abbiamo percorso l'A3, la Salerno-Reggio Calabria.]]></description>
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<p class="MsoBodyText">Si dice spesso che la rete autostradale di un paese, se vista in una cartina geografica, finisce per assomigliare alle vene di un corpo umano. Alle arterie. E le macchine sono piastrine che viaggiano per tutto il corpo. E se un corpo è malato, dallo stato delle arterie lo si può capire. In questi mesi abbiamo viaggiato su e giù per l’Italia, sempre sulle nostre quattroruote, globuli bianchi alla ricerca di chissà quale cura o anticorpo sullo stato del nostro paese. Finchè una fiammata ha cancellato tutto, e noi ci siamo ritrovati a piedi. Può non essere di alcun interesse per il nostro viaggio in Italia scrivere di un motore che si è fuso, ma dove è successo sì, e ancor più quello che c’è stato prima ancora di più.</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">
<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/supercar/frane003.jpg" title="Frana di Maierato. " class="shutterset_singlepic442" >
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</a>
</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">A3, quasi un simbolo, un’essenza mitica ormai per il nostro paese. La Salerno-Reggio Calabria, l’unica autostrada italiana dove ogni percorrenza è davvero un’avventura. Non c’è nessun’altra strada in Italia dove si ha la sensazione di viaggiare in un altro paese, esotico, difficile, pericoloso ma eccitante. Non c’è nessuna autostrada in Italia dove hai la sensazione di entrare, e poi uscire, in un altro mondo. La A3 è l’unica autostrada italiana dove non si paga, dove nessuno ancora ha avuto il coraggio di chiedere soldi per il pedaggio. Forse perché memori dei rischi che si corrono attraversandola ogni volta, o forse perché un’avventura non ha prezzo, mentre un viaggio in macchina sì. O forse semplicemente perché anche noi italiani da qualche parte abbiamo un qualche senso del pudore, e chiedere un pedaggio qui è davvero troppo. Ma ci crediamo poco, e non durerà per molto, prima o poi qualcuno quei soldi li chiederà, e magari per coprire 20 anni di investimenti, sprechi e corruzione. O forse, ancora, perché siamo in Calabria, e perché tutti sotto sotto pensiamo che stiamo varcando un confine più che un’autostrada. E al confine non si chiede pedaggio</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">Eravamo diretti a Giampilieri. Tanti chilometri da fare. Anche un lembo di mare. E poi altri km. Direzione San Fratello, paese evacuato a causa di una frana, mesi dopo la tragedia di Giampilieri. Assomiglia a un terremoto la zona rossa del paese. Case aperte a metà, strade spaccate, crolli, persone che si aggirano frastornate e ancora incredule. “Ho lavorato vent’anni in Germania per costruire questa casa e ora non ho più nulla. Che significa questo ?” Ci dice, quasi timido, un vecchietto.</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">Troppa acqua, troppe piogge, ci spiegano i Vigili del Fuoco. E così il terreno sotto il paese si è come sciolto, e lo ha fatto spronfondare. Causa dell’uomo - chiediamo in giro ? Sì, anche se poi ti spiegano sempre la complessità e a volte l’imprevedibilità degli eventi naturali. Ma a San Fratello è già successo, agli inizi del ‘900, dall’altra parte della collina. E dopo hanno costruito la parte moderna, sul lato opposto, quello sicuro, ora venuto giù anche lui, insieme a tante piccole villette. Chiediamo: abusive ? Nessuno risponde. Strana parola questa, forse suona come “straniera”.</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">
<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/supercar/frane016.jpg" title="Frana di San Fratello" class="shutterset_singlepic452" >
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</a>
</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">E ripartiamo, destinazione: Maierato, Calabria. Di nuovo quel lembo di mare. Di nuovo le quattroruote chiuse nel traghetto, in attesa del Ponte, del transito diretto, del nuovo mostro fra Scilla e Cariddi. Chissà chi verrà inghiottito dal cemento: terreni, legalità, soldi, persone.</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">Qualche anno fa Roberto Benigni in una delle sue famose apparizioni Rai si chiedeva: “Cosa succederebbe all’Italia se la Toscana scomparisse ? Che la Liguria cadrebbe sul Lazio, l’Emilia- Romagna sull’Umbria … e così via”. E cosa succederebbe invece se scomparisse la Calabria ? Molto meno rumore, a pensarci bene. Aumenterebbe il lembo di mare verso la Sicilia, ma niente di più, nessuno cadrebbe su nessuno. Nessuna catastrofe. Anche così la Calabria sembra un corpo estraneo, un qualcosa che si può staccare dal resto, un arto artificiale, un altro mondo.</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">E siamo a Maierato. Qui non è come San Fratello, non c’è stato lo smottamento del terreno, ma qualcosa di meglio e di peggio insieme. E’ venuta giù una valanga di fango e si è portata dietro tutto quello che ha incontrato, case, alberi, strade, lampioni. Ma fortunamente è venuto giù il costone della montagna che lambisce il paese, e non quello direttamente sopra. Nessuno si è fatto male, ma c’è la paura che possa succedere ancorae e questa volta su Maierato. La causa sembra sempre la stessa – forse siamo ancora a San Fratello e non ce ne siamo accorti, in questo viaggio sotto la pioggia, costante per tutti e tre i giorni. L’acqua: eccola la causa, il killer, il nemico. Anche qui ha sbriciolato la montagna e l’ha fatta venire giù, come neve sporca. E dietro l’acqua ? Anche qui si risponde a fatica, ma mettendo insieme i pezzi e girando per le vie deserte del paese te ne accorgi. Non ci sono più alberi a drenare il terreno, ci sono invece tante case in costruzione, nel più tipico stile architettonico calabrese. Prima un piano, poi l’altro e sopra un altro piano ancora da finire. Tutto sembra sempre in procinto di essere finito, tutto sembra sempre in perenne costruzione. Calabria barocca si potrebbe dire, sempre verso l’alto.</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">
<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/supercar/frane008.jpg" title="Frana di Maierato. " class="shutterset_singlepic446" >
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</a>
</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">Dopo Maierato siamo ripartiti per tornare a Roma, nella testa le solite domande: quante altre volte succederà ? Quante altre volte vedremo queste emergenze e la Protezione Civile all’opera ? Quante altre volte si parlerà del dissesto idrogeologico del nostro paese e quante altre volte si continuerà a costruire ? Quante altre volte torneremo ? Forse gli anticorpi non sono sufficienti e le arterie troppo malate.</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">Agli inizia della A3 hanno posto un grande cartello luminoso: “Benvenuto sulla Salerno Reggio-Calabria”. Ed è poco dopo, poco dopo le prime gallerie, che c’è stata la fiammata. Il motore è morto, tutto da buttare. Da rifare. Nella lotta contro la malattia hanno perso le piastrine, che accorrono dove i tessuti si rompono, ma senza grandi pretese terapeutiche.<span> </span><span> </span>globuli bianchi. Peccato. Forse non frega niente a nessuno, ma noi alla nostra quattroruote eravamo affezionati. Una FIAT.<span> </span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>I BAMBOCCIONI DI MAMMA FIAT</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 12:28:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Non è facile in queste settimane scegliere quale storia seguire per la crisi del lavoro, la Fiat, l'Alcoa, la Glaxo, et. E' davvero un momento difficile sul fronte del lavoro. Vi raccontiamo la storia di 36 operai di Pomigliano d'Arco a cui la Fiat non ha rinnovato il contratto dopo 4 anni di lavoro a termine.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è il ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola che cerca di mediare, ci sono migliaia di operai in sciopero, ci sono gli attivisti di Casa Pound che sigillano le concessionarie Fiat in giro per l’Italia al grido “Fiat non ama l’Italia”, c’è Mimmo che dice di non essersi mai trovato prima in questa situazione e non sa perché. E’ multiforme e complicato l’universo Fiat, la “storica azienda italiana”, il “fiore all’occhiello dell’economia”, l’ “unico potere forte che c’è in Italia”, a seconda del punto di vista. Sta di fatto che sembra essere arrivata la resa dei conti, il capitolo finale dell’ennesimo braccio di ferro fra il Lingotto, lo Stato e i metalmeccanici. Perché, evidentemente, la Fiat dell’Italia non ne può più. 80mila dipendenti, senza considerare l’indotto, miliardi di lire ricevuti negli anni dai vari governi, una storia legata a doppio filo: dopo aver munto tutto quello che c’era da mungere, le macchine salutano e se ne vanno. Almeno ci provano.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/i-bamboccioni-di-mamma-fiat/IMG_7510.jpg" title="Operai Fiat sul tetto del comune di Pomigliano D'arco" class="shutterset_singlepic417" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/417__480x320_IMG_7510.jpg" alt="IMG_7510.jpg" title="IMG_7510.jpg" />
</a>

<p>Fra gli stabilimenti Fiat sparsi per l’Italia (i principali: Mirafiori, Termini Imerese, Pomigliano d’Arco, Cassino e Melfi) si sta parlando soprattutto di Termini imerese. L’impianto siciliano ha una valenza politica oltre che economica, essendo una delle molte cattedrali nel deserto della produzione italiana. Tolta la Fiat, a Palermo e dintorni resterebbe ben poco. Ma togliere quello stabilimento da là è proprio l’intento della Fiat. Dichiarato e annunciato: entro il 2011. Sergio Marchionne, amministratore del Lingotto, lo va dicendo da tempo: in Sicilia produciamo in perdita ed è stupido restare là. Non è colpa loro, ma delle infrastrutture mancanti, della concorrenza globale, della crisi economica mondiale…. Avete presene i ragionamenti delle multinazionali, no? Facile capire perché già da adesso 16 dipendenti della Delivery Email (che si occupano della pulizia dei cassoni Fiat dello stabilimento e che già hanno ricevuto la lettera di licenziamento) sono saliti sul tetto per sottolineare che a loro quel lavoro serve. Dietro i numeri le macerie che la Fiat lascerà in Sicilia: 1300 occupati direttamente, 600 nell’indotto. Ci sono altri operai che sono saliti sul tetto, ancor prima dei colleghi siciliani. Ma era Natale, non molti se ne sono accorti, nonostante un parroco che ha celebrato la messa della Vigilia a 30 metri d’altezza e un intero paese che è sfilato in processione con loro. Sono i 36 dipendenti di Fiat Handling, licenziati a fine 2009. Dal 17 dicembre passano le loro giornate fra la sala del consiglio comunale di Pomigliano d’Arco e il tetto del municipio. I primi licenziati della Fiat. Non proprio licenziati, perché erano in scadenza di contratto. C’era però un accordo: alla fine naturale (dicembre 2009) la trafila dei contratti a termine sarebbe finita e il tanto agognato posto fisso per loro sarebbe diventato realtà. Di mezzo c’è un passaggio di consegne, con la vecchia ditta che affida i lavoratori e i loro contratti a mamma Fiat. Ma in quei contratti c’è scritto che il 2010 sarebbe stato l’anno della stabilizzazione. Solo che la Fiat dice di essere in crisi, che il calo delle ordinazioni a gennaio ci sarà, che senza gli incentivi statali sarà difficile mantenere i livelli, insomma che non ci sono più soldi per dare in appalto la pulizia dei cassoni che viene riportata sotto il cappello principale. In una frase: licenziati in 36. Dopo 4 anni di lavoro precario, “senza mai un giorno di malattia o un permesso” raccontano.  “Pensavamo di essere al sicuro, ora che eravamo finiti sotto il cappello di mamma Fiat. Invece, ecco la sorpresa&#8221;.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/i-bamboccioni-di-mamma-fiat/IMG_8209.jpg" title="Operai Fiat di Pomigliano D'arco protestanoa Roma sotto il Ministero dello Sviluppo economico" class="shutterset_singlepic423" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/423__480x320_IMG_8209.jpg" alt="IMG_8209.jpg" title="IMG_8209.jpg" />
</a>

<p>Franco, Mimmo, Aniello, Salvatore sono tutti ragazzi fra i 30 e i 50 anni, sono cioè quei lavoratori che una volta perso il lavoro faticano più degli altri a ritrovarlo: “A 21 anni già lavoravo, adesso ne ho 37 e sono fuori. Ho detto a mia figlia che ce ne dovremo andare da Pomigliano, anche se so che le dispiacerà. Ma già sto cercando altrove&#8221;. Salvatore parla seduto su una delle poltroncine del consiglio comunale, Noemi, sua figlia, di anni ne ha 12 ed è lì con lui a vedere quello che succede: “Lei sa tutto, voglio che capisca bene quello che sta succedendo in questo Paese&#8221;. A Pomigliano oltre alla Fiat non c&#8217;è molto altro, spesso le famiglie sono monoreddito e numerose. Come affrontare un licenziamento in famiglia? “Io a mio figlio non dico niente, ha 4 anni e non voglio che mi veda preoccupato&#8221; dice un operaio;  “Io invece ci parlo con mio figlio, per stare qui devo abbandonare casa e famiglia e lui deve sapere perché&#8221;. Un mese e mezzo di occupazione, notizie sempre peggiori. Si parla del trasferimento della produzione della Panda dalla Polonia a Pomigliano, si parla di incentivi e di prepensionamenti. Ma di loro non si parla mai. E così, tutti e 36 hanno preso un autobus e sono venuti direttamente a Roma, sotto il ministero dello Sviluppo economico Ci sono solo loro degli 80mila dipendenti Fiat e si fanno sentire. Hanno dei cartelli, si autodichiarano “Prodotto interinale lordo”, “bamboccioni con mogli e figli”, rivogliono l&#8217;articolo 1 della Costituzione, quello che dice che l&#8217;Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Cantano che “i bambini hanno fame e lo Stato sta a guardare” e che “la gente come noi non molla mai”. Lo cantano, lo dicono a Epifani, Rinaldini, Bonanni che dovranno parlare di loro con i loro datori di lavoro. A Roma piove, davanti al Ministero è un viavai di auto blu e di telecamere. Staranno là fino alla fine, fino a quando il ministro Scajola uscirà per dire che “il dialogo con Fiat è ripreso”. Sì, ma per dirsi cosa? Che ci sono una decina di proposte per Termini Imerese che “dovranno essere vagliate”. Punto. Poi sarà scontro verbale, fra Governo e azienda per addossarsi a vicenda la colpa di una situazione incredibile: mamma Fiat si è stancata della figlia Italia. Alcuni figliocci già li ha lasciati per strada e loro sono saliti sui tetti. “La nostra colpa è di aver superato l&#8217;età per cui un Governo si sente in dovere di tutelarci. Ma noi siamo disposti pure a cambiare stabilimento, a spostarci. Ci serve il lavoro, abbiamo sopportato di stare 4 anni con contratti a termine e senza mai prendere un giorno di malattia. Perché adesso la crisi viene scaricata solo su 36 persone?”.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/i-bamboccioni-di-mamma-fiat/paesaggiosicilia003.jpg" title="Un camion pieno di Fiat Alfa esce dallo stabilimento di Termini Imerese" class="shutterset_singlepic427" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/427__480x320_paesaggiosicilia003.jpg" alt="Termini Imerese" title="Termini Imerese" />
</a>

