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	<description>Solo un altro blog targato WordPress</description>
	<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 07:51:09 +0000</pubDate>
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		<title>ASINAWA</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 07:48:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il 24 Febbraio 2010 un gruppo di operai Vinyls (ex Enichem, Porto Torres) e Eurocoop, in cassintegrazione da 4 mesi, è sbarcato sull'isola dell'Asinara, prendendo possesso delle sale dell'antico carcere. L'isola dei Cassintegrati è un reality "reale", purtroppo, dove nessuno è famoso, ma tutti sono senza lavoro. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--[endif]--> <!--StartFragment--></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Cambria;">C’è qualcosa di crepuscolare sull’isola dell’Asinara. Vuoi per la posizione, sperduta nel mar Mediterraneo, vuoi per la storia carceraria che si porta dietro, da Totò Riina a Bagarella. Ma da 100 giorni a questa parte c’è qualcosa di più: c’è l’ultimo baluardo di una lotta, quella operaia, che in molti vorrebbero archiviare con il 900.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Cambria;">Fecero scalpore, tre mesi e passa fa, questi metalmeccanici della Vylnis che decisero di fare dell’Asinara e del loro lavoro in bilico un caso mediatico. Con milioni di telespettatori incollati a seguire cosa combinano Sandra Milo o Belen Rodriguez in un’isola tropicale, perché non vedere se lo stesso interesse lo provocano decine di tute blu che vanno a vivere nelle vecchie celle del carcere sardo e raccontano sul web le loro giornate? Ecco come nasce l’isola dei cassintegrati, il primo “reality reale”. La vera domanda è: come finisce?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Cambria;">
<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/asinawa/IMG_0040bn.jpg" title="giugno 2010, Asinara. Sull'isola manca tutto, ogni cosa, dal gas al cibo all'acqua, deve essere portata via nave.  " class="shutterset_singlepic458" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/458__480x320_IMG_0040bn.jpg" alt="L'isola dei cassaintegrati" title="L'isola dei cassaintegrati" />
</a>
<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Cambria;">Prendiamo l’unico traghetto delle 8 e 30, che da Porto Torres arriva all’Asinara. Insieme a noi, c’è <span> </span>anche il Manifesto e una troupe di Rai3, qua per fare un servizio per il tiggì e uno per Linea Notte. Mentre il cielo comincia a farsi denso di nuvole nere, e il traghetto taglia il mare al suo passaggio, ti chiedi dove stiamo andando, cos’è quel lembo di terra che s’intravede all’orizzonte, e se la battaglia che ci si combatte sopra non sia soltanto una trincea immaginaria. Un po’ come Hiroo Onoda, l’ultimo ufficiale giapponese a deporre le armi quando la seconda guerra mondiale era finita da un pezzo. La smaniosa ricerca di narrazione: ecco cosa accomuna i cassintegrati dell’isola a chi regge il microfono davanti a loro, e a noi. Dare voce all’Italia che fatica, ogni giorno, e che oggi è sommersa da altri rumori e distratta da altre occupazioni. Stanno per iniziare anche i mondiali di calcio.<span> </span>Intorno, ci sono solo i turisti che vengono a visitare le bellezze dell’isola, a fare il bagno nelle meravigliose cale accessibili, e che in genere prima di pranzo si concedono dieci minuti di serietà visitando l’ex-carcere, luoghi della mafia, di Falcone e Borsellino. Qualcuno che sa della protesta si ferma e domanda, per gli altri gli operai nelle celle sono solo l’ennesimo spunto per una foto ricordo. Giapponesi anche loro …</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Cambria;">Sembra che abbiano fatto diventare l’isola dei cassintegrati un museo delle cere, con i pochi operai rimasti a fare da Napoleone o Garibaldi in miniatura e il carcere il loro presepe. Il resto è una trattativa che non si sblocca, l’ennesimo viaggio a Roma sperando che dalle stanze di palazzo Chigi o del ministero esca la buona notizia, l’abbandono di uno dei compagni di viaggio. Così quando la troupe del Tg3 decide di fare una panoramica è necessario andare a cercare dei volontari in paese perché altrimenti la protesta sembrerebbe troppo ristretta e questo per le regole della tv non va bene per niente. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Cambria;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Cambria;">Chissà se alla fine è proprio questa la sensazione che provano i figuranti dei tanti reality, quelli veri, o finti, quelli che vanno in televisione e non certo su una ex-colonia penale per difendere la propria dignità. Chissà se perdono il senso della realtà anche loro ed entrano in un mondo diverso, in una dimensione parallela. Chissà se ognuno di loro finisce per vivere come in un’isola. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Cambria;">
<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/asinawa/IMG_0021bn.jpg" title="giugno 2010, Asinara. Diretta del TG3 Linea notte dall'Isola dei cassaintegrati " class="shutterset_singlepic457" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/457__480x320_IMG_0021bn.jpg" alt="L'isola dei cassaintegrati" title="L'isola dei cassaintegrati" />
</a>
<br />
</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Cambria;"><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Cambria;">Cento giorni sono tanti e i cassintegrati corrono il rischio che l’isola si impossessi di loro. Il ritmo è lento, le occupazioni minime: preparare da mangiare, leggere i giornali, vedere chi ha parlato di te, polemizzare al telefono quando si riportano cose false, la nascita di un piccolo asino albino. Diventa quasi minacciosa l’Asinara, perché crea come una barriera invisibile dentro di te. Cosa stanno difendendo? Perché sono sempre meno? Perché la gente non si appassiona a loro come a Simona Ventura? Il contesto non aiuta. Il paradiso terrestre di questa parte della vecchia Sardegna orgogliosa e produttiva che sta lasciando il posto a quella messa in pericolo dalla globalizzazione, dalla delocalizzazione, dalla crisi economica, è a pochissima distanza dalla Sardegna dei vip, del Billionare, dei Briatore la cui più grande preoccupazione sembra essere quella di restituire al figlio neonato lo yacht finito in mano alla Guardia di Finanza. Non è un conflitto di classe, non lo è più. E’ questione di audience. I cassintegrati hanno fatto la scelta di giocare sul terreno dello show, hanno puntato sulla parolina magica “web”, ma adesso non sanno quale sarà la loro fine. Fra un po’ nessuno parlerà più di loro e chissà cosa avranno deciso nel frattempo l’Eni, il governo e i sindacati. Chissà se quelle celle ospiteranno una festa o saranno ancora occupate dai cassintegrati. Chissà se, comunque vada, ci sarà qualcuno che vorrà raccontarlo. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Cambria;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>MONTICHIARI</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Apr 2010 17:19:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>

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		<category><![CDATA[Unità d'Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo la vittoria elettorale alle regionali, siamo tornati a Nord, a Montechiari, provincia di Brescia. Piccolo esempio di territorio goveranato dalla Lega. Pubblicato su Liberazione il 16/4/2010.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--[endif]--> <!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">Se sei straniero, ottenere la residenza a Montichiari è come vincere la lotteria. O meglio, un percorso ad ostacoli dall’esito incerto. Perché le regole non sono mai le stesse, nonostante la legge nazionale sia chiarissima: per un migrante bastano il permesso di soggiorno e un contratto di affitto.</p>