<p>L&#8217;occupazione continua, la speranza pure. C&#8217;è un tavolo di trattativa a Roma? Si prende il pullman e si va. C&#8217;è uno sgarbo subito da vendicare? Si occupa direttamente il Municipio. E&#8217; così da due mesi ormai e lo sarà ancora per chissà quanto. “Ma noi non ce ne andremo, finché non avremo ottenuto il lavoro”. Anche se questo presuppone una vita in salita: “Perdere il lavoro è dura, significa soffrire ogni giorno. E&#8217; finito il relax, è finito lo svago. Se non siamo qui a occupare siamo a casa, ma non ci riposiamo mai. Sai, prima c&#8217;era un processo di vita, adesso non c&#8217;è nulla” racconta Aiello che ha poco più di 30 anni e che si sta pure laureando in medicina veterinaria, “sì, ma se continua questa situazione non avrò mai la testa libera per finirla”. Capito Fiat cosa significa aver voluto essere mamma?</p>
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		<title>TARANTO, GIAMAICA</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 10:16:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Seconda tappa del nostro viaggio a Taranto. Questa volta ci siamo fermati nel quartiere Paolo VI, costruito vicino le acciaierie come quartiere operaio, oggi è soltanto una periferia del Sud, come tante. Se non fosse per un gruppo di ragazzi che cantano e suonano il loro disagio. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--[if gte mso 9]><xml> <o:DocumentProperties> <o:Template>Normal.dotm</o:Template> <o:Revision>0</o:Revision> <o:TotalTime>0</o:TotalTime> <o:Pages>1</o:Pages> <o:Words>1255</o:Words> <o:Characters>7154</o:Characters> <o:Company>emiliano mancuso</o:Company> <o:Lines>59</o:Lines> <o:Paragraphs>14</o:Paragraphs> <o:CharactersWithSpaces>8785</o:CharactersWithSpaces> <o:Version>12.0</o:Version> </o:DocumentProperties> <o:OfficeDocumentSettings> <o:AllowPNG /> </o:OfficeDocumentSettings> </xml><![endif]--><!--[if gte mso 9]><xml> <w:WordDocument> <w:Zoom>0</w:Zoom> <w:TrackMoves>false</w:TrackMoves> <w:TrackFormatting /> <w:PunctuationKerning /> <w:DrawingGridHorizontalSpacing>18 pt</w:DrawingGridHorizontalSpacing> <w:DrawingGridVerticalSpacing>18 pt</w:DrawingGridVerticalSpacing> <w:DisplayHorizontalDrawingGridEvery>0</w:DisplayHorizontalDrawingGridEvery> <w:DisplayVerticalDrawingGridEvery>0</w:DisplayVerticalDrawingGridEvery> <w:ValidateAgainstSchemas /> <w:SaveIfXMLInvalid>false</w:SaveIfXMLInvalid> <w:IgnoreMixedContent>false</w:IgnoreMixedContent> <w:AlwaysShowPlaceholderText>false</w:AlwaysShowPlaceholderText> <w:Compatibility> <w:BreakWrappedTables /> <w:DontGrowAutofit /> <w:DontAutofitConstrainedTables /> <w:DontVertAlignInTxbx /> </w:Compatibility> </w:WordDocument> </xml><![endif]--><!--[if gte mso 9]><xml> <w:LatentStyles DefLockedState="false" LatentStyleCount="276"> </w:LatentStyles> </xml><![endif]--> <!--  /* Style Definitions */ p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal 	{mso-style-parent:""; 	margin:0cm; 	margin-bottom:.0001pt; 	mso-pagination:widow-orphan; 	font-size:12.0pt; 	font-family:"Times New Roman"; 	mso-fareast-font-family:"Times New Roman"; 	mso-bidi-font-family:"Times New Roman"; 	mso-fareast-language:IT;} @page Section1 	{size:595.3pt 841.9pt; 	margin:70.85pt 2.0cm 2.0cm 2.0cm; 	mso-header-margin:35.4pt; 	mso-footer-margin:35.4pt; 	mso-paper-source:0;} div.Section1 	{page:Section1;} --> <!--[if gte mso 10]> <mce:style><!   /* Style Definitions */ table.MsoNormalTable 	{mso-style-name:"Table Normal"; 	mso-tstyle-rowband-size:0; 	mso-tstyle-colband-size:0; 	mso-style-noshow:yes; 	mso-style-parent:""; 	mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt; 	mso-para-margin:0cm; 	mso-para-margin-bottom:.0001pt; 	mso-pagination:widow-orphan; 	font-size:12.0pt; 	font-family:"Times New Roman"; 	mso-ascii-font-family:Cambria; 	mso-ascii-theme-font:minor-latin; 	mso-fareast-font-family:"Times New Roman"; 	mso-fareast-theme-font:minor-fareast; 	mso-hansi-font-family:Cambria; 	mso-hansi-theme-font:minor-latin; 	mso-bidi-font-family:"Times New Roman"; 	mso-bidi-theme-font:minor-bidi;} --> <!--[endif]--> <!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Vuoi imparare una cosa buona? Non comportarti mai come Babilonia che produce, consuma, bombarda, che controlla uccide e con le bugie inganna” provate a togliere “Babilonia” e mettete “Taranto”: mancheranno i bombardamenti ma la sostanza non cambia. Taranto produce con l’Ilva, consuma i muri con le sue polveri sottili, uccide con l’inquinamento e con le sue molte bugie inganna coloro che hanno accolto l’acciaieria come la salvezza. Ma “controlla” no, Taranto non controlla. Altrimenti non potrebbero uscire canzoni come questa (<em>fume scure</em> da <em>Terra di conquista</em>) né come le altre scritte e incise da Fido Guido nei suoi tre album. Laddove non arriva la politica o l’informazione c’è, sempre e per fortuna, la musica. In questo caso il reggae.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/taranto-giamaica/paolovi036.jpg" title="Ritratto di Danilo e Fabio, nati e cresciuti nella periferia Paolo VI. Qui all'entrata &quot;A&quot; delle acciaierie Ilva" class="shutterset_singlepic404" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/404__480x320_paolovi036.jpg" alt="paolovi036.jpg" title="paolovi036.jpg" />
</a>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Il reggae di Paolo VI. Capita spesso di sentire un sound o un ritornello in dialetto passando fra le case popolari o le case bianche (di amianto) di questa periferia della città più inquinata d’Europa. Vengono dallo studio di registrazione che la crew ha tirato su dal nulla &lt;per non farci risucchiare dalla strada e da tutto quello che comporta&gt;. Carlo Giuliani sulla parete, graffiti, 5 o 6 scalini ed ecco il loro piccolo mondo fatto di rimshot e di scale di basso: un paio di divani, computer, mixer, strumenti, microfoni e poster ovunque. Ci sono due ragazzini che stanno provando una loro canzone, hanno 14 e 16 anni, sono cresciuti a polveri sottili e concerti di Fido Guido che li sta ascoltando e non sta nella pelle: “Sto pezzo è proprio bello, sono troppo contento”. Guido racconta che questi ragazzi vengono a vederlo da quando avevano 10 anni e che piano piano hanno imparato da lui e con lui come si possa fare musica di protesta a Taranto “e se uscisse qualcun altro sarebbe una cosa proprio bella. Il mio obiettivo è migliorare la coscienza delle persone, provare ad emanciparle a guardare oltre il proprio culo. Più siamo a farlo e meglio sarà, senza alcuna competizione. Faccio musica proprio per uscireda questi meccanismi….”.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Zuingo comunication è l’etichetta discografica, il reggae a Taranto sta spopolando “e non è dovuto solo al fatto che la gente si sta svegliando. – spiega Guido – Qualche anno fa c’era il mutismo, adesso non c’è più rassegnazione. Ci sono un sacco di quartieri popolari che conoscono bene la realtà che cantiamo. Sono persone che vorrebbero vivere bene a Taranto e io credo che la musica, le parole che cantiamo possano essere importanti per muovere qualcosa”. Infatti i concerti in città sono seguiti sia dai nonni che dai nipotini, e quando la troupe di Marpiccolo è arrivata a Taranto non ha potuto fare a meno di ascoltare le canzoni che uscivano dalle macchine e dalle case di Paolo VI. E’ così che Fido Guido ha fatto le musiche per il film che racconta questa realtà. Fuori dallo studio c’è un quartiere con le sue linee di confine. Basta fare pochi metri e entriamo nel territorio minato delle cosche, quello dove lo spaccio e il consumo di eroina è diffuso e tollerato, dove gli stabili dimenticati nelle promesse di chi voleva un quartiere operaio a misura d’uomo sono gli habitat naturali per fare affari o cercare un rifugio sicuro per abbandonarsi alle allucinazioni. “Là noi non possiamo entrare, ma non ci ho nemmeno mai visto un carabiniere” racconta Fabio, alias BimBoomBam, uno dei primi dj reggae tarantini. Fabio ha sette fratelli, convive con la sua compagna ma non salta un pranzo a casa dei genitori. Dalla finestra di camera sua si vede il camino dell’Ilva, lui sta facendo di tutto per non finirci a lavorare. E’ stato fuori, in cerca di lavoro, si è affidato alle agenzie interinali una volta tornato a casa, “ma non offrono niente di diverso a uno sfruttamento. No, grazie”. Adesso ha aperto una piccola officina meccanica sotto casa e grazie a quella va avanti. Fa una vita diversa rispetto ad Antonello che ha 36 anni, gli ultimi 9 dei quali passati nell’area a caldo dell’acciaieria. Adesso è appena rientrato al lavoro, da settembre è in cassa integrazione e lavora quattro settimane, poi ne passa due a casa: “E’ la prima volta che succede da quando ci lavoro e non è facile rientrare dopo 15 giorni lontano. L’Ilva dice che c’è la crisi dell’acciaio, ha mandato a casa 600 persone e ha messo noi in cassa integrazione”. La promessa di lavoro di cui si è sempre alimentata l’acciaieria sta quindi venendo meno: “Stanno facendo di tutto per togliersi di torno i giovani che magari usano droghe o gli anziani che stanno aspettando la pensione. Poi ci sono tanti colleghi che stanno chiedendo la mobilità perché pensano di tornare ai loro paesi- racconta Antonello – L’azienda favorisce questi esodi perché il lavoro è sempre meno e stanno comprando acciaio dalla Cina. Io stesso sto cercando un altro lavoro”. L’età d’oro dell’acciaio sembra quindi sul viale del tramonto, ma questi ragazzi non si lasciano scoraggiare: “Non si può stare dentro l’Ilva. Appena esci hai il mal di testa, il mal di stomaco, non ci senti più, sei sempre stanco. Poi vedi l’amico, il collega o il parente che si ammalano. L’altro giorno mi ha detto di essersi ammalato un mio amico di 38 anni, non è possibile”. Via dall’Ilva, ma non da Taranto: “No, non me ne andrei perché mi mancherebbe troppo. Paolo VI è Paolo VI, io da poco non abito più qui, sto alla città vecchia. Ma ogni volta che mi faccio un giro in macchina finisco qua. E poi perché dovremmo lasciare la nostra città quando possiamo migliorarla?”. Sono le cinque e mezza di mattina, è tempo di svegliarsi per andare all’unico bar aperto di Taranto vecchia, dove tutti gli operai dell’Ilva del primo turno fanno colazione. Antonello va al lavoro, l’Ilva butta fuori i suoi fumi che vanno ad inquinare i colori dell’alba sul Marpiccolo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/taranto-giamaica/paolovi048.jpg" title="Quartiere Paolo VI - In origine fu costruito per provvedere agli alloggi degli operai dell'acciaieria. Oggi è solo una periferia degradata della città" class="shutterset_singlepic411" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/411__480x320_paolovi048.jpg" alt="paolovi048.jpg" title="paolovi048.jpg" />
</a>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Tamburi è il quartiere rosso. Le case sono sotto al condotto che porta il coke dentro l’acciaieria e dietro il muro che le separa dal colosso si vedono le montagnette colorate delle polveri della produzione. Il cimitero di Tamburi è diventato rosa. Danilo ha 22 anni e lavora là come manovale. Danilo è un esempio dell’influenza della musica. Prima “non mi fregava un cazzo di niente”, era un paraculo, ossia qui ragazzi che anche a Paolo VI riescono a pensare solo a abiti firmati e discoteca. Poi ha scoperto l’hip-hop, “mi sono appassionato” e la sua vita è cambiata. Anche lui vive in casa con il padre operaio dell’Ilva, la madre e un fratello. Conosce da vicino l’oblio a cui molta gente del quartiere è costretta. Soli contro i veleni dell’acciaieria, soli dentro case d’amianto “che quando si rompono dobbiamo aggiustare da soli, perché nessuno viene. Ma quando si rompe l’amianto è ancora più pericoloso”. Mille problemi, mille solitudini. Ma nessuno scoramento, zero voglia di mollare tutto. Ne sa qualcosa Simona, che da Taranto se ne era andata e adesso è tornata per lasciarci almeno un po’ della sua vita. Finite le superiori, la ragioniera Simona decide di abbandonare la sua Taranto per Rimini, dove lavora per 3 anni. Poi, ancora Taranto per altri 24 mesi. Ma le sta stretta e quindi decide il grande salto: Milano, dove è assunta da Fineco e “dopo 10 anni così, mi sono fermata a guardare la mia vita: 11 ore di lavoro al giorno, più la babysitter per arrotondare, mai un minuto per fare quello che piace a me”. E a Simona piace il reggae, andare ai concerti e seguire il sound del suo ragazzo. Quindi “ho chiesto un’aspettativa e sono andata in Giamaica”. Una mossa coraggiosa che ha pagato: “Ho visto che c’erano tour organizzati per tutto, ma non per la musica reggae che là è nata”. E’ un attimo e l’intuizione diventa concreta: Simona torna in Italia per due anni, frequenta i musicisti giamaicani e nel 2006 fonda Reh Geh Rd, la prima agenzia che si occupa di questi tour. “All’inizio è stato difficile, la Giamaica è un paese problematico per una ragazza sola e tutti mi dicevano che avevo fatto una cazzata. Ma mi ci sono buttata e soprattutto ho mantenuto un filo diretto con Taranto. Le mie radici sono qua e se non avessi vissuto nei ghetti di Taranto non sarei riuscita a vivere nei ghetti di Kingston. La differenza è il colore della pelle, ma quello che vivono i giamaicani adesso l’ho vissuto io da piccola. Dipende come lo si vive il ghetto, c’è chi riesce a venirne fuori. Cogliere i suoi diversi aspetti arricchisce molto. Adesso io so relazionarmi con tutti e lo devo a Taranto”.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Anche Mariella sta crescendo a Taranto. Ha tre anni e quattro mesi, è la figlia di Fido Guido: “A volte viene con me in studio e fa delle cose allucinanti anche senza volerlo. I bambini sono molto ricettivi, lei ripete le mie canzoni. L’ho sempre detto e lo ripeto: le parole delle canzoni sono importanti quanto le note”. Di più: sono degli insegnamenti.</p>
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		<title>ARANCIA MECCANICA</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jan 2010 12:04:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[E' sempre facile dire: l'avevamo detto. Ma un anno siamo stati a Rosarno e sapevamo che sarebbe successo, l'abbiamo scritto e fotografato. Con grande amarezza siamo stati costretti a tornare e a constatare che avevamo ragione. Vi raccontiamo quello che è successo nei giorni di Rosarno. Il reportage è stato pubblicato, in forma ridotta, su Liberazione di domenica 10 gennaio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mamadou scoppia a piangere. Ha appena saputo che la polizia sta organizzando degli autobus per accompagnarlo alla stazione di Rosarno con gli altri quarantotto africani del casolare immerso negli aranceti. Una fila di stivali da gomma sporchi di fango costeggia la cascina fatiscente, i braccianti sono appena tornati dal lavoro e lavano la faccia con l&#8217;acqua dei bidoni prima di scaldarsi accanto al fuoco improvvisato. Perché nei giorni della rivolta e della caccia al nero, i braccianti delle cascine alla periferia hanno continuato comunque a raccogliere arance. Nel terrore. Alla Fabiana, un casolare poco distante da quello di Mamadou, i quindici migranti schiavi non mangiano da tre giorni. Hanno avuto paura di avvicinarsi al centro abitato, ai supermercati. Tuttavia il pericolo è altissimo anche tra gli aranceti. Nel pomeriggio un uomo bianco a bordo di una panda rossa ha parcheggiato nel cortile, è sceso dalla macchina e ha sibilato: &#8220;Se non sparite entro cinque minuti vedrete cosa vi succede&#8221;. Mosar parla bene l&#8217;italiano, ha chiamato un attivista dell&#8217;Osservatorio migranti: &#8220;Abbiamo paura, portateci via&#8221;. Alla Fabiana 2, invece, la paura è quella di perdere quei venticinque euro giornalieri. «Potete scegliere liberamente di restare ma è troppo rischioso», spiega dolcemente Laura Boldrini dell’Achnur. E’ davvero troppo rischioso. Nel mattino degli abitanti del luogo hanno assaltato una casa abitata da ghanesi, in mano taniche di benzina e mazze. I migranti sono fuggiti, la dimora incendiata. Nelle stesse ore hanno impallinato un altro bracciante. Giovani alla guida di Smart, occhiali da sole e labbra serrate, percorrono a passo d&#8217;uomo i viottoli di campagna e passano accanto alle cascine. Vogliono intimidire, e ci riescono. Mamadou ha soltanto diciotto anni. «Dove vado? Non ho un posto dove dormire». E piange. Non è nemmeno stato pagato per gli ultimi giorni di lavoro. Non è l’unico. La polizia ha scelto di trasferire tutti i migranti di Rosarno verso i centri di Crotone e Bari, a bordo di pullman scortati dagli agenti. Per quarantotto ore il ministro dell&#8217;Interno ha ufficiosamente sospeso il reato di clandestinità. A tutti viene promesso che gli irregolari non verranno espulsi. Dopo qualche giorno, invece, decine di loro saranno internati nei Centri di identificazione ed espulsione perché sul loro capo già pendeva un decreto di espulsione. Chi ha commesso reati verrà portato in carcere.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/arancia-meccanica/007.jpg" title="Jen 2010. Rosarno. Calabria. Nocturn eviction of immigrants  from deserted factory called &quot;Rognetta&quot;, after the violent clushes with resident population. " class="shutterset_singlepic358" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/358__480x320_007.jpg" alt="Rosarno" title="Rosarno" />
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<p>La ritorsione degli abitanti della zona ha asserragliato gli africani nelle due fabbriche abbandonate, la Rognetta e la ex Opera Sila, coi cordoni delle forze dell&#8217;ordine a protezione. Alla fine oltre settecento finiranno nelle strutture di accoglienza con un borsone fatto in fretta e furia, poche cose essenziali e via verso l&#8217;esodo. Molti però preferiscono prendere il treno verso Napoli, Roma, le città del Nord. Hanno amici e parenti che li aspettano, oppure nessuno. Come Mamadou. Altri salgono in macchina e partono, a volte facendosi fare il pieno dalla polizia. Altri ancora sono scappati nelle campagne, ne mancano un centinaio all’appello. Un ragazzo è scomparso nel nulla, ha lasciato documenti e vestiti. Venerdì c&#8217;erano almeno 1200 neri a Rosarno, San Ferdinando e Rizziconi. La domenica mattina sono tutti spariti. Un esodo biblico organizzato in ventiquattr&#8217;ore per proteggere gli stessi africani dalla rabbia cieca dei rosarnesi che per il secondo giorno consecutivo bloccano la statale 18 dando alle fiamme copertoni. Una fuga che però non lascia il tempo di incassare gli ultimi duecentocinquanta euro per dieci giorni di lavoro. E allora capita che qualche imprenditore agricolo passi il posto di blocco della polizia e raggiunga la ex Esac, la fabbrica dove è riunita la maggior parte dei migranti in partenza con gli autobus, per pagare i braccianti. Antonio arriva con l’agenda sotto braccio e un rotolo di banconote: «Perché vi stupite? Io non li ho mai sfruttati, li ho sempre trattati bene. Per colpa di qualche ragazzaccio ora se ne devono andare e non è giusto». Antonio spiega che la paga è misera perché nemmeno lui se la passa bene: «Potrei assumere degli italiani a cinquanta euro al giorno ma non ho queste possibilità». Alle sue spalle decine di ex braccianti radunano le proprie cose ma lasciano materassi e tende da campeggio, pentole sudice e secchi con acqua sporca dove lavavano le stoviglie, troppo ingombranti per un bagaglio misero. L&#8217;ex Opera Sila è un posto indecente, una decina di bagni chimici per cinquecento persone, immondizia sparsa ovunque, persino una pecora legata al palo e qualche gallina che razzola, un africano smonta la parabola e decine di telecamere filmano la cacciata dei neri da Rosarno.E ora chi raccoglierà arance e mandarini? La risposta viene spontanea: i rumeni, i bulgari. Sono arrivati in città da tempo, hanno affittato una casa, hanno una famiglia. Sono maggiormente integrati. Il problema, però, è il lavoro che scarseggia. Per vent&#8217;anni gli schiavi erano necessari, ora meno. Perché le arance vengono vendute a sei centesimi il chilo, e raccoglierle non conviene. Tanto più che ora l&#8217;Unione europea garantisce il sussidio agli agricoltori in base agli ettari coltivati, e non al volume di prodotto. Quest&#8217;anno la crisi economica, poi, ha spinto centinaia di migranti africani licenziati al Nord verso la Piana. Il risultato è che molti braccianti lavoravano uno o due giorni la settimana, e nel tempo restante bivaccavano nella disperazione.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/arancia-meccanica/027.jpg" title="Jen 2010. Rosarno. Calabria. Eviction of immigrants  from deserted factory called &quot;ex-uliveto&quot;, after the violent clushes with resident population. " class="shutterset_singlepic369" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/369__480x320_027.jpg" alt="Rosarno" title="Rosarno" />
</a>