<p class="MsoNormal">A Soufiane Naissi, però, hanno chiesto prima le buste paga e poi, siccome aveva appena cominciato a lavorare e non aveva ancora percepito il salario, una caparra di 5500 euro da lasciare al Comune. Che non ha versato, naturalmente. Tornato dopo pochi mesi con i cedolini dello stipendio, finalmente sembrava che la documentazione fosse in ordine. Ma dopo un anno quella benedetta residenza non arrivava. E così il ventottenne Naissi, marocchino di Tangeri a Montichiari da 11 anni, regolare carta di soggiorno e un padre con la cittadinanza italiana, ha deciso di fare causa al Comune. E ha vinto. Il tribunale di Brescia ha stabilito che è illegittimo richiedere allo straniero documentazione aggiuntiva. E’ un abuso. Anzi, uno “straripamento di potere”.</p>
<p class="MsoNormal">
<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/sono-pazzi-questi-romani/pontida006.jpg" title="Padre e figlia, immersi nella mitologia dell'origine celtica della Padania" class="shutterset_singlepic117" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/117__480x320_pontida006.jpg" alt="pontida006.jpg" title="pontida006.jpg" />
</a>
</p>
<p class="MsoNormal">Il caso di Naissi non è isolato. Ad un camionista ucraino gli ufficiali dell’anagrafe aveva chiesto il contratto a tempo indeterminato e le buste paga. La risposta: “Non può risiedere a Montichiari, guadagna troppo poco”. La tattica dell’amministrazione comunale è semplice: temporeggiare, confondere, esasperare gli stranieri. E così sono molti i migranti che attendono anche due o tre anni prima di avere la residenza. Tuttavia senza residenza è impossibile cercare lavoro. Lo sa benissimo Naissi, ora disoccupato: “Volevo partecipare ad un corso professionale a Brescia, ma non posso dimostrare che risiedo in Lombardia”. Gli hanno persino sequestrato la macchina nuova, comperata in Francia, perché non poteva cambiare la targa. “I vigili che hanno posto i sigilli mi conoscono, ho studiato a Montichiari e lavoro qui da anni. Mi hanno detto: come è possibile che non ti diano quel documento?”.</p>
<p class="MsoNormal">Se lo chiede anche Abdeltif, il padre di Soufiane, in Italia dal 1975. Gli amici monteclarensi lo chiamano scherzosamente Mario. Forte del suo passaporto italiano, un giorno si è presentato all’anagrafe per chiedere come mai il figlio Soufiane, la moglie e le altre due figlie non potessero prendere la residenza. “Tu sarai anche cittadino italiano, ma la tua famiglia rimane comunque extracomunitaria”. E così ha spedito la figlia minore a studiare a Tangeri, nonostante avesse frequentato asilo, elementari, medie e superiori a Montichiari. Abdeltif ammette di avere votato Lega in passato perché, dice, “prima di questo casino con la residenza di mio figlio pensavo che stesse facendo cose buone per la città”. Eccole: parchi nuovi, giardini curati, viabilità migliore. Adbeltif era diventato amico del primo sindaco leghista della città, ora vicesindaco, Gianantonio Rosa, espulso dal Carroccio per non aver accettato il candidato del Pdl e per aver sostenuto alle ultime elezioni l’attuale sindaca Elena Zanola. Anche lei cacciata dal partito e ora a capo di una lista civica di ispirazione leghista. Pdl e Lega stanno all’opposizione con l’unico consigliere del Pd. Le destre, in città, ottengono quasi il 90% delle preferenze. Eppure Naissi padre e figlio dichiarano che “mai siamo stati trattati male dagli abitanti di Montichiari”. L’unica discriminazione subìta, dicono, è quella dell’amministrazione.</p>
<p class="MsoNormal">
<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/sono-pazzi-questi-romani/pontida014.jpg" title="Nel popolo della Lega ci sono anche, a volte, uomini di colore" class="shutterset_singlepic125" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/125__480x320_pontida014.jpg" alt="pontida014.jpg" title="pontida014.jpg" />
</a>
</p>
<p class="MsoNormal">In realtà tutti sanno che in Municipio il vero reggitore è il vicesindaco , Rosa. Un po’ come Gentilini a Treviso. E che sia lui a decidere come e quando concedere la residenza. Ad un cronista del Brescia Oggi che gli chiedeva come mai ponesse così tanti ostacoli agli stranieri, un giorno rispose: “Montichiari è come una bella donna che decide con chi uscire e con chi no”. Rosa non applica le norme, le interpreta in salsa leghista: per esempio è contrario ai matrimoni misti e, semplicemente, non li celebra. Beccandosi anche qualche denuncia, come quella di un carabiniere che voleva convolare a nozze con una rumena e trovò il passo sbarrato in Municipio.</p>
<p class="MsoNormal">Dopo la sentenza del tribunale di Brescia, Zanola e Rosa hanno deciso di non commentare. A Liberazione la sindaca dice semplicemente che “le regole cambieranno, ma a livello nazionale”, lasciando intendere che il massiccio afflusso di stranieri impone nuove norme per la residenza.</p>
<p class="MsoNormal">“Il vero scandalo è che qui non esiste una norma apposita per l’iscrizione all’anagrafe dei cittadini stranieri. Siamo alla discrezionalità più assoluta”, denuncia Marco Ugolini della Cgil di Montichiari. Ovvero: non esiste una delibera da stralciare, visto che decide Rosa. La vittoria in tribunale di Naissi è soltanto l’ultima ottenuta dalla Camera del lavoro di Brescia contro le ordinanze e le delibere smaccatamente razziste che crescono come funghi nei paesi leghisti della zona. Ormai Tar e tribunali hanno dato ragione sedici volte al sindacato, che insieme ad Asgi e Fondazione Guido Piccini conducono una lotta legale a colpi di avvocati per difendere i migranti dagli abusi dei sindaci. I giudici hanno dato torto ad Adro – il paese delle mense negate ai bimbi che non pagavano la retta – e Chiari che avevano istituito una borsa di studio per gli studenti (italiani) meritevoli. Così a Castel Mella. Causa vinta contro Ospitaletto, che aveva chiesto ad un rifugiato politico liberiano la fedina penale del Paese di provenienza per poter ottenere la residenza. Causa vinta a Villa Carcina, che come Montichiari pretendeva di concedere l’iscrizione all’anagrafe soltanto ai migranti con busta paga. Doppia vittoria a Trenzano, artefice dell’ordinanza più smaccatamente razzista del circondario: voleva introdurre l’obbligo di parlare italiano nei luoghi pubblici e nei bar. L’obiettivo, nemmeno troppo segreto, era impedire l’apertura di una moschea. Ma in quel caso protestarono a sorpresa gli alpini, che volevano continuare ad esprimersi in dialetto in osteria.</p>