<p>«Io resto», sbotta il sudanese Yasser, da quattro anni in Italia col permesso di soggiorno. «Lavoravo a Parma come saldatore, ho perso il lavoro e sono venuto quaggiù». E non se ne vuole andare. «Dormirò dentro la fabbrica e se gli italiani vogliono uccidermi, vengano pure». La sera anche lui è salito sull&#8217;autobus con i suoi amici sudanesi, rifugiati politici. «Gli africani dovevano salvare questo posto, invece non torneranno più», osservano con mestizia gli attivisti dell’Osservatorio migranti. I magistrati di Reggio Calabria hanno arrestato sette migranti responsabili delle devastazioni durante la rivolta degli schiavi, e tre rosarnesi che tentavano di massacrare o uccidere gli africani. Tra questi c&#8217;è un giovane del clan Bellocco, il più potente della Piana. Per gli inquirenti è assodato che sia stata gente della &#8216;ndrangheta a colpire con un fucile ad aria compressa<br />
il primo migrante, la miccia che ha acceso la rabbia dei braccianti. Ma escludono che le &#8216;ndrine volessero portare il caos a Rosarno. Il loro intervento, questa è l&#8217;ipotesi, è arrivato successivamente. Per riportare l&#8217;ordine. E costringere i migranti a fuggire. Al centro di prima accoglienza di Isola Capo Rizzuto (Crotone) i posti sono esauriti, i migranti vengono lasciati liberi anche se il Viminale assicura che le autorità esamineranno la situazione di ognuno. Già nel pomeriggio la stazione di Crotone è colma di immigrati col biglietto per il nord.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/arancia-meccanica/041.jpg" title="Jen 2010. Rosarno. Calabria. Eviction of immigrants  from deserted factory called &quot;ex-uliveto&quot;, after the violent clushes with resident population. " class="shutterset_singlepic373" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/373__480x320_041.jpg" alt="Rosarno" title="Rosarno" />
</a>

<p>Rosarno  lentamente si svuota dei suoi abitanti di colore, la città torna alla routine, soltanto il mercato è rimasto chiuso per paura di altri incidenti. Poco dopo pranzo viene tolto il blocco dei residenti a poche centinaia di metri dalla ex Opera Sila. Fin dal mattina, a centinaia, donne uomini e ragazzi, erano tornati per chiedere nuovamente la pulizia etnica. Hanno scelto di radunarsi nel bivio dove ancora giaceva, dal giorno della rivolta, lo scheletro accartocciato e carbonizzato della macchina di quella donna strattonata e ferita dai migranti imbestialiti. Un simbolo. Che però poi viene rimosso per ordine della polizia: ora basta, il tempo della ritorsione è finito. I rosarnesi del posto di blocco ce l’hanno con i giornalisti, urlano «dovete scrivere la verità». La verità arriva per bocca di Letterio Rositano, ex presidente del consiglio comunale sciolto per infiltrazione mafiosa nel 2008: «La mafia non c’entra nulla con questi migranti, avete capito?». E poi: «La verità è che preferiamo i rumeni perché sono più civili». E poi ci sono gli altri rosarnesi, quelli che sono accorsi a dare una mano agli africani che stanno lasciando le case del centro sotto la supervisione della polizia. «Che peccato, si è rotto un equilibro precario ma che durava da vent&#8217;anni», scuote la testa Vito.</p>
<p>Mamadou si asciuga le lacrime e mette il cappuccio. Fa freddo. Non ha in tasca nemmeno un euro, nella confusione rimane inebetito. Tra pochi minuti la polizia lo accompagnerà a prendere il treno per Napoli, alcuni ragazzi di Rosarno gli hanno trovato un posto dove dormire.</p>
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		<title>CITTA&#8217; DELL&#8217;ACCOGLIENZA</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Jan 2010 19:03:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[emergenza casa]]></category>

		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>

		<category><![CDATA[sinistra]]></category>

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		<description><![CDATA[Siamo stati a Firenze, città da anni amministrata dal centro-sinistra ma nota per l'ordinanza contro i lavavetri. Accoglienza e legalità, immigrazione e razzismo, sono problemi che coinvolgono non solo le città del Veneto o della Lega, ma tutti, anche le regione rosse. Siamo andati a vedere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se sei un rifugiato politico sei scappato da qualcosa di terribile. Molto spesso si tratta di una guerra, oppure di una persecuzione individuale o ancora di una discriminazione religiosa. Il Paese che ti accoglie ha il dovere di occuparsi di te, di far sì che la tua nuova vita sia migliore di quella che ti sei lasciato alle spalle. Ma se dopo anni che sei scappato dici che “era meglio da dove sono venuto”, beh, qualcosa non ha funzionato bene. Lo sanno bene i 150 somali che a Firenze hanno occupato per anni l’ex scuola di via Guidoni, bruciata nel pomeriggio di giovedì 16 dicembre per un incidente che proprio inaspettato non è. Vivevano in 200 in quel vecchio stabile, ammassati nei corridoi e bisognosi di un riparo dal freddo pungente di questo strano inverno. Tutto era utile, dai cartoni alle vecchie stufe. Un riparo, certo, ma anche un pericolo se dal soffitto cadono penzoloni fili elettrici e se il materiale infiammabile è ovunque. E’ bastata una scintilla e la scuola elementare è diventata ufficialmente un non luogo. Le famiglie che là vivevano, quasi tutte somale più qualche marocchino, sono state spostate: donne e bambini nel centro Caritas di via di Ponte di Mezzo, i 150 uomini nella vecchia Asl in zona Cascine. Alla Caritas non c’è modo di entrare, nemmeno dopo che il comune e le associazioni hanno trovato una sistemazione per loro in una foresteria e nei centri di accoglienza delle aziende alla persona. Dai secondi la situazione è molto più caotica ma anche più aperta. Questi uomini non hanno più un posto dove andare, a loro restano un paio di coperte e i vestiti che hanno addosso. Capita di imbattersi in qualcuno che, munito di carrello del supermercato, fa la spola fra la vecchia e la nuova residenza per recuperare il recuperabile. Con loro ci sono una decina di poliziotti, i volontari del movimento per la casa e le ragazze volontarie del Medu. Dalla sera prima attendono la protezione civile con le coperte e il necessario per riavviare il riscaldamento. Arriveranno a tarda sera, quando i primi fiocchi di neve già stanno imbiancando Firenze.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/citta-dellaccoglienza/008.jpg" title="ex ospedale pediatrico psichiatrico occupato di via Aldini" class="shutterset_singlepic333" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/333__480x320_008.jpg" alt="008.jpg" title="008.jpg" />
</a>

<p>La struttura trovata dal Comune per fronteggiare l’emergenza (che, per ironia della sorte, nel 2008 doveva diventare una specie di Cpt) è una vecchia Asl su due piani: il primo è ristrutturato da poco, il secondo cade a pezzi. La differenza per questi ragazzi è praticamente nulla. Ammassati sopra e sotto, cercano di scaldarsi con il calore umano. Alcuni addirittura hanno passato la notte dentro un autobus. E’ parcheggiato fuori, con il numero 33 e le luci spente, pieno di coperte, oggetti e persone. Il Comune l’ha fatto portare appena sedato l’incendio, ritenendolo meglio di niente. L’ennesima difficoltà di giovani di 24-25 anni alle prese con lo sgretolamento delle aspettative che avevano al momento di imbarcarsi dall’Africa. C’è chi ha sfidato due volte la sorte, come Omar. Lui è uno dei 40 sopravvissuti del naufragio di una carretta del mare partita nel giugno 2003 con 250 persone a bordo alla volta di Lampedusa e colata a picco poco dopo. Riportato in Libia dai soccorritori tunisini, Omar è stato un’altra volta derubato e picchiato dagli agenti libici “che ti guardano come un animale perché hai la pelle più scura della loro” ma non si è perso d’animo. Ha rimesso insieme i duemila dollari necessari a pagarsi il viaggio e si è imbarcato di nuovo. Credendo di trovare una situazione migliore di questa a cui è costretto oggi, dicembre 2009. “Se io chiedo rifugio politico significa che ho bisogno di aiuto perché non ho più nulla. L’Italia me lo ha concesso, ma poi per fare i documenti servono 90 euro. Ma se non lavoro come faccio ad avere questi soldi?”. Da qui alla strada il passo è breve: “Anche i cani in Italia hanno una casa. Noi no” dice amaramente Omar, 23 anni. Con lui c’è Abdi Mohamed Abdi, di professione giornalista. La sua redazione di Mogadiscio è stata chiusa e per lui l’aria si è fatta pesante: “Vedi questa coperta? E’ tutto quello che ho” dice ridendo. A condire il tutto c’è il fatto che questi ragazzi sono come prigionieri per la seconda volta. Molti fra loro infatti hanno vissuto per un po’ in Svezia o in Norvegia e là hanno trovato molte più opportunità che in Italia, ma non sono potuti rimanere: “Le nostre impronte digitali sono qui, quindi siamo dovuti tornare. Ma là si stava meglio, avevamo una casa e il modo di lavorare. Il vostro governo invece non si occupa di noi”. Di tornare a casa però non se ne parla, perché in Somalia ci sono i muhjaidin ad aspettare chi ha osato lasciare la patria. La punizione, come testimonia un filmato sul cellulare di uno dei ragazzi, è la decapitazione: “In Somalia è normale, anche mio fratello è morto così. A 24 anni”.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/citta-dellaccoglienza/024.jpg" title="ex ospedale pediatrico psichiatrico occupato Liuzzi" class="shutterset_singlepic349" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/349__480x320_024.jpg" alt="024.jpg" title="024.jpg" />
</a>

<p>La seconda notte sta per iniziare, si attendono novità dal Comune. A tarda sera, dopo che la protezione civile ha provveduto a brande, coperte e thè caldo e che i ragazzi del movimento hanno pure loro portato un po’ di cibo, è Lorenzo Bargellini, leader del movimento fiorentino, nipote dell’ex sindaco che ha dedicato tutta la sua vita alla causa, a riportare la proposta dell’amministrazione: la metà dei somali rimarranno là in attesa di una nuova sistemazione, gli altri avranno un appartamento per qualche mese, pagato a metà fra Comune e associazioni. La soluzione soddisfa un po’ tutti e non ci sarà bisogno di occupare un nuovo edificio così come fatto altre volte in passato. Solo il giorno dopo però esce la vera linea del Comune, o per lo meno dell’assessore alle politiche sociali, Stefania Saccardi: “Aiuteremo solo chi se lo merita cercandosi un lavoro o una sistemazione. Per gli altri, Firenze non sarà più una città dall’accoglienza fine a se stessa”. Facile a dirsi, se non si conosce la storia di questi giovani, catapultati in un nuovo Paese senza conoscere né la lingua né le leggi.</p>
<p>E’ difficile pure per gli italiani, in questi anni di crisi, avere soldi a sufficienza per pagare un affitto: “Io sono laureato, sono un architetto. Ma non ho un lavoro stabile, se tornassi indietro farei altre scelte. Prego, entrate a casa mia”. Dario ha una quarantina di anni, due figli e una casa con tre locali nell’ex ospedale pediatrico psichiatrico occupato di via Aldini. Quartiere lussuoso di Firenze, nuovo esempio di occupazione e auto-organizzazione. Lo stabile è stato chiuso e abbandonato dopo l’approvazione della legge Basaglia  e nel 1991 18 nuclei familiari, sgomberati da un’altra occupazione, decidono che sarebbe diventato la loro nuova casa. Da allora, attraverso varie vicissitudini, via Aldini, una delle prime occupazioni fiorentine, diventa un esempio di collaborazione con il Comune che decide di avvallare il progetto di autorecupero degli occupanti che si riuniscono in cooperativa (“un tetto sulla testa”) e costruiscono il modello in scala di quello che l’ex ospedale dovrà diventare. E’ vero che per adesso tutto è rimasto più o meno sulla carta, data la mancanza di fondi sia del Comune che della cooperativa, però via Aldini è sicuramente una sistemazione di tutto rispetto per gli italiani, gli albanesi, i marocchini e un eritreo che vivono lì: bollette da pagare, tv, decoder, fastweb, stufe funzionanti. “Certo, non è il massimo: non è casa mia” dice Dario mentre spiega tutto il lavoro che ha fatto in casa con i materiali recuperati qua e là. Esattamente come ha fatto Lapo, carpentiere di Avola, Sicilia, che ci accoglie in casa mentre suo figlio di 3 anni dorme e ci racconta la sua storia: “Adesso ho 43 anni, 15 anni fa ho lasciato la mia bottega a Palermo per venire a Firenze con la mia compagna. Per un po’ sono stato da mio fratello, poi non potevo permettermi di pagare un affitto. Ho conosciuto i ragazzi del movimento e la notte della finale dei Mondiali di Usa 94 sono entrato”. Lapo ha una ditta con un suo collega carpentiere, hanno in appalto anche la fiera Pitti a Firenze. Ma non basta per permettersi una casa. Anche se si è italiani. La caratteristica comune delle occupazioni è l’abilità nei lavori manuali degli occupanti: Dario è architetto, Lapo è carpentiere, Enver è muratore “e guarda come ho sistemato bene casa mia. Guarda in queste foto come era e guarda adesso”. Vetri rinforzati, mura costruite dal nulla, un ambiente confortevole, “un’altra vita rispetto a quella che mi faceva fare Hoxa a Durazzo”, spiega Enver, uno dei tanti profughi della dittatura comunista in Albania.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/citta-dellaccoglienza/023.jpg" title="ex ospedale pediatrico psichiatrico occupato Liuzzi" class="shutterset_singlepic348" >
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</a>