<p class="MsoNormal">Rimane per ora in vigore la delibera di Villa Carcina che, attraverso un accordo con l’azienda dei trasporti Sia, può sguinzagliare vigili urbani negli autobus per chiedere documenti agli stranieri nella speranza di stanare i clandestini. “C’è una volontà punitiva, repressiva e cattiva dei sindaci leghisti contro gli stranieri”, commenta Franco Valenti della Fondazione Guido Piccini. Per diciannove anni Valenti è stato il responsabile dell’ufficio stranieri del Comune di Brescia. Quando, nel 2008, la città è passata al centrodestra, la nuova giunta ha chiuso l’ufficio e questo nonostante la città sia prima in Italia e terza in Europa per tasso di stranieri, dopo Atene e Vienna. Anche a Brescia l’ufficio legale della Cgil ha ottenuto le sue vittorie, la più importante è la causa vinta contro i bonus bebé concessi soltanto alle famiglie italiane. Soltanto dopo un lungo braccio di ferro legale e la minaccia di pignoramento il Comune ha allargato la misura agli stranieri, per poi abolirla. Eppure a Brescia è ancora in vigore un regolamento di polizia urbana che vieta innumerevoli attività, spesso legate alla presenza straniera: via i borsoni, vietato legare bici al palo, vietato bere alcolici in pubblico, vietato giocare nei parchi pubblici. Di questo divieto ne fanno le spese i pakistani di seconda generazione che non possono giocare a cricket e non ottengono dal Comune uno spazio consono per allenarsi, nonostante vincano medaglie a livello nazionale. Una nuova delibera ha bloccato l’apertura dei rivenditori di kebab, mentre è stata ritirata la concessione edilizia al centro di cultura islamico che aveva bisogno di fare delle modifiche strutturali. Ma questo succede anche a Trenzano e Cologne: appena la comunità musulmana individua un luogo adatto per la moschea, ecco che il Comune inventa innumerevoli cavilli per impedirne la costruzione. Nel capoluogo di provincia l’artefice delle ordinanze anti-migranti è il vicesindaco leghista Fabio Rolfi, al quale il sindaco Adriano Paroli ha affidato la gestione della cosiddetta sicurezza. E Rolfi prende esempio dal veronese Flavio Tosi: delibere a tutto spiano, tutte concentrate sul decoro e la microcriminalità (degli stranieri, s’intende).</p>
<p class="MsoNormal">
<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/sono-pazzi-questi-romani/pontida019.jpg" title="Pontida è organizzata come una festa di paese: stand, birra e salsicce" class="shutterset_singlepic130" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/130__480x320_pontida019.jpg" alt="pontida019.jpg" title="pontida019.jpg" />
</a>
</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Nonostante l’attivismo degli antirazzisti e le sentenze, le ordinanze cassate in un luogo rispuntano, fotocopiate, nel Comune leghista accanto. E gli avvocati macinano ricorsi. La vittoria a Montichiari riempie di soddisfazione soprattutto perché avviene nel primo Comune di un certo peso diventato leghista nel Bresciano. Il Comune capofila, insomma. Ma non c’è da gioire troppo. Il numero di delibere è tale, e l’ostinazione dei sindaci leghisti così pervicace, che ormai stanno sorgendo comitati civici nei singoli paesi con il compito di vigilare sull’operato delle amministrazioni del Carroccio per poi segnalare tutto all’Osservatorio sulle discriminazioni istituzionali creato appositamente dalla Cgil. Ormai sindacato e opposizione parlano di allarme democratico e si chiedono come mai il Prefetto non intervenga per disciplinare i sindaci fuori rotta. Soprattutto perché, in ogni processo, viene chiamato in causa anche il Ministero dell’Interno che puntualmente, attraverso l’Avvocatura dello Stato, ribadisce che questa o quella delibera non corrisponde alla legislazione nazionale e dunque va eliminata.</p>
<p class="MsoNormal">Il caso di Montichiari non si ferma soltanto alle delibere discriminatorie contro gli stranieri. Nei giorni scorsi la sindaca Zanola ha negato la piazza alle manifestazioni per il 25 aprile e il 1 maggio organizzate da Pd e Prc. Con una motivazione alquanto bislacca: “gli spazi pubblici non vengono utilizzati dai partiti per manifestazioni politiche di alcun genere”, tranne nel periodo elettorale. “Questo è un salto di qualità dal punto di vista politico, in negativo”, commenta il segretario del Prc di Brescia Fiorenzo Bertocchi. “Dopo il razzismo istituzionale, ora siamo giunti all’autoritarismo fascista. Perseguiti non sono solo i migranti, ma anche i soggetti politici contrari alla cultura leghista”. Dopo aver scritto una dura lettera a Zanola spiegandole che è incostituzionale vietare le manifestazioni, Pd e Prc pensano comunque di sfilare in corteo chiedendo semplicemente l’autorizzazione al Questore. Ma il clima è avvelenato. Sorprendentemente non per Soufiane, che non vede l’ora di prendere la residenza per ricominciare a lavorare, a vivere. In macchina per Montichiari, mostra con orgoglio il castello: “Sono ancora molto legato a Tangeri, ma questo è ormai il mio posto. Come gli uccelli che migrano, e alla fine fanno il nido”.</p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>SUPERCAR</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 22:11:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Siamo tornati verso Sud. Nei paesi del dissesto idrogeologico italiano, in Calabria e Sicilia, dove due frane hanno costretto migliaia di persone ad abbandonare le loro case. E ancora una volta abbiamo percorso l'A3, la Salerno-Reggio Calabria.]]></description>
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<p class="MsoBodyText">Si dice spesso che la rete autostradale di un paese, se vista in una cartina geografica, finisce per assomigliare alle vene di un corpo umano. Alle arterie. E le macchine sono piastrine che viaggiano per tutto il corpo. E se un corpo è malato, dallo stato delle arterie lo si può capire. In questi mesi abbiamo viaggiato su e giù per l’Italia, sempre sulle nostre quattroruote, globuli bianchi alla ricerca di chissà quale cura o anticorpo sullo stato del nostro paese. Finchè una fiammata ha cancellato tutto, e noi ci siamo ritrovati a piedi. Può non essere di alcun interesse per il nostro viaggio in Italia scrivere di un motore che si è fuso, ma dove è successo sì, e ancor più quello che c’è stato prima ancora di più.</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">
<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/supercar/frane003.jpg" title="Frana di Maierato. " class="shutterset_singlepic442" >
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</a>
</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">A3, quasi un simbolo, un’essenza mitica ormai per il nostro paese. La Salerno-Reggio Calabria, l’unica autostrada italiana dove ogni percorrenza è davvero un’avventura. Non c’è nessun’altra strada in Italia dove si ha la sensazione di viaggiare in un altro paese, esotico, difficile, pericoloso ma eccitante. Non c’è nessuna autostrada in Italia dove hai la sensazione di entrare, e poi uscire, in un altro mondo. La A3 è l’unica autostrada italiana dove non si paga, dove nessuno ancora ha avuto il coraggio di chiedere soldi per il pedaggio. Forse perché memori dei rischi che si corrono attraversandola ogni volta, o forse perché un’avventura non ha prezzo, mentre un viaggio in macchina sì. O forse semplicemente perché anche noi italiani da qualche parte abbiamo un qualche senso del pudore, e chiedere un pedaggio qui è davvero troppo. Ma ci crediamo poco, e non durerà per molto, prima o poi qualcuno quei soldi li chiederà, e magari per coprire 20 anni di investimenti, sprechi e corruzione. O forse, ancora, perché siamo in Calabria, e perché tutti sotto sotto pensiamo che stiamo varcando un confine più che un’autostrada. E al confine non si chiede pedaggio</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">Eravamo diretti a Giampilieri. Tanti chilometri da fare. Anche un lembo di mare. E poi altri km. Direzione San Fratello, paese evacuato a causa di una frana, mesi dopo la tragedia di Giampilieri. Assomiglia a un terremoto la zona rossa del paese. Case aperte a metà, strade spaccate, crolli, persone che si aggirano frastornate e ancora incredule. “Ho lavorato vent’anni in Germania per costruire questa casa e ora non ho più nulla. Che significa questo ?” Ci dice, quasi timido, un vecchietto.</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">Troppa acqua, troppe piogge, ci spiegano i Vigili del Fuoco. E così il terreno sotto il paese si è come sciolto, e lo ha fatto spronfondare. Causa dell’uomo - chiediamo in giro ? Sì, anche se poi ti spiegano sempre la complessità e a volte l’imprevedibilità degli eventi naturali. Ma a San Fratello è già successo, agli inizi del ‘900, dall’altra parte della collina. E dopo hanno costruito la parte moderna, sul lato opposto, quello sicuro, ora venuto giù anche lui, insieme a tante piccole villette. Chiediamo: abusive ? Nessuno risponde. Strana parola questa, forse suona come “straniera”.</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">