<p>Se via Aldini è in rapporti relativamente buoni con il Comune di Firenze, lo stesso non si po’ dire dell’ex ospedale Luzzi. Situato nella zona collinare della città, l’immenso spazio del Luzzi, con tanto di vecchio castello, ospita adesso circa 400 persone, di cui 100 bambini. Da qualche tempo la Digos si fa vedere più spesso da queste parti, circa una volta a settimana: “Arrivano, controllano e portano via gli irregolari” raccontano Vieri e Camilla, l’ultima coppia di italiani rimasti fra gli occupanti di 4 anni fa. La maggioranza di chi vive qui è o rumena o marocchina, quasi tutti sono muratori e quasi tutti vivono con la famiglia. Sembrerebbe che il sindaco di Sesto Fiorentino, che ha giurisdizione su questo territorio, abbia intenzione di ricavare un agriturismo di lusso da questo spazio. Chi ci vive lo sa, ma intanto fa finta di non saperlo: “Qua siamo sempre andati avanti a piccole concessioni dietro piccoli ricatti: ci serve l’allacciatura per l’acqua? Ce la danno, ma chiedono di diminuire il numero di occupanti. Chiediamo un autobus per portare a scuola i bambini? Ci hanno detto di sì, ma il primo giorno che lo avremo sarà il 22 dicembre, ultimo giorno di lezioni” racconta Camilla. A reggere le fila dell’occupazione è Gheorghe, detto Goku, un prete cristiano apostolico rumeno che vive con la moglie, 2 figli e 9 nipoti: “Noi siamo organizzati, tutti hanno qualcosa da fare. Ma non possiamo contare sugli aiuti esterni. I ragazzi vengono qui quando facciamo delle feste, ma se chiedi qualcosa nessuno si fa vedere. Per non parlare dell’amministrazione: ci sono 33 bambini rumeni, e quindi comunitari, nati qua ma a nessuno è stata riconosciuta la residenza. E’ una campagna razzista”.</p>
<p>Goku ogni domenica celebra la Messa, Vassily ogni Natale prende la sua vecchia Bmw e parte con la famiglia alla volta della Romania. Perché tutti gli occupanti vorrebbero una vita migliore, magari a casa loro, per usare un termine caro alla Lega. Ma casa loro adesso è l’Italia, anche se troppo spesso il miglioramento è minimo. A Roma l’emergenza casa, con relativo movimento di protesta, è la spina più dolorosa nel fianco di Alemanno, a Firenze Renzi sta ancora in bilico fra la repressione e il lasciare stare. Il movimento fiorentino non ha ancora trovato il modo per superare l’assistenzialismo, Bargellini rimane il capo indiscusso e tuttofare di centinaia di occupanti che non sempre rispettano le regole e non sempre si ritengono attori di una lotta generale. Così il tempo passa e l’emergenza cresce, senza che si intraveda una via per risolverla. Come troppo spesso accade nell’Italia diversa dai sogni dei migranti.</p>
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		<title>UN PONTE NEL DESERTO</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2009 22:32:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dopo Cetraro e Maratea siamo tornati a Sud, in Calabria. Il ponte della discordia lo chiamano: si farà mai o no? E' un regalo alle mafie o un'opera fondamentale per il rilancio del sud d'Italia ? Siamo andati a vedere.  ]]></description>
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<p class="MsoNormal">“Guarda quelle saracinesche chiuse. Lì, fino a qualche anno fa, c’erano gli uffici della Stretto di Messina Spa. Avevano i modellini del ponte sullo Stretto, una sede di rappresentanza insomma. Poi, hanno chiuso…”. Perché, evidentemente, da rappresentare non c’è niente. O almeno così la pensano a Villa San Giovanni, cittadina che è un balcone sullo Stretto di Messina, dirimpettaia la Sicilia, visibilissima nei giorni chiari di sole. Si sentono presi in giro. Una faccenda che qui in Calabria si ripete, ultima la storia delle navi dei veleni: allarme, allarme a Cetraro c’è il Cunsky carico di scorie radioattive, salvo poi scoprire che non si trattava del Cunsky. Per lo meno questo dicono le indagini commissionate dal governo e pure l’Antimafia. Ora c’è la storia del ponte sullo Stretto, rimpinguata dalla determinazione del premier Silvio Berlusconi a dare attuazione all’opera magna di cui si parla da 30 anni. Presi in giro. A Villa nessuno ci crede, “non lo faranno mai sto’ ponte…”. Ma sabato 19 dicembre, alla vigilia di un Natale “che per noi non porta nulla da festeggiare”, sono scesi in piazza. Per dire “no al ponte” (hai visto mai che lo realizzano davvero?), ma soprattutto per fermare quello che definiscono un “bluff propagandistico illegale”, orchestrato dal governo per raccogliere consensi in vista delle elezioni di marzo.</p>
<p class="MsoNormal"><img class="aligncenter size-medium wp-image-680" title="dsc01080" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/uploads/2009/12/dsc01080-630x350.jpg" alt="dsc01080" width="630" height="350" /></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Il bluff è quello del 23 dicembre. Berlusconi non ci sarà, costretto a casa per riprendersi dall’aggressione in piazza a Milano. Lo sostituirà il ministro dei Trasporti Altero Matteoli. Lì a Villa per la deposizione della “prima pietra del cantiere per il ponte sullo Stretto”. Questo è quello che dice il governo. A Villa la ‘Rete no Ponte’ non ingoia. “Una buffonata, un’operazione mediatica per far credere a tutti gli italiani che davvero stanno iniziando i lavori del ponte”, dice Maurizio Marzolla, portavoce dell’unico centro sociale di Reggio Calabria, dedicato ad “Angelina Cartella”, giovane scomparsa anni fa per un incidente sulla A3, la fatidica Salerno-Reggio Calabria che di tanta cura avrebbe bisogno. “Il 23 verrà posta la prima pietra di un progetto approvato già nel 2006 e finalizzato ad allontanare i binari dal mare per riqualificare il litorale. Non c’entra nulla col ponte”. E tra l’altro si tratta di un progetto che inizialmente aveva un costo “al di sotto dei 20 milioni di euro, che ora sono diventati 26 milioni, e c’è chi dice che l’aumento serva a finanziare la campagna elettorale del centrodestra…”. Ma Maurizio è uno che sta ai dati concreti. E per ora i dati concreti dicono che il ‘fantasma del ponte’ ha già innescato un giro d’affari non da poco. Flusso che continua, nonostante le denunce partite da anni. “L’ultima finanziaria ha stanziato 470 milioni, il Cipe ne ha appena liberati 330 per ricapitalizzare la Stretto di Messina Spa e non è la prima volta che viene ricapitalizzata…”. L’ufficio di Villa avrà anche chiuso, ma il resto della macchina continua a funzionare. Senza uno scopo, se è vero quanto urla la piazza, perché non è facile manifestare contro qualcosa che pensi non verrà mai realizzato. E poi lo devi anche spiegare.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Pasquale Laganà, segretario della Filt-Cgil di Reggio e Locri, spiega che il suo sindacato si è assunto addirittura la responsabilità di “approvare un documento chiaro: no al ponte”. Dietro di loro sfila l’Orsa, i marittimi preoccupati di perdere il lavoro, i Cobas. Di Cisl e Uil non c’è traccia, naturalmente. “Per Berlusconi il ponte sarà anche qualcosa di sexy, scrivilo: qualcosa di sexy! Ma non è utile. Non c’è un progetto che possa tener conto di tutte le variabili. Prendiamo per esempio la parte di Scilla: lì dovrebbero far salire i binari della ferrovia verso la montagna per fare il ponte! Assurdo, con la situazione idrogeologica che c’è andrebbero incontro a rischi pesanti: omicidio colposo”. Laganà non teme di andarci giù pesante. Racconta del tunnel di confusione in cui è impantanata da anni la questione dei trasporti sullo Stretto di Messina. “Da tempo si parla di un piano di dismissione della società di Trenitalia che gestisce il traghettamento di merci e passeggeri da e per la Sicilia”, dice Laganà. La società si chiama Rfi (Rete ferroviaria italiana), i vertici puntualmente smentiscono le voci sulla dismissione, ma altrettanto puntualmente se ne torna a parlare, come è successo quest’estate in un gioco infinito di tavoli di discussione anche a Roma tra governo e sindacati. Si sa che la dismissione punterebbe all’esternalizzazione del servizio, lo denunciano i sindacati. Alla Rfi subentrerebbe una società privata di Catania, la Gmc che opera nel settore trasporti e logistica. Ma dal governo e Trenitalia non arrivano risposte precise, i sindacati continuano a chiedere chiarezza, Laganà però è ottimista. “Per il momento siamo riusciti a fermare il progetto e abbiamo una proposta alternativa pensata con le Regioni Calabria e Sicilia – spiega mantenendo lo striscione – Vale a dire eliminare Rfi, che, tramite convenzioni con le compagnie marittime come la Caronte, ha il monopolio dei trasporti sullo Stretto e dunque può fare il bello e il cattivo tempo. Vogliamo che il servizio sullo Stretto rientri nel trasporto pubblico locale gestito dalle regioni, no ai privati”. Ma le voci sulla dismissione sono un passo in più verso il ponte? Non si sa, può darsi, nella sua confusione la storia è simile a quella del cantiere che sarà inaugurato il 23, pensato solo per la ferrovia, eventualmente utile anche per il ponte. Per quanto possa contare di fronte ad un governo che nemmeno davanti all’ultima alluvione vicino a Messina ha messo da parte il progetto del ponte, tra i nopontisti c’è anche il comune di Villa, da tempo schierato per il no all’opera. Lo fece un’amministrazione di centrosinistra che ora non governa più. Il municipio è commissariato per una storia sempre legata all’edilizia, l’approvazione di un progetto di riqualificazione in senso turistico<span> </span>di una parte delle montagne che delimitano la città dalla parte opposta al mare. Se ne parla al corteo, Laganà riprende la foga: “Ma quale ponte?”. C’è altro a cui pensare in Calabria. “Sa quante volte capita che l’acqua esca salata dai rubinetti? A Reggio succede spessissimo, colpa del livello delle fognature… Sa come sono messe le scuole da queste parti? Sa come è messa la statale 106?”.</p>
<p class="MsoNormal"><img class="aligncenter size-medium wp-image-681" title="dsc01064" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/uploads/2009/12/dsc01064-630x472.jpg" alt="dsc01064" width="630" height="472" /></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Non c’è bisogno di andare indietro con la memoria. Proprio il 19 dicembre, la mattina del corteo, l’ennesimo incidente ha bloccato diversi autobus di manifestanti diretti a Villa. Per non parlare degli eventi che la notte prima hanno ritardato di tre ore l’arrivo del treno da Roma, bloccato da un altro convoglio che poco prima aveva travolto un operaio sui binari vicino Frosinone. Scendere in piazza contro il bluff del ponte serve ad elencare centinaia di motivi di malcontento, anche se il corteo non è lungo come ci si aspettava, più magri del previsto gli arrivi dalla Sicilia e da altre zone, per gli incidenti o per un deficit di determinazione della popolazione. Dal palco allestito in zona Cannitello, a fine corteo, i ‘nopontisti’ lo urlano che “i residenti di Villa, invece di scendere in piazza, sono rimasti al balcone a guardare l’elicottero della polizia che volteggiava sulla protesta…”. Infatti, di chiuso in città non c’è solo l’ex ufficio della Stretto di Messina Spa. Quasi tutti i negozi hanno optato per la chiusura in una giornata che dai media locali veniva annunciata come appuntamento per “scontri di piazza”. C’è addirittura una signora che, per paura di essere colpita in casa da eventuali disordini, si è munita di un cartello “attenti al cane”, pur non essendo padrona di alcun ‘amico a quattro zampe’. Fobie, ma la manifestazione è stata tranquilla, se si eccettua un accenno di tafferuglio finale quando sul corteo si è abbattuta l’ennesima iella. Franco Nisticò, 58 anni, ex sindaco di Badolato (Catanzaro), responsabile del Comitato per la statale 106 ionica, aveva appena finito di parlare dal palco quando si è sentito male, un infarto, ma in piazza l’ambulanza non c’era. E’ stato accompagnato all’ospedale da quella della polizia, poi è morto, qualcuno nella folla ha reagito, gli agenti non hanno caricato, ma i promotori sono stati costretti a sospendere la manifestazione che da programma prevedeva concerti fino a sera.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">E’ dura, se si contano anche tutte le ielle, non ultima il terremoto con epicentro vicino l’Etna, sempre il giorno della manifestazione, altra spia che direbbe “no al ponte”. Ma questo corteo dal carattere piuttosto militante, misto anche della presenza degli immigrati di Crotone (“Siamo qui contro la mafia”, dice Ebditeh, della Somalia), vorrebbe andare avanti, oltre l’evento del 23. Quelli della Federazione Anarchica Siciliana propongono il “salto di qualità”, che significa “azioni dirette per fermare i cantieri”. E non sembrerebbe un’idea estremista, a guardare gli striscioni di tutti gli spezzoni della manifestazione. “Non abbiamo bisogno di opere grandiose, ma di manutenzione!”, urlano al governo. Per il povero Nisticò e per tutti la ‘festa’ finisce male, dallo Stretto spira vento freddo misto a pioggia. Smontato il palco, smontano anche quelli di Indymedia col camper e i ragazzi del lido Bandafalò, attivi al gazebo di birre e panini. Sul litorale una statua fissa il mare e indica i pesci spada, così vuole la leggenda. “L’ombra del ponte li ostacolerebbe, renderebbe l’acqua troppo buia per loro”, azzarda un’ambientalista. Vero o leggenda, l’ombra che acceca per ora è un bluff. Ricco.</p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>DIARIO DI UN CURATO NELLE CAMPAGNE LEGHISTE</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 20:59:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Seconda tappa del viaggio di Extramedia nel Veneto inquieto che avrà presto un governatore leghista. Le continue polemiche contro l'operato della Chiesa proprio in un territorio ancora così profondamente legato al cattolicesimo. Oggetto del contendere: gli immigrati e le politiche di accoglienza della Chiesa cattolica. Pubblicato su Liberazione il 13/12/2009.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Don Matteo Ragazzo siede davanti al computer nella sua canonica e comincia a raccontare. «Dopo la Messa esco sul sagrato per salutare i miei parrocchiani e sento che parlano come Bossi e Borghezio contro gli immigrati. Allora mi chiedo: che cosa hanno capito della mia omelia? Probabilmente nulla». La minuscola chiesa di Ca’Onorai quasi si confonde con le case di questa frazione di Cittadella (Pd) dove il sindaco Massimo Bitonci (Lega Nord) inventò la celebre ordinanza che proibiva la residenza in paese dei migranti poveri. Un successone. Tanto che Bitonci è diventato parlamentare e continua a sfornare ordinanze. Le ultime prevedono cinquecento euro di multa per chi urina o vomita nei luoghi pubblici, e vietano l’elemosina. E poi, per chi prende l’agognata residenza in città, controlli a sorpresa per verificare se gli alloggi sono puliti e decorosi. (E don Matteo sorride: «Probabilmente caccerebbero anche me, se venissero a vedere la canonica»).  A vigilare sul decoro urbano scendono in strada, accanto ai vigili urbani, una truppa di ausiliari in borghese pronti a staccare multe anche fino alle ore piccole del sabato sera.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/diario-di-un-curato-nelle-campagne-leghiste/IMG_2084.jpg" title="Chiesa di Ponzano Veneto." class="shutterset_singlepic308" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/308__480x320_IMG_2084.jpg" alt="IMG_2084.jpg" title="IMG_2084.jpg" />
</a>

<p>I cittadellesi, tutti, sono contenti di Bitonci. «Ci voleva un poco di ordine - spiega un edicolante - in fondo si tratta di punire la cattiva educazione. Se sporcano devono pagare». Non si tratta naturalmente soltanto di buone maniere. Il signor Piero ha appena cantato i salmi ad un funerale, è praticante, e non vede contraddizioni tra il Vangelo e la cacciata dei (pochi) mendicanti dal centro storico: «I delinquenti non li vogliamo».<br />
Il profondo Veneto vive una contraddizione per il momento insanabile. Ad una altissima percentuale di credenti e praticanti corrisponde una altissima percentuale di leghisti. Prendiamo Ca’ Onorai: nella zona tutti i bambini vanno a catechismo e arrivano alla cresima. Il 25-30% degli adulti va in chiesa tutte le domeniche, la media nazionale si ferma al 12-13%. Nel seggio della frazione alle ultime elezioni il Carroccio guadagnò il 73,4%. E’ facile pensare che molti approvino le sparate razziste di Giancarlo Gentilini. Il quale, nello stesso giorno, è riuscito a inaugurare un crocefissone alto tre metri in centro a Treviso e nel frattempo chiedere che i parroci stranieri se ne stiano lontani dalle terre del Piave. Attirandosi le ire di don Vallotto, responsabile immigrazione della Caritas trevigiana: «Non si può esibire un crocifisso nel giardino del Comune e poi sbatterlo sulla testa degli immigrati».</p>
<p>Nei mesi scorsi don Matteo prese carta e penna e scrisse un articolo duro contro il respingimento dei migranti africani in Libia e lo pubblicò sul bollettino parrocchiale accanto ad una foto del ministro Roberto Maroni. Titolo: “Forti con i deboli”. Vale la pena citare un passaggio: “Se trovassi leggi, ordinanze o decreti che tentano di fermarmi non mi spaventerei, perché anche io come te, ho il diritto di dare un futuro ai miei figli e alla mia famiglia”. Un chiaro segno di malessere nei confronti delle politiche leghiste e , soprattutto, delle ordinanze anti-stranieri di Bitonci. Apriti cielo. Il sindaco lo chiamò immediatamente per protestare.<br />
«Mi sorprese tuttavia la reazione dei miei parrocchiani. Erano stupefatti. Mi dicevano: perché fai politica? Ho tentato di spiegare che l’accoglienza non è una parola vuota, e che mi indignavano le immagini dei barconi affondati. Alcuni mi diedero ragione, ma furono pochi», continua don Matteo. Convinto che, ormai, «Chiesa e Lega sono arrivati ai ferri corti per la contesa del territorio». E che, ma questo non lo dice, il Carroccio non mostra deferenza ai paramenti sacri e, anzi, si permette di criticare apertamente le gerarchie ecclesiastiche.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/diario-di-un-curato-nelle-campagne-leghiste/IMG_2198.jpg" title="La Chiesa di Ponzano Veneto ospita molti immigrati. Rito domenicale della chiesa evangelica originaria del Ghana." class="shutterset_singlepic313" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/313__480x320_IMG_2198.jpg" alt="IMG_2198.jpg" title="IMG_2198.jpg" />
</a>

<p>Non è soltanto Calderoli contro Tettamanzi. E’ anche Gentilini contro don Aldo Danieli, parroco di Paderno di Ponzano Veneto, paesello a pochi chilometri da Treviso, che ogni venerdì apriva regolarmente le porte della parrocchia ai fedeli musulmani per la preghiera. «Svuoteremo la chiesa del parroco rosso!» aveva tuonato il vicesindaco di Treviso. A far retrocedere don Aldo, però, ci pensò la Curia che estrasse dai libri polverosi una vecchia disposizione secondo la quale non è possibile praticare due religioni differenti nel medesimo luogo. Alla prudenza delle gerarchie Don Aldo, 72 anni e un passato da professore di greco e latino, ha risposto con una mezza disobbedienza: ora concede i locali dell’oratorio saltuariamente ai musulmani, per le grandi feste, e ogni domenica alle chiese evangeliche e pentecostali dei ghanesi e dei nigeriani, una baraonda di canti e balli che disturbano i vicini. «Col buonismo non si va da nessuna parte» critica il tabaccaio di Paderno, che va a messa ma pensa che il Vangelo «è comunque severo con chi sgarra». Ma come, non parla di perdono, di amore, di accoglienza? «Chissenefrega di quello che dice Gesù: l’oratorio è dei parrocchiani, non degli stranieri».</p>
<p>In provincia sono molti a chiamare santo don Aldo. Tranne la gente della sua parrocchia. E qualche ruggine col vescovo. Perché don Danieli, come don Ragazzo di Ca’ Onorai, è anche critico nei confronti delle rigide norme interne e firmerebbe volentieri la lettera di alcuni parroci della diocesi trevigiana che chiedono l’elezione diretta del nuovo vescovo dopo la partenza di mons. Bruno Mazzocato, destinato a Udine. “L’elezione di un vescovo deve essere frutto della partecipazione del clero e del popolo - scrivono - e invece le nomine vengono fatte direttamente dal dicastero della Curia romana, ma è evidente che a Roma poco si conosce della realtà locale”. Lettera interessante, poiché in controluce è possibile leggere uno dei motivi di vittoria della Lega nella zona: rappresentanti del popolo vicini al popolo, conosciuti dai cittadini. Sacerdoti come don Matteo lo dicono apertamente: «La Chiesa deve dare un segno di cambiamento altrimenti la gente si disaffeziona». Perché ormai sente più vicine le parole di Luca Zaia, onnipresente ministro trevigiano, delle parole dei pastori della Chiesa.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/diario-di-un-curato-nelle-campagne-leghiste/IMG_2315.jpg" title="La Chiesa di Ponzano Veneto ospita molti immigrati. Rito domenicale della chiesa evangelica originaria del Ghana." class="shutterset_singlepic319" >
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</a>

<p>Per il momento le proteste dei sacerdoti provocano soltanto irritazione. Quando don Matteo scrisse, sempre sul bollettino parrocchiale, che papa Ratzinger veste paramenti che valgono milioni di euro e che questo non è lo spirito della Chiesa, ricevette una dura reprimenda dal vescovo. Obbedienza, solenne obbedienza.<br />
Intanto le chiese si svuotano e la Lega si gonfia di voti. Da quando don Aldo ha aperto l’oratorio agli stranieri di fedi diverse e persino ad un corso domenicale di arabo rivolto ai bambini, alcuni parrocchiani hanno cominciato ad andare a messa in altre parrocchie. L’ecumenismo non piace. Il sacerdote tiene duro: «Dicano quello che vogliono, i musulmani lasciano pulito, non bevono e non fanno confusione. Preferisco un musulmano che prega ad un cristiano che bestemmia».</p>
<p>Certamente più cauto don Eros Pellizzari, giovane parroco a Campigo di Castelfranco Veneto (Tv), finito sui quotidiani nazionali per uno sciopero della fame. «Certi giorni alla messa non veniva nessuno, ho fatto un piccolo digiuno per sensibilizzare i miei parrocchiani», minimizza il sacerdote che, dopo l’esposizione mediatica, sceglie il silenzio. Tuttavia dicono che don Angelo preferisca non parlare di politica durante le omelie per non offendere la sensibilità dei fedeli, che da queste parti sono un terzo del Pdl, un terzo della Lega e un terzo del Pd. Con una unica eccezione: l’affare Feltri contro Boffo, il direttore dell’Avvenire, originario di queste parti, costretto alle dimissioni dopo una subdola campagna del Giornale sulla sua presunta omosessualità. Ecco, in quel caso don Pellizzari ha sentito l’urgenza di stigmatizzare l’ episodio prendendo le difese di Boffo. E anche qui, apriti cielo. I fedeli del centrodestra si fermarono, dopo la funzione, a parlare col sacerdote per chiedere spiegazioni. Alcuni però si convinsero: «Forse hai ragione, don Eros». E andarono a confessare i loro peccati. Quali? Aver pensato male del direttore del quotidiano dei vescovi.</p>
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		<title>I RAGAZZI DELL&#8217;ONDA VIOLA</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 16:52:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[P.zza San Giovanni è di colore viola, un palco, un corteo molto grande per chiedere le dimissioni di Berlusconi. No-B day, la manifestazione nata sul web, come sul web è nato il nostro blog. Siamo andati a vedere chi è questo popolo viola, cosa pensa e quanto ci è vicino.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Emiliano ha soltanto quattordici anni ma le idee chiarissime: «Berlusconi non mi piace perché tratta le donne come oggetti». Discorsi che magari avrà sentito a casa, dalla bocca della madre o della zia. «Macché, io mi informo. Leggo Repubblica on line». Nella bolgia festante sono migliaia i giovani e giovanissimi scesi in piazza per chiedere le dimissioni di Berlusconi. «Non è un buon esempio etico per l’Italia», sintetizza Mattia, 22 anni, studente di scienze politiche a Lecce che spera di non dovere emigrare per trovare lavoro.</p>
<p>Sanno che non basta una manifestazione per eliminare il Cavaliere dalla scena politica: «Ci vorrebbe una informazione meno controllata da Mediaset», ripete come tanti Nicolò da Matera, appena diciotto anni e nessuna idea su quale partito voterà. E come lui un sacco di ragazzi politicamente indecisi e spaesati, tranne sulla rivendicazione della piazza: la legge è uguale per tutti. E per ribadirlo sono arrivati da tutta Italia.<br />
Indossano, quasi tutti, indumenti viola: calze, sciarpe, borse, kefiah, persino un palloncino legato ai capelli. Viola pure quello. L’onda viola marcia urlando slogan che non vanno molto per il sottile: «Berlusconi mafioso», «Silvio vattene stronzo», «Hai rotto il c&#8230;». Sono arrabbiati, sdegnati. I casertani usano un megafono: «Cosentino non lo vogliamo».</p>
<p><a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/uploads/2009/12/0031.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-656" title="No B Day" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/uploads/2009/12/0031-630x420.jpg" alt="No B Day" width="630" height="420" /></a></p>
<p>La piazza virtuale si è fatta carne, ed è carne pulsante. L’opinione pubblica 2.0., come la chiamano gli organizzatori eredi dei girotondini, da Facebook è passata alla vita reale. Oltre un milione e mezzo di partecipanti alla prima piazza organizzata sul web, dicono dal palco allestito a San Giovanni sul quale saliranno blogger, intellettuali e artisti ma nessun politico perché il No Berlusconi Day voleva essere la mobilitazione della gente e non dei partiti. Ed il corteo è davvero lungo, denso, percorso da una unica martellante richiesta di legalità. Per il popolo viola l’unico modo per ripristinarla è cacciare Berlusconi. D’altronde messaggi e cartelli fai-da-te insistono sul coagulo di anomalie berlusconiane lievitate dopo le dichiarazioni di Spatuzza: il conflitto di interessi, il presunto legame tra il premier e la mafia, le leggi ad personam, l’attacco alla Costituzione.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-652" title="No B Day" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/uploads/2009/12/005-630x420.jpg" alt="No B Day" width="630" height="420" /></p>
<p>Pochissimi i riferimenti alla “mignottocrazia”, all’affare Noemi, alla D’Addario. Berlusconi se ne deve andare perché è Berlusconi, le politiche su immigrazione, lavoro, fisco, famiglia non vengono prese in considerazione. Un gruppo di ragazzi di Milano ha confezionato delle manette giganti che accompagnano lettere gialle dell’alfabeto per formare la parola “Dimettiti”. Anche questa idea-bricolage, dicono, è nata su Facebook. Serpeggia l’insoddisfazione per il tatticismo del Pd, che non ha aderito alla mobilitazione come invece hanno fatto Rifondazione Comunista, Pdci, Italia dei Valori, Sinistra e Libertà, Verdi-Sinistra ecologista, i comunisti di Marco Rizzo. Andrea è uno dei pochissimi a sventolare la bandiera del partito di Bersani. E’ del circolo Varlungo di Firenze: «Chi continua a criticare il Pd farebbe meglio a prendere la tessera e provare a cambiarlo».</p>
<p>Le bandiere rosse del Prc, concentrate verso la fine del corteo, sono numerosissime e si accalcano vicino al camioncino aperto delle Brigate di Solidarietà Attiva dal quale alcuni lavoratori della Eutelia vendono arance ”metalmeccaniche” a cinque euro per finanziare la propria lotta. «Scrivi che da quattro mesi non prendiamo lo stipendio», dice Gloria. Poco più tardi un’altra licenziata della Eutelia parlerà dal palco dove il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, lancia accuse pesantissime nel nome delle centinaia di persone che hanno marciato mostrando al cielo un fac-simile dell’agenda rossa del giudice ammazzato dalla mafia, agenda sparita e mai ritrovata, e urlando a squarciagola: ”Fuori la mafia dallo Stato”. Salvatore scandisce: «Schifani si trincera dietro il suo incarico per non rispondere dei suoi trascorsi societari con i mafiosi». La folla applaude, mentre dai gazebo copie del quotidiano travagliano-dipietrista Il Fatto vanno via come il pane. Si alternano al microfono Ascanio Celestini, Giorgio Bocca in diretta telefonica contro le querele alla stampa promosse da Berlusconi e che «uccidono la libertà di stampa», e poi una terremotata aquilana, Enza Blundo, che dice: «L’Aquila è stata una operazione di immagine».  Dario Fo e Franca Rame sono emozionati: «Quello che vediamo qui ci fa dire che arriverà il momento della festa».</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-653" title="No B Day" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/uploads/2009/12/034-630x420.jpg" alt="No B Day" width="630" height="420" /></p>
<p>Un successone, per gli organizzatori Franca Corradini, Massimo Malerba, Gianfranco Mascia e Sara de Santis. Hanno già chiarito che dal No Berlusconi Day non nascerà un partito. Ma nemmeno sono disposti a tornare nelle piazze virtuali dei social network. La mobilitazione ha mischiato moltissima gente comune ma anche partiti e associazioni come Arci, Libera, Articolo 21, Coordinamento dei precari della scuola. Piccole ma viola manifestazioni anche a Sidney, Madrid, Londra, Berlino.</p>
<p>Per Riccardo, operaio ventiseienne di Terni, questa è la prima manifestazione nazionale: «Sono qui perché Berlusconi ci prende in giro». Non sarà una dichiarazione dal sapore politico, ma il No B Day lascia libero sfogo alle emozioni, alla indignazione e soprattutto alla consapevolezza che l’unica via per sbarazzarsi del premier passi per la magistratura. «Silvio, fatti processare», scandiscono i cartelli. O anche: «Berlusconi wanted». Oppure un grido ripetuto goliardicamente: «Un unico sogno nel cuore, Berlusconi a San Vittore». Questo urlano i ragazzi del popolo viola, delusi dalla sinistra tiepida o lontana dalla realtà, e delusi dalla generazione dei loro genitori. «Si sono accontentati di poco», riassume Corrado, ventenne veronese che comincia a saltare come allo stadio: «Chi non salta Berlusconi è!».</p>
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		<title>IO, CRUMIRO</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Dec 2009 10:14:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sarà colpa della crisi che dissotterra i cadaveri. Vecchie parole tornano alla mente. E un'Italia smemorata si ritrova davanti una realtà che credeva ormai passata: il conflitto fra crumiri scioperanti. Siamo stati a Visano, bassa padana, in provincia di Brescia, davanti i cancelli della ThyssenKrupp.]]></description>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Chiamateli crumiri, chiamateli venduti. Vi risponderanno che siete voi i traditori, gli estremisti. Perché è così dal 1901, da quando l’Avanti sdoganò questo termine, lo è stato nell’eclatante 1980 alla Fiat, lo è oggi, nel 2009 della crisi economica finita per il Governo ma non per chi lavora alla Rothe Erde di Visano, Brescia.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Operai contro, anzi “fratelli contro”. Se fino a poco tempo prima il gomito a gomito in fabbrica e le vacanze con le rispettive famiglie erano la prassi, adesso non contano più nulla e ci si chiama “merde”, “coglioni”, “violenti”. Tute blu contro colletti bianchi, l’eterna divisione fra chi si sporca le mani e chi amministra la baracca, diventa più evidente nelle reazioni e nei pensieri che provoca un’azienda in crisi. Chi sciopera è convinto di doverlo fare per i diritti suoi, dei colleghi e dei lavoratori in generale, chi rivendica il diritto a lavorare è convinto di fare il proprio dovere per salvare azienda, stipendio e posto di lavoro. Sopra a tutti c’è il “padrone”, in questo caso la multinazionale tedesca ThyssenKrupp, che dall’alto decide e dal basso cerca di sfruttare le carte a proprio favore, mettendo zizzania, provocando e cercando di ingrassare le fila dei dipendenti non scioperanti. Poi c’è lo scenario, una strada di un piccolo centro della bassa padana con cinque fabbriche vicine in stato di crisi. La media industria è la linfa vitale di questa zona, del “Nord che produce”, adesso i cartelli stradali sono coperti dalla improvvisata cucina dove Fabio sta preparando il pranzo per la sessantaseiesima volta consecutiva.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/io-crumiro/IMG_8962.jpg" title="I crumiri escono la sera dalla fabbrica con un corteo di macchine." class="shutterset_singlepic306" >
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</a>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Fabio è un ragazzo sui 35 anni, come quasi tutti alla Rothe Erde è originario del bresciano e ha una fidanzata “che adesso non vedo quasi mai, perché sto sempre qui e quando torno a casa sono stressato, nervoso, scatto per nulla. Ma deve essere così, perché non abbiamo mai fatto resistenza in questa fabbrica e adesso tutto questo casino non se lo aspettavano”. Sotto il piano cottura ci sono decine di casse di pasta, frutta, fagioli “tutta roba che abbiamo preso alla Coop, che ci ha regalato 400 euro in buoni pasto, o che ci hanno portato la Fiom o le persone del posto che arrivano, si fermano e ci danno qualcosa. Anche il contadino qui accanto ci sta aiutando e i dirigenti della Rothe Erde sono andati a dirgli di non farlo più”.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">La tensione dura da un mese e mezzo, da quel 19 ottobre che per 44 operai è iniziato con una lettera di licenziamento nella buca della posta. La fabbrica è chiusa per una settimana di cassa integrazione ordinaria, ma l’azienda decide che il calo delle ordinazioni dei cuscinetti che producono è troppo alto (80%) e che quindi si deve tagliare. I 44 vengono individuati non tenendo conto dei tre criteri di legge per i licenziamenti: carichi di famiglia, anzianità di servizio e esigenze tecnico-produttive e organizzative, ma non è solo questo. E’ che la ThyssenKrupp non può fare quello che vuole, ignorando ogni pratica sindacale. I lavoratori si ritrovano in assemblea e prendono coscienza delle difficoltà del momento: se esuberi devono essere, che l’azienda utilizzi gli ammortizzatori sociali. Quindi, nessun licenziamento ma cassa integrazione straordinaria e prepensionamenti attraverso la mobilità volontaria. Fra chi ha già deciso di trattare la buonuscita per altri lavori e chi si dice disponibile al pensionamento, gli esuberi potrebbero ridursi più o meno a undici, gestibili con gli ammortizzatori. I dirigenti però non ritirano le lettere e non si fanno nemmeno vedere dalle parti del piazzale occupato. La decisione è immediata: sciopero a oltranza e presidio permanente davanti ai cancelli.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/io-crumiro/IMG_8698.jpg" title="Per passare il tempo al presidio gli scioperanti hanno portato anche un biliardino." class="shutterset_singlepic300" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/300__480x320_IMG_8698.jpg" alt="IMG_8698.jpg" title="IMG_8698.jpg" />
</a>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Hai mai visto una cosa del genere?” chiede un operaio con in tasca la lettera di licenziamento. E’ vicino ai 50 anni, potrebbe essere fra i pensionabili e invece sta tutto il giorno a aspettare notizie sul piazzale. Un anno fa ha perso la moglie “e adesso ho lo stomaco che non sa più dove girarsi”. Anche lui ha amici fra i colleghi che entrano in fabbrica, “persone con le quali ho convissuto per anni e adesso mi chiedo chi sono”. Sono gli operai stessi a dare un nome a tutto questo: modello Toyota, ossia una sorta di cooperazione fra azienda e operai, con un sindacato interno che pensa più ai servizi e alla collaborazione, piuttosto che alla difesa dei diritti. Sotto accusa in questo caso ci finisce la Uilm, prima Rsu alla Rothe Erde con due eletti contro uno della Fiom (la Fim non ne ha) che adesso guida l’altra parte della barricata. “Ad inizio del 2009 i nostri due amministratori delegati ci chiamano in due assemblee consecutive per annunciarci la cassa integrazione, ma promettono che nessuno sarebbe rimasto a casa. Confermano gli obiettivi del 2008: arrivare a 300 dipendenti per diventare leader del settore dei cuscinetti in Italia. – spiega Giancarlo, rsu della Fiom – D’altronde il gruppo ha chiuso l’anno scorso con un fatturato di 4 milioni e mezzo di euro. E adesso eccoci qua”. La mobilitazione è inevitabile, quello che succede dopo è imprevedibile: trascorsi pochi giorni il presidio inizia a perdere pezzi. “La prima settimana eravamo tutti là, solidali con i colleghi licenziati. Ma non è cambiato nulla e quindi abbiamo pensato che fosse meglio tornare a lavorare e cercare un’altra forma di protesta. Sono partiti subito gli insulti e le minacce, quindi ce ne siamo andati”: sono davanti alla piccola stazione di Visano, sono una cinquantina, a circa 200 metri dal piazzale. Sono in maggioranza impiegati con una ventina di operai. Sono loro, i “crumiri”.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Io ho una famiglia, devo preoccuparmi del mio lavoro per mandarla avanti. Quelli là invece sono buoni solo a insultare e fare casino. Ma vogliamo farla una proposta o no?”. Nomi non ne fanno, ma superata un’iniziale diffidenza verso il taccuino del giornalista, spiegano le loro ragioni. Sono convinti che “l’azienda agisce per il meglio, d’altronde il momento economico è difficile”, che “non si sputa sul piatto dove si mangia” anche perché “ci dobbiamo fidare dei nostri dirigenti”. Aspettano che scatti l’orario di ingresso per entrare a lavorare. Non si guardano più in faccia con i colleghi, non si considerano più parte di un tutto. Ma non pensate che un giorno potrebbe arrivare anche a voi una lettera di licenziamento? “No, crediamo di no. E comunque tenere chiusa la fabbrica è la via per farla fallire”. Quando è ora di entrare, la Digos dà il via, crea un cordone sul piazzale per fare passare le loro macchine e per cinque minuti si assiste allo scontro fra poveri. Il corteo sfila fra applausi ironici, sputi sulle macchine, parte anche qualche calcio. Poi c’è la corsa al muro dove la stessa scena si ripete mentre i “crumiri” entrano in fabbrica. Il tutto sotto gli occhi delle forze dell’ordine che cercano di evitare che la situazione degeneri, tenendo una posizione imparziale: “Cosa vuoi che ti dica, io spero che trovino una soluzione. Di triste e sbagliato in questa storia c’è che sono lavoratori contro lavoratori” dice il vice questore, presenza ormai fissa su questa strada.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Passato il momento critico la vita sul piazzale scorre fra partite a carte, a biliardino, cori ai microfoni dell’impianto che pompa musica in continuazione. Nel primo pomeriggio arrivano i colleghi della Mac, azienda vicina che ha chiuso la crisi il giorno prima con un accordo, a salutare e portare il cibo avanzato dal loro presidio. <span> </span>E’ pure il momento dei racconti: “Venerdì sera ero a teatro, dove ho incontrato Andaloni (uno dei due amministratori delegati della Rothe Erde, Ndr) e mi ha pure sorriso. Tre giorni dopo mi ha licenziato. Ma che gli ho fatto io?” Massimo è visibilmente arrabbiato, dice che “glielo spiegherei io a quelli perché non devono andare a lavorare” e poi ripensa a “quante notti ho fatto qui dentro, quanto ho lavorato senza poter vedere i miei figli. L’ho fatto per arrivare a questo?”. C’è chi viene da molto lontano, come Fabio, 36 anni gli ultimi 11 trascorsi lontano da casa, da Palermo: “Sono stato 8 anni alla Dalmine di Bergamo poi qui. La mia ragazza sta a Palermo e vorrebbe salire a vivere con me. Le ho detto di tenersi stretta il suo lavoro giù perché qui al Nord non c’è più niente”. L’Italia rovesciata alla Rothe Erde: “C’è una signora che ha 31 anni di anzianità e una lettera di licenziamento in tasca. Ogni mattina vede i suoi colleghi che vanno a lavorare come se niente fosse. Queste cose fanno male”.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/io-crumiro/IMG_8295.jpg" title="Visano, davanti i cancelli della ThyssenKrupp." class="shutterset_singlepic291" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/291__480x320_IMG_8295.jpg" alt="IMG_8295.jpg" title="IMG_8295.jpg" />
</a>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">La vicenda ha visto momenti anche più tesi, durante la quinta settimana di sciopero. Il martedì i “crumiri” hanno provato a forzare il blocco per entrare, poi la convocazione del tavolo ha calmato gli animi, ma la settantina di dipendenti è comunque entrata, dal retro. I colleghi in sciopero si sono arrabbiati, e molto, e solo una massiccia presenza delle forze dell’ordine, mai vista prima da queste parti, ha permesso l’uscita dalla fabbrica. A mezzanotte, però. Il venerdì successivo invece si sono presentati con una quindicina di vigilantes privati “che abbiamo chiesto all’azienda per proteggere le nostre macchine da quegli scalmanati” che sono stati allontanati dalla polizia. Poi c’è la vicenda del parroco che ha messo a disposizione l’oratorio per far connettere gli impiegati con la wireless al sistema della Rothe Erde. La Fiom dice che il parroco l’ha fatto su richiesta dell’azienda, la Uilm che hanno fatto loro una donazione, come si fa sempre. Per ogni verità è pronta un’altra diametralmente opposta. Come le telefonate di invito a tornare al lavoro che arrivano a casa degli scioperanti: la Fiom è convinta che i numeri siano stati forniti dagli impiegati, loro assicurano che non c’entrano niente. Alla base di tutto, un concetto: la democrazia nei luoghi di lavoro. La contro-protesta della Uilm parte perché lo sciopero a oltranza sarebbe stato deciso solo dalla Fiom, la Fiom ribatte che nell’assemblea che lo ha deciso c’erano anche i rappresentanti Uilm, “che in quelle precedenti non si erano visti”. La Fiom ha un documento che conferma il mandato con 110 firme, la Uilm ha una lettera che chiede di tornare al lavoro sottoscritta da 102 dipendenti. Per i primi è uno “scontro fra operai”, per i secondi è uno “scontro fra dipendenti”. Questione di terminologia, ma è anche l’emblema di come sarà difficile ricomporre i pezzi di un vetro frantumato.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Le trattative si stanno sbloccando, il prefetto sta giocando il suo ruolo, l’azienda dovrà prima o poi parlare con tutti i sindacati. Nel frattempo c’è una fabbrica ferma, 44 lavoratori che non sanno cosa gli succederà domani e una divisione che non si vedeva da tempo. Chiamateli crumiri, chiamateli estremisti ma sono tutti lavoratori che hanno da perderci qualcosa. A guadagnarci, ancora una volta, è l’azienda che sta sopra e muove le fila.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>SOTTO LE CENERI DEL NORD-EST</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 19:59:06 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Nord]]></category>