<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/supercar/frane016.jpg" title="Frana di San Fratello" class="shutterset_singlepic452" >
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</a>
</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">E ripartiamo, destinazione: Maierato, Calabria. Di nuovo quel lembo di mare. Di nuovo le quattroruote chiuse nel traghetto, in attesa del Ponte, del transito diretto, del nuovo mostro fra Scilla e Cariddi. Chissà chi verrà inghiottito dal cemento: terreni, legalità, soldi, persone.</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">Qualche anno fa Roberto Benigni in una delle sue famose apparizioni Rai si chiedeva: “Cosa succederebbe all’Italia se la Toscana scomparisse ? Che la Liguria cadrebbe sul Lazio, l’Emilia- Romagna sull’Umbria … e così via”. E cosa succederebbe invece se scomparisse la Calabria ? Molto meno rumore, a pensarci bene. Aumenterebbe il lembo di mare verso la Sicilia, ma niente di più, nessuno cadrebbe su nessuno. Nessuna catastrofe. Anche così la Calabria sembra un corpo estraneo, un qualcosa che si può staccare dal resto, un arto artificiale, un altro mondo.</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">E siamo a Maierato. Qui non è come San Fratello, non c’è stato lo smottamento del terreno, ma qualcosa di meglio e di peggio insieme. E’ venuta giù una valanga di fango e si è portata dietro tutto quello che ha incontrato, case, alberi, strade, lampioni. Ma fortunamente è venuto giù il costone della montagna che lambisce il paese, e non quello direttamente sopra. Nessuno si è fatto male, ma c’è la paura che possa succedere ancorae e questa volta su Maierato. La causa sembra sempre la stessa – forse siamo ancora a San Fratello e non ce ne siamo accorti, in questo viaggio sotto la pioggia, costante per tutti e tre i giorni. L’acqua: eccola la causa, il killer, il nemico. Anche qui ha sbriciolato la montagna e l’ha fatta venire giù, come neve sporca. E dietro l’acqua ? Anche qui si risponde a fatica, ma mettendo insieme i pezzi e girando per le vie deserte del paese te ne accorgi. Non ci sono più alberi a drenare il terreno, ci sono invece tante case in costruzione, nel più tipico stile architettonico calabrese. Prima un piano, poi l’altro e sopra un altro piano ancora da finire. Tutto sembra sempre in procinto di essere finito, tutto sembra sempre in perenne costruzione. Calabria barocca si potrebbe dire, sempre verso l’alto.</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">
<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/supercar/frane008.jpg" title="Frana di Maierato. " class="shutterset_singlepic446" >
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</a>
</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">Dopo Maierato siamo ripartiti per tornare a Roma, nella testa le solite domande: quante altre volte succederà ? Quante altre volte vedremo queste emergenze e la Protezione Civile all’opera ? Quante altre volte si parlerà del dissesto idrogeologico del nostro paese e quante altre volte si continuerà a costruire ? Quante altre volte torneremo ? Forse gli anticorpi non sono sufficienti e le arterie troppo malate.</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">Agli inizia della A3 hanno posto un grande cartello luminoso: “Benvenuto sulla Salerno Reggio-Calabria”. Ed è poco dopo, poco dopo le prime gallerie, che c’è stata la fiammata. Il motore è morto, tutto da buttare. Da rifare. Nella lotta contro la malattia hanno perso le piastrine, che accorrono dove i tessuti si rompono, ma senza grandi pretese terapeutiche.<span> </span><span> </span>globuli bianchi. Peccato. Forse non frega niente a nessuno, ma noi alla nostra quattroruote eravamo affezionati. Una FIAT.<span> </span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>I BAMBOCCIONI DI MAMMA FIAT</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 12:28:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Non è facile in queste settimane scegliere quale storia seguire per la crisi del lavoro, la Fiat, l'Alcoa, la Glaxo, et. E' davvero un momento difficile sul fronte del lavoro. Vi raccontiamo la storia di 36 operai di Pomigliano d'Arco a cui la Fiat non ha rinnovato il contratto dopo 4 anni di lavoro a termine.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è il ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola che cerca di mediare, ci sono migliaia di operai in sciopero, ci sono gli attivisti di Casa Pound che sigillano le concessionarie Fiat in giro per l’Italia al grido “Fiat non ama l’Italia”, c’è Mimmo che dice di non essersi mai trovato prima in questa situazione e non sa perché. E’ multiforme e complicato l’universo Fiat, la “storica azienda italiana”, il “fiore all’occhiello dell’economia”, l’ “unico potere forte che c’è in Italia”, a seconda del punto di vista. Sta di fatto che sembra essere arrivata la resa dei conti, il capitolo finale dell’ennesimo braccio di ferro fra il Lingotto, lo Stato e i metalmeccanici. Perché, evidentemente, la Fiat dell’Italia non ne può più. 80mila dipendenti, senza considerare l’indotto, miliardi di lire ricevuti negli anni dai vari governi, una storia legata a doppio filo: dopo aver munto tutto quello che c’era da mungere, le macchine salutano e se ne vanno. Almeno ci provano.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/i-bamboccioni-di-mamma-fiat/IMG_7510.jpg" title="Operai Fiat sul tetto del comune di Pomigliano D'arco" class="shutterset_singlepic417" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/417__480x320_IMG_7510.jpg" alt="IMG_7510.jpg" title="IMG_7510.jpg" />
</a>

<p>Fra gli stabilimenti Fiat sparsi per l’Italia (i principali: Mirafiori, Termini Imerese, Pomigliano d’Arco, Cassino e Melfi) si sta parlando soprattutto di Termini imerese. L’impianto siciliano ha una valenza politica oltre che economica, essendo una delle molte cattedrali nel deserto della produzione italiana. Tolta la Fiat, a Palermo e dintorni resterebbe ben poco. Ma togliere quello stabilimento da là è proprio l’intento della Fiat. Dichiarato e annunciato: entro il 2011. Sergio Marchionne, amministratore del Lingotto, lo va dicendo da tempo: in Sicilia produciamo in perdita ed è stupido restare là. Non è colpa loro, ma delle infrastrutture mancanti, della concorrenza globale, della crisi economica mondiale…. Avete presene i ragionamenti delle multinazionali, no? Facile capire perché già da adesso 16 dipendenti della Delivery Email (che si occupano della pulizia dei cassoni Fiat dello stabilimento e che già hanno ricevuto la lettera di licenziamento) sono saliti sul tetto per sottolineare che a loro quel lavoro serve. Dietro i numeri le macerie che la Fiat lascerà in Sicilia: 1300 occupati direttamente, 600 nell’indotto. Ci sono altri operai che sono saliti sul tetto, ancor prima dei colleghi siciliani. Ma era Natale, non molti se ne sono accorti, nonostante un parroco che ha celebrato la messa della Vigilia a 30 metri d’altezza e un intero paese che è sfilato in processione con loro. Sono i 36 dipendenti di Fiat Handling, licenziati a fine 2009. Dal 17 dicembre passano le loro giornate fra la sala del consiglio comunale di Pomigliano d’Arco e il tetto del municipio. I primi licenziati della Fiat. Non proprio licenziati, perché erano in scadenza di contratto. C’era però un accordo: alla fine naturale (dicembre 2009) la trafila dei contratti a termine sarebbe finita e il tanto agognato posto fisso per loro sarebbe diventato realtà. Di mezzo c’è un passaggio di consegne, con la vecchia ditta che affida i lavoratori e i loro contratti a mamma Fiat. Ma in quei contratti c’è scritto che il 2010 sarebbe stato l’anno della stabilizzazione. Solo che la Fiat dice di essere in crisi, che il calo delle ordinazioni a gennaio ci sarà, che senza gli incentivi statali sarà difficile mantenere i livelli, insomma che non ci sono più soldi per dare in appalto la pulizia dei cassoni che viene riportata sotto il cappello principale. In una frase: licenziati in 36. Dopo 4 anni di lavoro precario, “senza mai un giorno di malattia o un permesso” raccontano.  “Pensavamo di essere al sicuro, ora che eravamo finiti sotto il cappello di mamma Fiat. Invece, ecco la sorpresa&#8221;.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/i-bamboccioni-di-mamma-fiat/IMG_8209.jpg" title="Operai Fiat di Pomigliano D'arco protestanoa Roma sotto il Ministero dello Sviluppo economico" class="shutterset_singlepic423" >
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</a>

<p>Franco, Mimmo, Aniello, Salvatore sono tutti ragazzi fra i 30 e i 50 anni, sono cioè quei lavoratori che una volta perso il lavoro faticano più degli altri a ritrovarlo: “A 21 anni già lavoravo, adesso ne ho 37 e sono fuori. Ho detto a mia figlia che ce ne dovremo andare da Pomigliano, anche se so che le dispiacerà. Ma già sto cercando altrove&#8221;. Salvatore parla seduto su una delle poltroncine del consiglio comunale, Noemi, sua figlia, di anni ne ha 12 ed è lì con lui a vedere quello che succede: “Lei sa tutto, voglio che capisca bene quello che sta succedendo in questo Paese&#8221;. A Pomigliano oltre alla Fiat non c&#8217;è molto altro, spesso le famiglie sono monoreddito e numerose. Come affrontare un licenziamento in famiglia? “Io a mio figlio non dico niente, ha 4 anni e non voglio che mi veda preoccupato&#8221; dice un operaio;  “Io invece ci parlo con mio figlio, per stare qui devo abbandonare casa e famiglia e lui deve sapere perché&#8221;. Un mese e mezzo di occupazione, notizie sempre peggiori. Si parla del trasferimento della produzione della Panda dalla Polonia a Pomigliano, si parla di incentivi e di prepensionamenti. Ma di loro non si parla mai. E così, tutti e 36 hanno preso un autobus e sono venuti direttamente a Roma, sotto il ministero dello Sviluppo economico Ci sono solo loro degli 80mila dipendenti Fiat e si fanno sentire. Hanno dei cartelli, si autodichiarano “Prodotto interinale lordo”, “bamboccioni con mogli e figli”, rivogliono l&#8217;articolo 1 della Costituzione, quello che dice che l&#8217;Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Cantano che “i bambini hanno fame e lo Stato sta a guardare” e che “la gente come noi non molla mai”. Lo cantano, lo dicono a Epifani, Rinaldini, Bonanni che dovranno parlare di loro con i loro datori di lavoro. A Roma piove, davanti al Ministero è un viavai di auto blu e di telecamere. Staranno là fino alla fine, fino a quando il ministro Scajola uscirà per dire che “il dialogo con Fiat è ripreso”. Sì, ma per dirsi cosa? Che ci sono una decina di proposte per Termini Imerese che “dovranno essere vagliate”. Punto. Poi sarà scontro verbale, fra Governo e azienda per addossarsi a vicenda la colpa di una situazione incredibile: mamma Fiat si è stancata della figlia Italia. Alcuni figliocci già li ha lasciati per strada e loro sono saliti sui tetti. “La nostra colpa è di aver superato l&#8217;età per cui un Governo si sente in dovere di tutelarci. Ma noi siamo disposti pure a cambiare stabilimento, a spostarci. Ci serve il lavoro, abbiamo sopportato di stare 4 anni con contratti a termine e senza mai prendere un giorno di malattia. Perché adesso la crisi viene scaricata solo su 36 persone?”.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/i-bamboccioni-di-mamma-fiat/paesaggiosicilia003.jpg" title="Un camion pieno di Fiat Alfa esce dallo stabilimento di Termini Imerese" class="shutterset_singlepic427" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/427__480x320_paesaggiosicilia003.jpg" alt="Termini Imerese" title="Termini Imerese" />
</a>

<p>L&#8217;occupazione continua, la speranza pure. C&#8217;è un tavolo di trattativa a Roma? Si prende il pullman e si va. C&#8217;è uno sgarbo subito da vendicare? Si occupa direttamente il Municipio. E&#8217; così da due mesi ormai e lo sarà ancora per chissà quanto. “Ma noi non ce ne andremo, finché non avremo ottenuto il lavoro”. Anche se questo presuppone una vita in salita: “Perdere il lavoro è dura, significa soffrire ogni giorno. E&#8217; finito il relax, è finito lo svago. Se non siamo qui a occupare siamo a casa, ma non ci riposiamo mai. Sai, prima c&#8217;era un processo di vita, adesso non c&#8217;è nulla” racconta Aiello che ha poco più di 30 anni e che si sta pure laureando in medicina veterinaria, “sì, ma se continua questa situazione non avrò mai la testa libera per finirla”. Capito Fiat cosa significa aver voluto essere mamma?</p>
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		<title>TARANTO, GIAMAICA</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 10:16:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Seconda tappa del nostro viaggio a Taranto. Questa volta ci siamo fermati nel quartiere Paolo VI, costruito vicino le acciaierie come quartiere operaio, oggi è soltanto una periferia del Sud, come tante. Se non fosse per un gruppo di ragazzi che cantano e suonano il loro disagio. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--[if gte mso 9]><xml> <o:DocumentProperties> <o:Template>Normal.dotm</o:Template> <o:Revision>0</o:Revision> <o:TotalTime>0</o:TotalTime> <o:Pages>1</o:Pages> <o:Words>1255</o:Words> <o:Characters>7154</o:Characters> <o:Company>emiliano mancuso</o:Company> <o:Lines>59</o:Lines> <o:Paragraphs>14</o:Paragraphs> <o:CharactersWithSpaces>8785</o:CharactersWithSpaces> <o:Version>12.0</o:Version> </o:DocumentProperties> <o:OfficeDocumentSettings> <o:AllowPNG /> </o:OfficeDocumentSettings> </xml><![endif]--><!--[if gte mso 9]><xml> <w:WordDocument> <w:Zoom>0</w:Zoom> <w:TrackMoves>false</w:TrackMoves> <w:TrackFormatting /> <w:PunctuationKerning /> <w:DrawingGridHorizontalSpacing>18 pt</w:DrawingGridHorizontalSpacing> <w:DrawingGridVerticalSpacing>18 pt</w:DrawingGridVerticalSpacing> <w:DisplayHorizontalDrawingGridEvery>0</w:DisplayHorizontalDrawingGridEvery> <w:DisplayVerticalDrawingGridEvery>0</w:DisplayVerticalDrawingGridEvery> <w:ValidateAgainstSchemas /> <w:SaveIfXMLInvalid>false</w:SaveIfXMLInvalid> <w:IgnoreMixedContent>false</w:IgnoreMixedContent> <w:AlwaysShowPlaceholderText>false</w:AlwaysShowPlaceholderText> <w:Compatibility> <w:BreakWrappedTables /> <w:DontGrowAutofit /> <w:DontAutofitConstrainedTables /> <w:DontVertAlignInTxbx /> </w:Compatibility> </w:WordDocument> </xml><![endif]--><!--[if gte mso 9]><xml> <w:LatentStyles DefLockedState="false" LatentStyleCount="276"> </w:LatentStyles> </xml><![endif]--> <!--  /* Style Definitions */ p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal 	{mso-style-parent:""; 	margin:0cm; 	margin-bottom:.0001pt; 	mso-pagination:widow-orphan; 	font-size:12.0pt; 	font-family:"Times New Roman"; 	mso-fareast-font-family:"Times New Roman"; 	mso-bidi-font-family:"Times New Roman"; 	mso-fareast-language:IT;} @page Section1 	{size:595.3pt 841.9pt; 	margin:70.85pt 2.0cm 2.0cm 2.0cm; 	mso-header-margin:35.4pt; 	mso-footer-margin:35.4pt; 	mso-paper-source:0;} div.Section1 	{page:Section1;} --> <!