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		<description><![CDATA[Le ronde? Inesistenti. Le aziende soffrono per la crisi ma gli operai non salgono sul tetto e preferiscono un compromesso con la proprietà, senza clamori. Il sindacato è in forte difficoltà per l'accordo separato. I migranti, molti, vorrebbero tornare a casa. Alcuni lo fanno, ma silenziosamente perché si vergognano. Viaggio nel Veneto inquieto che avrà presto un governatore leghista. Pubblicato su DIARIO novembre 2009.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Luigi Pontillo non vorrebbe parlare. Teme di venire nuovamente frainteso, di passare per l&#8217;operaio  razzista e anti-sindacale. Peggio, per un venduto ai padroni. Nel parcheggio della fabbrica fuma velocemente una sigaretta. È mezzogiorno, ha finito il turno cominciato alle quattro. Posto fisso da saldatore, Luigi è il delegato Cisl alla Global Garden Project di Castelfranco Veneto (Tv), prima produttrice europea di macchine da giardinaggio: «Oltre il 70% degli operai è dalla mia parte, compresi gli stranieri. Hanno capito che per assicurare lavoro bisognava fare una deroga al contratto nazionale». La Fiom, invece, «pensava soltanto a quella settantina di terministi che avrebbero dovuto firmare l&#8217;assunzione. Noi invece pensavamo a salvare anche gli altri precari».</p>
<p>Per capire occorre fare un passo indietro. Lo scorso aprile la Global Garden Project finì sui quotidiani nazionali per un referendum spacciato per razzista. Una settantina di terministi ,chiamati anno dopo anno per fare fronte ai picchi stagionali di produzione, avevano toccato i 36 mesi di lavoro e per legge l&#8217;azienda avrebbe dovuto assumerli. La proprietà si oppose: è l&#8217;anno della crisi, la produzione è calata del 50%, siamo una fabbrica ad andamento stagionale e degli operai fissi non sappiamo cosa farcene, dissero. La Fiom fece il diavolo a quattro. Ma perse. Non con la Ggp, perse con gli operai. Che votarono in massa per un accordo: i precari, molti dei quali donne e stranieri, perdevano il diritto all&#8217;assunzione ma in compenso 35 sarebbero stati comunque assunti e, in autunno, gli altri sarebbero stati chiamati a lavorare per la stagione invernale. Pontillo spiega: «Il razzismo non c&#8217;entrava nulla, visto che un quarto degli assunti è straniero e qualcuno è persino diventato capoturno. La realtà è che se non avessimo accettato questo accordo, la Ggp avrebbe lasciato a casa quei 300-350 lavoratori stagionali che stavano maturando i 36 mesi di precariato». Tutto chiaro: l&#8217;azienda elimina l&#8217;obbligo dell&#8217;assunzione, gli operai terministi guadagnano lavoro. Anche se precario. Purché sia lavoro.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/sotto-le-ceneri-del-nord-est/treviso006.jpg" title="OLa Global Garden è stata la prima fabbrica italiana ad ospitare una moschea interna per i suoi dipendenti. Una stanza accanto agli spogliatoi dove per cinque minuti una decina di lavoratori " class="shutterset_singlepic275" >
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Paolo Cavasin è il direttore dello stabilimento. Ci apre i cancelli, ci accompagna per una lunga visita in fabbrica, saluta amichevolmente gli operai. Mangia con loro in mensa. Di Cavasin i lavoratori parlano bene: «Fa di tutto per mantenere la produzione in Italia». Perché l&#8217;incubo è la delocalizzazione, magari in Cina o in Slovacchia, dove l&#8217;azienda possiede due stabilimenti. La proprietà è una società di fondi inglese (3i) che recentemente ha mostrato ottimismo: la crisi è superata, ora passeremo alla “razionalizzazione dei processi”. Espressione che getta nello sconforto i lavoratori: razionalizzazione, spesso, significa “licenziamenti”.</p>
<p>La Ggp è abituata ai giornalisti fin dalla metà degli anni &#8216;90, quando aprì la prima moschea in fabbrica, tuttora funzionante: una stanza accanto agli spogliatoi dove per cinque minuti, due o tre volte al giorno,) una decina di lavoratori musulmani si raccoglie in preghiera guidati dall&#8217;imam-operaio. Nei periodi di ramadam l’orario della mensa viene spostato per i fedeli che non possono mangiare né bere fino al tramonto.<br />
«La legge prevede la stagionalità soltanto per le aziende agricole e turistiche. Ma anche noi siamo stagionali: a settembre produciamo 4500 tagliaerba al mese, a gennaio ne facciamo cinquemila al giorno», dice Cavasin. Tutto molto comprensibile. Oppure no, non è comprensibile per chi è abituato alla contrapposizione durissima tra operai e padroni. Il Veneto è diverso. In Veneto i lavoratori si sentono parte dell&#8217;azienda: con l&#8217;arrivo della recessione le regole saltano, il contratto nazionale diventa una zavorra, bisogna diventare flessibili. «Ogni azienda ha la sua storia, ogni fabbrica è immersa in un territorio con le sue specificità. Non possiamo applicare le stesse regole per uno stabilimento a Treviso o uno a Napoli», conclude Pontillo, originario di Torre del Greco. Per dire, i terministi della Global Garden sono abituati da anni a lavorare sette mesi su dodici: per le donne va bene, così riescono a conciliare fabbrica e famiglia. E va bene anche per quegli stranieri che preferiscono passare qualche mese nel Paese di origine. Eppure siamo alle porte di novembre, le commesse sono poche e l&#8217;azienda non ha ancora richiamato i precari.</p>
<p>Da lontano, molto lontano, queste terre puzzano di razzismo. A smentire parzialmente il pregiudizio interviene Aziz Bouigader, delegato Fiom alla Ggp. Diciannove anni fa occupava una ex fabbrica abbandonata perché non sapeva dove vivere, oggi possiede un Mercedes e paga il mutuo per una casa a Caerano San Marco (Tv), con moglie e tre figli: «Il razzismo è della politica, non della gente. Non mi sono mai sentito discriminato. Il razzismo vero lo vedi in Francia». Siamo in un bar di periferia lungo la statale Treviso-Vicenza, sessanta chilometri di asfalto percorso giornalmente da migliaia di camion che viaggiano a passo d&#8217;uomo. Nel bar operai e pensionati si raccolgono per il bianchetto serale o per lo spritz. Salutano con affetto Aziz, cliente abituale. Il Veneto teme la povertà, e dunque teme gli immigrati con problemi di lavoro e alloggio. Il delegato marocchino indossa una giacca di buona fattura e scarpe nuove. Soprattutto lavora, e sodo: così è diventato un veneto anche lui.</p>
<p>Parabola fortunata, quella di Aziz: quando il sindaco di Castelfranco decise di sgomberare la ex Scardassi, i Comuni della zona ricollocarono gli immigrati senza casa in comodi appartamenti. Stupefacente, in un territorio dove la Lega può arrivare al 50% di consensi. E invece no. «Esiste uno scarto enorme tra le boutade xenofobe della Lega e la realtà», ammette l&#8217;ex responsabile immigrazione della Cgil di Treviso, Giancarlo Cavallin. Le più pragmatiche, come al solito, sono state le aziende affamate di manodopera prima della crisi: l&#8217;Unindustria trevigiana firmò degli accordi per costruire alloggi destinati agli operai stranieri con il beneplacito dei Comuni spesso governati dal Carroccio. Per i migranti è come vivere in un bicchiere colmo di acqua e olio. L’olio sono, per esempio, le ordinanze del sindaco di Cittadella che ostacolano la residenza degli stranieri, l’acqua è la vita quotidiana che prosegue separata dal discorso politico. E’ la vita di persone come Aziz, che si sente parte del bicchiere: “Non chiedermi cosa penso dei clandestini. Non sono tutti criminali, naturalmente. Ma è ragionevole che l’Italia non possa accogliere tutti”.</p>
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<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/sotto-le-ceneri-del-nord-est/treviso004 (2).jpg" title="Il tipico paesaggio del nord est trevisano: strada piatta, atmosfera padana, e una lunga, ininterrotta fila di capannoni industriali. " class="shutterset_singlepic271" >
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<p>Contraddizioni soltanto apparenti. Ma è in queste contraddizioni che la Cgil e la Fiom, faticano a tenere il passo. L&#8217;accordo separato ha reso tumultuose le relazioni in fabbrica dove almeno la metà dei lavoratori sta dalla parte della Cisl e della Uil. Ovvero dalla parte di Pontillo. E cioè dalla parte della flessibilità per scongiurare la minaccia di chiusura. Nella provincia di Treviso, che conta 93mila imprese e dove la disoccupazione è passata dal 3% al 6%, il prossimo inverno quarantamila persone potrebbero perdere il lavoro. Ovvero il 10% degli occupati, secondo le previsioni più ottimistiche. Quarantamila famiglie in bilico, eppure nessuno sale sui tetti o blocca le stazioni. Gli operai non alzano la voce. Forse perché i veneti sono abituati da sempre a lavorar e tàsare, lavorare e stare zitti. Oppure perché in una terra cresciuta nella ricchezza la crisi è uno shock talmente forte che la gente prova vergogna a fare la fila alla Caritas. Una famiglia su cinque non riesce a pagare le bollette, quando negli anni scorsi pensava soltanto a comperare una casa per i figli, o la macchina nuova. E&#8217; vergogna? Per Paolino Barbiero, segretario provinciale Cgil, si tratta di altro: «Le famiglie perdono il reddito ma vivono di quello che hanno accumulato negli anni. L&#8217;80% ha una casa di proprietà, e poi esiste una rete famigliare che sostiene ancora . Ma le risorse si stanno esaurendo».</p>
<p>Lo smentisce parzialmente Derio Guidolin, operaio cassintegrato: «In fabbrica basta dare un’occhiata: chi tiene la testa china e non parla sono coloro che hanno bisogno e non hanno il coraggio di dirlo». Guidolin, prossimo alla pensione, è un sindacalista cresciuto nella lotta al padrone. Passa la giornata nella sua casa spaziosa, col giardino all&#8217;inglese, il portico con le sedie di vimini, il caminetto e i mobili dipinti di bianco come nelle riviste di arredamento chic. «Noi veneti sacrifichiamo tutto per la casa, mi chiedo se facciamo bene visto che all&#8217;improvviso ti ritrovi vecchio e non hai goduto nulla». Derio è delegato Fiom alla Fervet, committente unica di Trenitalia: fa carrozze. Anzi, le faceva. Lo stabilimento è fermo, le trattative per la cessione dell’azienda sono ferme, oltre duecento operai rischiano il posto. Derio voleva la lotta dura: «Il sindacato mi ha abbandonato: volevo simbolicamente occupare la stazione ferroviaria, gli operai mi davano ragione ma il sindacato ha frenato». La Fiom preferisce lo sciopero, perché quando arrivi a salire sul tetto significa che il sindacato ha fallito. E invece Guidolin, che in fabbrica lavora fianco a fianco con gli ormai celebri operai leghisti, dà una visione che rovescia le priorità dei metalmeccanici: «Con una crisi del genere gli operai accettano tutto, anche l&#8217;accordo separato. Perché l&#8217;alternativa è perdere il lavoro. E allora diventa difficile, difficilissimo, convincere i lavoratori della Fiom a scendere per protestare a Roma, per loro è una giornata di lavoro persa, sono soldi in meno. All&#8217;operaio leghista spesso non interessa la lotta nazionale, vuole che la sua fabbrica riparta e freme perché vorrebbe una protesta eclatante, personalizzata, mediatica. Non gli interessano le rivendicazioni politiche, il pacifismo, l&#8217;omofobia». Chiarissimo. Derio ricorda che un tempo, finito il turno, i delegati sindacali della fabbrica si fermavano a chiacchierare per scambiarsi informazioni. «Arrivavamo in fabbrica insieme, cinque per macchina. Ora ognuno guida la propria, alle cinque scappano a casa, siamo diventati degli individualisti». E allora la Fervet diventa il centro del mondo, la cosa più importante è conservare il posto di lavoro a qualunque costo. Come gli operai della “Fonderie del Montello” che in duecento hanno lavorato nonostante fossero in cassintegrazione a zero ore per tenere accesi i forni e la speranza che qualcuno volesse acquistare l’azienda. A ottobre hanno ripreso l&#8217;attività in 150. Andranno all&#8217;asta a fine novembre.</p>
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<p><!--EndFragment--> Secondo i sindacati questo territorio sta vivendo la fase più acuta della crisi. Sono 1077 le zone industriali in provincia di Treviso, un mare di capannoni e aziendine che hanno cementificato questa zona abitata da 900mila persone. Il terremoto economico lascerà il posto a un nuovo modello produttivo? Forse. L’ondata di fallimenti, che ha investito marchi famosi come la Diadora, ha convinto gli imprenditori a diffondere ulteriormente il modello Toyota, ovvero lo snellimento della produzione : poco magazzino, forniture ad hoc, flessibilità della produzione, tutti pronti a cambiare ritmo a seconda delle esigenze del mercato e delle commesse. A ridurre l’impatto devastante dello tsunami sarà anche la demografia, visto che nei prossimi anni pochi si affacceranno al mondo del lavoro perché pochi furono i nati negli anni ’90. E poi oggi le tensioni sono smorzate perché la provincia è policentrica, le oltre cinquemila persone licenziate sono sparse nel territorio e faticano a sentirsi parte della stessa narrazione. Sono operai, certo, ma anche artigiani monocommittenti, piccole ditte dell’indotto che, chiusa la grande azienda, si trovano stritolate o costrette ad accettare il concordato ovvero la liquidazione di una minuscola parte del credito che vantavano presso chi dava loro lavoro. Perdono il posto le donne, si ricorre ai prepensionamenti di massa, in famiglia un reddito non manca mai, o quasi. Ognuno costruisce un muro di difesa personale, atomizzato.</p>
<p>Non erano classe prima, perché dovrebbero diventarlo ora? Se gli italiani disoccupati o in cassintegrazione possono ancora contare sulle risorse famigliari, non è così per i centomila stranieri. Un terzo dei licenziati, nel 2008, era migrante. I comunitari, rumeni in primis, hanno elaborato una strategia: ricevono il sussidio e con poche ore di macchina tornano a casa e aspettano che la crisi passi. Gli extracomunitari, invece, sono maggiormente vulnerabili: diecimila potrebbero perdere presto il lavoro e diventare clandestini espellibili, nonostante i loro figli siano nati in Italia e magari abbiano acceso un mutuo.<br />
E così molti partono. Tornano a casa. O emigrano in un altro paese europeo: la Francia, il Belgio. Marie Lobe, ivoriana presidente di Auser-Cittadini del mondo , ci spiega con delicatezza: «Sappiamo che sono tornati in patria per sempre soltanto a cose avvenute. Si vergognano, perché tornare è un fallimento”. Aumentano i casi di migranti che letteralmente spariscono, lasciando un biglietto sulla porta della casa che stavano comperando col mutuo. Il biglietto è rivolto alla banca: riprendetevi tutto.</p>
<p>Sonia, invece, è rimasta in Italia contro i suoi desideri.<br />
A Belgrado faceva la commercialista e guadagnava bene, il marito voleva vivere in Italia. E lei, alla fine, ha ceduto. Ora lavora nella sede di Cittadinanza Attiva, il coordinamento delle quaranta associazioni di migranti di Treviso. Impossibile non chiederle di Giancarlo Gentilini, l&#8217;ex sindaco sceriffo appena condannato per incitamento al razzismo. «Vuoi sapere la verità? – dice Sonia – non badiamo più alle chiacchiere di Gentilini. A noi interessano i fatti. E i fatti dicono che collaboriamo bene con la Provincia a conduzione leghista, con il Prefetto e con il Questore». Persino con Luca Zaia, che accolse la richiesta di Cittadinanza Attiva e fece aumentare l’organico delle forze di polizia in servizio all’Ufficio immigrazione per snellire il rilascio del permesso di soggiorno. Ecco perché, con Zaia probabile prossimo governatore della regione, la condizione dei migranti non peggiorerebbe.</p>
<p>Nonostante la Lega, per anni Treviso è rimasta in vetta alla classifica del Cnel per indice di integrazione degli immigrati. Oggi rimane la prima provincia del Nordest per numero assoluto di stranieri, quarta a livello nazionale dopo Milano, Torino e Brescia. Said Chaibi, 20 anni, è nato in Italia da genitori marocchini e l’accento è implacabilmente trevigiano: «L’integrazione vera esisterà soltanto quando i figli degli stranieri cominceranno a diventare medici, insegnanti, avvocati». Non sarà difficile, visto che nella mentalità veneta studiare può diventare una perdita di tempo mentre il sogno degli stranieri è mandare i figli all’università. E Said studia, eccome se studia. Molti suoi coetanei autoctoni pensano più a divertirsi, invece. Il sindacalista Barbiero ha coniato un termine divertente –metalmovida – per definire i giovani operai che, a differenza dei genitori, non vogliono risparmiare e spendono un sacco di denaro in discoteche, bar dello spritz, jeans firmati.</p>
<p>L&#8217;insicurezza, ora, riguarda il lavoro. Sarà per questo motivo che le ronde sono sparite. Nel trevigiano, dove sono nate per opera della Lega, soltanto i volontari per la sicurezza di Oderzo hanno chiesto l&#8217;iscrizione all&#8217;albo della Prefettura. A Vicenza, invece, l&#8217;albo è ancora intonso. A Verona le ronde sono composte da italiani e stranieri che vigilano nei parchi, di pomeriggio. Il sindaco leghista di Vittorio Veneto, Gian Antonio Da Re, dice che la sua città è sicura e dunque non ha bisogno di ronde notturne. La realtà, sussurra la polizia da sempre contraria all&#8217;istituzione dei gruppi di cittadini con compiti di sorveglianza, è che il decreto Maroni pone vincoli stringenti – massimo tre persone per volte, niente tessere o simboli di partito - rendendo impossibile la creazione di ronde paramilitari come piacciono alla Lega.<br />
Nonostante il flop evidente, i volontari per la sicurezza sono diventati parte della battaglia all&#8217;ultimo sangue tra Pdl veneto e Lega per la guida della regione. Operazione di immagine di grande successo, le ronde sono servite a due scopi: rassicurare fintamente la popolazione – i rondisti spesso andavano a fare la spesa ai vecchietti o segnalavano bici abbandonate – e consentire ai sindaci leghisti di diventare parlamentari.</p>
<p>Mohammed Ahmed chiude la porta e parla sottovoce. Ha appena registrato il tg in lingua araba, il primo e unico in Italia, negli studi padovani dell’emittente privata La9. Gianpaolo Gobbo, l’attuale sindaco leghista trevigiano, si è complimentato con lui. «Con i leghisti ho ottimi rapporti. Ma quello che manca a questo territorio è la cultura, sono i valori. Vale soltanto comperare una macchina grande e poi magari andare con le prostitute». Ahmed è arrivato in Italia nel 1963, quando il Nord preferiva gli stranieri ai meridionali. Negli anni ’70 aprì un ristorante a Ceggia (Venezia), una mattina trovò una scritta sulle vetrate: “Fuori i terroni”. Lui aggiunse di suo pugno: “Non sono terrone, sono egiziano”. Immediatamente il paese intero andò a scusarsi.</p>
<p>Sull’islam, Ahmed la pensa come la parlamentare del centrodestra Souad Sbai e un poco come Roberto Maroni: moschee trasparenti con imam certificati, via il velo dal capo delle ragazze, scolarizzazione per tutti, integrazione senza fondamentalismi. Non è un caso che la prima notizia del suo telegiornale sia il matrimonio tra l’imam di Torino e una ragazza cattolica che non si convertirà. Mohammed ha fatto di tutto per sentirsi integrato, incluso sposare ben due donne italiane in successione e vietare l’arabo in casa. Dice: «Le moschee non servono, la fede è una questione privata e siccome so che potrebbe dare fastidio preferisco pregare per conto mio». La completa assimilazione, però, non è servita: «L’11 settembre 2001 ero il ricco proprietario di una catena di locali, guadagnavo miliardi. Improvvisamente agli occhi dei clienti diventai un arabo, poco a poco smisero di prenotare e mi trovai sul lastrico». E la sinistra? E il Partito democratico del sindaco padovano Flavio Zanonato, che raccoglie firme contro un campo rom imitando la Lega alla perfezione? «La sinistra parla bene degli immigrati ma non ha mai fatto nulla di buono per loro, a cominciare dalla Turco-Napolitano. Per i politici della sinistra gli immigrati sono soltanto povera gente bisognosa di aiuto. Se uno straniero osa, come me, a fare soldi, a comperare un Mercedes, a vivere nel lusso, ebbene immediatamente scompari dal loro orizzonte».</p>
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