--[if gte mso 10]> <mce:style><!   /* Style Definitions */ table.MsoNormalTable 	{mso-style-name:"Table Normal"; 	mso-tstyle-rowband-size:0; 	mso-tstyle-colband-size:0; 	mso-style-noshow:yes; 	mso-style-parent:""; 	mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt; 	mso-para-margin:0cm; 	mso-para-margin-bottom:.0001pt; 	mso-pagination:widow-orphan; 	font-size:12.0pt; 	font-family:"Times New Roman"; 	mso-ascii-font-family:Cambria; 	mso-ascii-theme-font:minor-latin; 	mso-fareast-font-family:"Times New Roman"; 	mso-fareast-theme-font:minor-fareast; 	mso-hansi-font-family:Cambria; 	mso-hansi-theme-font:minor-latin; 	mso-bidi-font-family:"Times New Roman"; 	mso-bidi-theme-font:minor-bidi;} --> <!--[endif]--> <!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Vuoi imparare una cosa buona? Non comportarti mai come Babilonia che produce, consuma, bombarda, che controlla uccide e con le bugie inganna” provate a togliere “Babilonia” e mettete “Taranto”: mancheranno i bombardamenti ma la sostanza non cambia. Taranto produce con l’Ilva, consuma i muri con le sue polveri sottili, uccide con l’inquinamento e con le sue molte bugie inganna coloro che hanno accolto l’acciaieria come la salvezza. Ma “controlla” no, Taranto non controlla. Altrimenti non potrebbero uscire canzoni come questa (<em>fume scure</em> da <em>Terra di conquista</em>) né come le altre scritte e incise da Fido Guido nei suoi tre album. Laddove non arriva la politica o l’informazione c’è, sempre e per fortuna, la musica. In questo caso il reggae.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/taranto-giamaica/paolovi036.jpg" title="Ritratto di Danilo e Fabio, nati e cresciuti nella periferia Paolo VI. Qui all'entrata &quot;A&quot; delle acciaierie Ilva" class="shutterset_singlepic404" >
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</a>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Il reggae di Paolo VI. Capita spesso di sentire un sound o un ritornello in dialetto passando fra le case popolari o le case bianche (di amianto) di questa periferia della città più inquinata d’Europa. Vengono dallo studio di registrazione che la crew ha tirato su dal nulla &lt;per non farci risucchiare dalla strada e da tutto quello che comporta&gt;. Carlo Giuliani sulla parete, graffiti, 5 o 6 scalini ed ecco il loro piccolo mondo fatto di rimshot e di scale di basso: un paio di divani, computer, mixer, strumenti, microfoni e poster ovunque. Ci sono due ragazzini che stanno provando una loro canzone, hanno 14 e 16 anni, sono cresciuti a polveri sottili e concerti di Fido Guido che li sta ascoltando e non sta nella pelle: “Sto pezzo è proprio bello, sono troppo contento”. Guido racconta che questi ragazzi vengono a vederlo da quando avevano 10 anni e che piano piano hanno imparato da lui e con lui come si possa fare musica di protesta a Taranto “e se uscisse qualcun altro sarebbe una cosa proprio bella. Il mio obiettivo è migliorare la coscienza delle persone, provare ad emanciparle a guardare oltre il proprio culo. Più siamo a farlo e meglio sarà, senza alcuna competizione. Faccio musica proprio per uscireda questi meccanismi….”.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Zuingo comunication è l’etichetta discografica, il reggae a Taranto sta spopolando “e non è dovuto solo al fatto che la gente si sta svegliando. – spiega Guido – Qualche anno fa c’era il mutismo, adesso non c’è più rassegnazione. Ci sono un sacco di quartieri popolari che conoscono bene la realtà che cantiamo. Sono persone che vorrebbero vivere bene a Taranto e io credo che la musica, le parole che cantiamo possano essere importanti per muovere qualcosa”. Infatti i concerti in città sono seguiti sia dai nonni che dai nipotini, e quando la troupe di Marpiccolo è arrivata a Taranto non ha potuto fare a meno di ascoltare le canzoni che uscivano dalle macchine e dalle case di Paolo VI. E’ così che Fido Guido ha fatto le musiche per il film che racconta questa realtà. Fuori dallo studio c’è un quartiere con le sue linee di confine. Basta fare pochi metri e entriamo nel territorio minato delle cosche, quello dove lo spaccio e il consumo di eroina è diffuso e tollerato, dove gli stabili dimenticati nelle promesse di chi voleva un quartiere operaio a misura d’uomo sono gli habitat naturali per fare affari o cercare un rifugio sicuro per abbandonarsi alle allucinazioni. “Là noi non possiamo entrare, ma non ci ho nemmeno mai visto un carabiniere” racconta Fabio, alias BimBoomBam, uno dei primi dj reggae tarantini. Fabio ha sette fratelli, convive con la sua compagna ma non salta un pranzo a casa dei genitori. Dalla finestra di camera sua si vede il camino dell’Ilva, lui sta facendo di tutto per non finirci a lavorare. E’ stato fuori, in cerca di lavoro, si è affidato alle agenzie interinali una volta tornato a casa, “ma non offrono niente di diverso a uno sfruttamento. No, grazie”. Adesso ha aperto una piccola officina meccanica sotto casa e grazie a quella va avanti. Fa una vita diversa rispetto ad Antonello che ha 36 anni, gli ultimi 9 dei quali passati nell’area a caldo dell’acciaieria. Adesso è appena rientrato al lavoro, da settembre è in cassa integrazione e lavora quattro settimane, poi ne passa due a casa: “E’ la prima volta che succede da quando ci lavoro e non è facile rientrare dopo 15 giorni lontano. L’Ilva dice che c’è la crisi dell’acciaio, ha mandato a casa 600 persone e ha messo noi in cassa integrazione”. La promessa di lavoro di cui si è sempre alimentata l’acciaieria sta quindi venendo meno: “Stanno facendo di tutto per togliersi di torno i giovani che magari usano droghe o gli anziani che stanno aspettando la pensione. Poi ci sono tanti colleghi che stanno chiedendo la mobilità perché pensano di tornare ai loro paesi- racconta Antonello – L’azienda favorisce questi esodi perché il lavoro è sempre meno e stanno comprando acciaio dalla Cina. Io stesso sto cercando un altro lavoro”. L’età d’oro dell’acciaio sembra quindi sul viale del tramonto, ma questi ragazzi non si lasciano scoraggiare: “Non si può stare dentro l’Ilva. Appena esci hai il mal di testa, il mal di stomaco, non ci senti più, sei sempre stanco. Poi vedi l’amico, il collega o il parente che si ammalano. L’altro giorno mi ha detto di essersi ammalato un mio amico di 38 anni, non è possibile”. Via dall’Ilva, ma non da Taranto: “No, non me ne andrei perché mi mancherebbe troppo. Paolo VI è Paolo VI, io da poco non abito più qui, sto alla città vecchia. Ma ogni volta che mi faccio un giro in macchina finisco qua. E poi perché dovremmo lasciare la nostra città quando possiamo migliorarla?”. Sono le cinque e mezza di mattina, è tempo di svegliarsi per andare all’unico bar aperto di Taranto vecchia, dove tutti gli operai dell’Ilva del primo turno fanno colazione. Antonello va al lavoro, l’Ilva butta fuori i suoi fumi che vanno ad inquinare i colori dell’alba sul Marpiccolo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/taranto-giamaica/paolovi048.jpg" title="Quartiere Paolo VI - In origine fu costruito per provvedere agli alloggi degli operai dell'acciaieria. Oggi è solo una periferia degradata della città" class="shutterset_singlepic411" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/411__480x320_paolovi048.jpg" alt="paolovi048.jpg" title="paolovi048.jpg" />
</a>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Tamburi è il quartiere rosso. Le case sono sotto al condotto che porta il coke dentro l’acciaieria e dietro il muro che le separa dal colosso si vedono le montagnette colorate delle polveri della produzione. Il cimitero di Tamburi è diventato rosa. Danilo ha 22 anni e lavora là come manovale. Danilo è un esempio dell’influenza della musica. Prima “non mi fregava un cazzo di niente”, era un paraculo, ossia qui ragazzi che anche a Paolo VI riescono a pensare solo a abiti firmati e discoteca. Poi ha scoperto l’hip-hop, “mi sono appassionato” e la sua vita è cambiata. Anche lui vive in casa con il padre operaio dell’Ilva, la madre e un fratello. Conosce da vicino l’oblio a cui molta gente del quartiere è costretta. Soli contro i veleni dell’acciaieria, soli dentro case d’amianto “che quando si rompono dobbiamo aggiustare da soli, perché nessuno viene. Ma quando si rompe l’amianto è ancora più pericoloso”. Mille problemi, mille solitudini. Ma nessuno scoramento, zero voglia di mollare tutto. Ne sa qualcosa Simona, che da Taranto se ne era andata e adesso è tornata per lasciarci almeno un po’ della sua vita. Finite le superiori, la ragioniera Simona decide di abbandonare la sua Taranto per Rimini, dove lavora per 3 anni. Poi, ancora Taranto per altri 24 mesi. Ma le sta stretta e quindi decide il grande salto: Milano, dove è assunta da Fineco e “dopo 10 anni così, mi sono fermata a guardare la mia vita: 11 ore di lavoro al giorno, più la babysitter per arrotondare, mai un minuto per fare quello che piace a me”. E a Simona piace il reggae, andare ai concerti e seguire il sound del suo ragazzo. Quindi “ho chiesto un’aspettativa e sono andata in Giamaica”. Una mossa coraggiosa che ha pagato: “Ho visto che c’erano tour organizzati per tutto, ma non per la musica reggae che là è nata”. E’ un attimo e l’intuizione diventa concreta: Simona torna in Italia per due anni, frequenta i musicisti giamaicani e nel 2006 fonda Reh Geh Rd, la prima agenzia che si occupa di questi tour. “All’inizio è stato difficile, la Giamaica è un paese problematico per una ragazza sola e tutti mi dicevano che avevo fatto una cazzata. Ma mi ci sono buttata e soprattutto ho mantenuto un filo diretto con Taranto. Le mie radici sono qua e se non avessi vissuto nei ghetti di Taranto non sarei riuscita a vivere nei ghetti di Kingston. La differenza è il colore della pelle, ma quello che vivono i giamaicani adesso l’ho vissuto io da piccola. Dipende come lo si vive il ghetto, c’è chi riesce a venirne fuori. Cogliere i suoi diversi aspetti arricchisce molto. Adesso io so relazionarmi con tutti e lo devo a Taranto”.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Anche Mariella sta crescendo a Taranto. Ha tre anni e quattro mesi, è la figlia di Fido Guido: “A volte viene con me in studio e fa delle cose allucinanti anche senza volerlo. I bambini sono molto ricettivi, lei ripete le mie canzoni. L’ho sempre detto e lo ripeto: le parole delle canzoni sono importanti quanto le note”. Di più: sono degli insegnamenti.</p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>ARANCIA MECCANICA</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jan 2010 12:04:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E' sempre facile dire: l'avevamo detto. Ma un anno siamo stati a Rosarno e sapevamo che sarebbe successo, l'abbiamo scritto e fotografato. Con grande amarezza siamo stati costretti a tornare e a constatare che avevamo ragione. Vi raccontiamo quello che è successo nei giorni di Rosarno. Il reportage è stato pubblicato, in forma ridotta, su Liberazione di domenica 10 gennaio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mamadou scoppia a piangere. Ha appena saputo che la polizia sta organizzando degli autobus per accompagnarlo alla stazione di Rosarno con gli altri quarantotto africani del casolare immerso negli aranceti. Una fila di stivali da gomma sporchi di fango costeggia la cascina fatiscente, i braccianti sono appena tornati dal lavoro e lavano la faccia con l&#8217;acqua dei bidoni prima di scaldarsi accanto al fuoco improvvisato. Perché nei giorni della rivolta e della caccia al nero, i braccianti delle cascine alla periferia hanno continuato comunque a raccogliere arance. Nel terrore. Alla Fabiana, un casolare poco distante da quello di Mamadou, i quindici migranti schiavi non mangiano da tre giorni. Hanno avuto paura di avvicinarsi al centro abitato, ai supermercati. Tuttavia il pericolo è altissimo anche tra gli aranceti. Nel pomeriggio un uomo bianco a bordo di una panda rossa ha parcheggiato nel cortile, è sceso dalla macchina e ha sibilato: &#8220;Se non sparite entro cinque minuti vedrete cosa vi succede&#8221;. Mosar parla bene l&#8217;italiano, ha chiamato un attivista dell&#8217;Osservatorio migranti: &#8220;Abbiamo paura, portateci via&#8221;. Alla Fabiana 2, invece, la paura è quella di perdere quei venticinque euro giornalieri. «Potete scegliere liberamente di restare ma è troppo rischioso», spiega dolcemente Laura Boldrini dell’Achnur. E’ davvero troppo rischioso. Nel mattino degli abitanti del luogo hanno assaltato una casa abitata da ghanesi, in mano taniche di benzina e mazze. I migranti sono fuggiti, la dimora incendiata. Nelle stesse ore hanno impallinato un altro bracciante. Giovani alla guida di Smart, occhiali da sole e labbra serrate, percorrono a passo d&#8217;uomo i viottoli di campagna e passano accanto alle cascine. Vogliono intimidire, e ci riescono. Mamadou ha soltanto diciotto anni. «Dove vado? Non ho un posto dove dormire». E piange. Non è nemmeno stato pagato per gli ultimi giorni di lavoro. Non è l’unico. La polizia ha scelto di trasferire tutti i migranti di Rosarno verso i centri di Crotone e Bari, a bordo di pullman scortati dagli agenti. Per quarantotto ore il ministro dell&#8217;Interno ha ufficiosamente sospeso il reato di clandestinità. A tutti viene promesso che gli irregolari non verranno espulsi. Dopo qualche giorno, invece, decine di loro saranno internati nei Centri di identificazione ed espulsione perché sul loro capo già pendeva un decreto di espulsione. Chi ha commesso reati verrà portato in carcere.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/arancia-meccanica/007.jpg" title="Jen 2010. Rosarno. Calabria. Nocturn eviction of immigrants  from deserted factory called &quot;Rognetta&quot;, after the violent clushes with resident population. " class="shutterset_singlepic358" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/358__480x320_007.jpg" alt="Rosarno" title="Rosarno" />
</a>

<p>La ritorsione degli abitanti della zona ha asserragliato gli africani nelle due fabbriche abbandonate, la Rognetta e la ex Opera Sila, coi cordoni delle forze dell&#8217;ordine a protezione. Alla fine oltre settecento finiranno nelle strutture di accoglienza con un borsone fatto in fretta e furia, poche cose essenziali e via verso l&#8217;esodo. Molti però preferiscono prendere il treno verso Napoli, Roma, le città del Nord. Hanno amici e parenti che li aspettano, oppure nessuno. Come Mamadou. Altri salgono in macchina e partono, a volte facendosi fare il pieno dalla polizia. Altri ancora sono scappati nelle campagne, ne mancano un centinaio all’appello. Un ragazzo è scomparso nel nulla, ha lasciato documenti e vestiti. Venerdì c&#8217;erano almeno 1200 neri a Rosarno, San Ferdinando e Rizziconi. La domenica mattina sono tutti spariti. Un esodo biblico organizzato in ventiquattr&#8217;ore per proteggere gli stessi africani dalla rabbia cieca dei rosarnesi che per il secondo giorno consecutivo bloccano la statale 18 dando alle fiamme copertoni. Una fuga che però non lascia il tempo di incassare gli ultimi duecentocinquanta euro per dieci giorni di lavoro. E allora capita che qualche imprenditore agricolo passi il posto di blocco della polizia e raggiunga la ex Esac, la fabbrica dove è riunita la maggior parte dei migranti in partenza con gli autobus, per pagare i braccianti. Antonio arriva con l’agenda sotto braccio e un rotolo di banconote: «Perché vi stupite? Io non li ho mai sfruttati, li ho sempre trattati bene. Per colpa di qualche ragazzaccio ora se ne devono andare e non è giusto». Antonio spiega che la paga è misera perché nemmeno lui se la passa bene: «Potrei assumere degli italiani a cinquanta euro al giorno ma non ho queste possibilità». Alle sue spalle decine di ex braccianti radunano le proprie cose ma lasciano materassi e tende da campeggio, pentole sudice e secchi con acqua sporca dove lavavano le stoviglie, troppo ingombranti per un bagaglio misero. L&#8217;ex Opera Sila è un posto indecente, una decina di bagni chimici per cinquecento persone, immondizia sparsa ovunque, persino una pecora legata al palo e qualche gallina che razzola, un africano smonta la parabola e decine di telecamere filmano la cacciata dei neri da Rosarno.E ora chi raccoglierà arance e mandarini? La risposta viene spontanea: i rumeni, i bulgari. Sono arrivati in città da tempo, hanno affittato una casa, hanno una famiglia. Sono maggiormente integrati. Il problema, però, è il lavoro che scarseggia. Per vent&#8217;anni gli schiavi erano necessari, ora meno. Perché le arance vengono vendute a sei centesimi il chilo, e raccoglierle non conviene. Tanto più che ora l&#8217;Unione europea garantisce il sussidio agli agricoltori in base agli ettari coltivati, e non al volume di prodotto. Quest&#8217;anno la crisi economica, poi, ha spinto centinaia di migranti africani licenziati al Nord verso la Piana. Il risultato è che molti braccianti lavoravano uno o due giorni la settimana, e nel tempo restante bivaccavano nella disperazione.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/arancia-meccanica/027.jpg" title="Jen 2010. Rosarno. Calabria. Eviction of immigrants  from deserted factory called &quot;ex-uliveto&quot;, after the violent clushes with resident population. " class="shutterset_singlepic369" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/369__480x320_027.jpg" alt="Rosarno" title="Rosarno" />
</a>

<p>«Io resto», sbotta il sudanese Yasser, da quattro anni in Italia col permesso di soggiorno. «Lavoravo a Parma come saldatore, ho perso il lavoro e sono venuto quaggiù». E non se ne vuole andare. «Dormirò dentro la fabbrica e se gli italiani vogliono uccidermi, vengano pure». La sera anche lui è salito sull&#8217;autobus con i suoi amici sudanesi, rifugiati politici. «Gli africani dovevano salvare questo posto, invece non torneranno più», osservano con mestizia gli attivisti dell’Osservatorio migranti. I magistrati di Reggio Calabria hanno arrestato sette migranti responsabili delle devastazioni durante la rivolta degli schiavi, e tre rosarnesi che tentavano di massacrare o uccidere gli africani. Tra questi c&#8217;è un giovane del clan Bellocco, il più potente della Piana. Per gli inquirenti è assodato che sia stata gente della &#8216;ndrangheta a colpire con un fucile ad aria compressa<br />
il primo migrante, la miccia che ha acceso la rabbia dei braccianti. Ma escludono che le &#8216;ndrine volessero portare il caos a Rosarno. Il loro intervento, questa è l&#8217;ipotesi, è arrivato successivamente. Per riportare l&#8217;ordine. E costringere i migranti a fuggire. Al centro di prima accoglienza di Isola Capo Rizzuto (Crotone) i posti sono esauriti, i migranti vengono lasciati liberi anche se il Viminale assicura che le autorità esamineranno la situazione di ognuno. Già nel pomeriggio la stazione di Crotone è colma di immigrati col biglietto per il nord.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/arancia-meccanica/041.jpg" title="Jen 2010. Rosarno. Calabria. Eviction of immigrants  from deserted factory called &quot;ex-uliveto&quot;, after the violent clushes with resident population. " class="shutterset_singlepic373" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/373__480x320_041.jpg" alt="Rosarno" title="Rosarno" />
</a>

<p>Rosarno  lentamente si svuota dei suoi abitanti di colore, la città torna alla routine, soltanto il mercato è rimasto chiuso per paura di altri incidenti. Poco dopo pranzo viene tolto il blocco dei residenti a poche centinaia di metri dalla ex Opera Sila. Fin dal mattina, a centinaia, donne uomini e ragazzi, erano tornati per chiedere nuovamente la pulizia etnica. Hanno scelto di radunarsi nel bivio dove ancora giaceva, dal giorno della rivolta, lo scheletro accartocciato e carbonizzato della macchina di quella donna strattonata e ferita dai migranti imbestialiti. Un simbolo. Che però poi viene rimosso per ordine della polizia: ora basta, il tempo della ritorsione è finito. I rosarnesi del posto di blocco ce l’hanno con i giornalisti, urlano «dovete scrivere la verità». La verità arriva per bocca di Letterio Rositano, ex presidente del consiglio comunale sciolto per infiltrazione mafiosa nel 2008: «La mafia non c’entra nulla con questi migranti, avete capito?». E poi: «La verità è che preferiamo i rumeni perché sono più civili». E poi ci sono gli altri rosarnesi, quelli che sono accorsi a dare una mano agli africani che stanno lasciando le case del centro sotto la supervisione della polizia. «Che peccato, si è rotto un equilibro precario ma che durava da vent&#8217;anni», scuote la testa Vito.</p>
<p>Mamadou si asciuga le lacrime e mette il cappuccio. Fa freddo. Non ha in tasca nemmeno un euro, nella confusione rimane inebetito. Tra pochi minuti la polizia lo accompagnerà a prendere il treno per Napoli, alcuni ragazzi di Rosarno gli hanno trovato un posto dove dormire.</p>
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		<title>CITTA&#8217; DELL&#8217;ACCOGLIENZA</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Jan 2010 19:03:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[emergenza casa]]></category>

		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>

		<category><![CDATA[sinistra]]></category>

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		<description><![CDATA[Siamo stati a Firenze, città da anni amministrata dal centro-sinistra ma nota per l'ordinanza contro i lavavetri. Accoglienza e legalità, immigrazione e razzismo, sono problemi che coinvolgono non solo le città del Veneto o della Lega, ma tutti, anche le regione rosse. Siamo andati a vedere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se sei un rifugiato politico sei scappato da qualcosa di terribile. Molto spesso si tratta di una guerra, oppure di una persecuzione individuale o ancora di una discriminazione religiosa. Il Paese che ti accoglie ha il dovere di occuparsi di te, di far sì che la tua nuova vita sia migliore di quella che ti sei lasciato alle spalle. Ma se dopo anni che sei scappato dici che “era meglio da dove sono venuto”, beh, qualcosa non ha funzionato bene. Lo sanno bene i 150 somali che a Firenze hanno occupato per anni l’ex scuola di via Guidoni, bruciata nel pomeriggio di giovedì 16 dicembre per un incidente che proprio inaspettato non è. Vivevano in 200 in quel vecchio stabile, ammassati nei corridoi e bisognosi di un riparo dal freddo pungente di questo strano inverno. Tutto era utile, dai cartoni alle vecchie stufe. Un riparo, certo, ma anche un pericolo se dal soffitto cadono penzoloni fili elettrici e se il materiale infiammabile è ovunque. E’ bastata una scintilla e la scuola elementare è diventata ufficialmente un non luogo. Le famiglie che là vivevano, quasi tutte somale più qualche marocchino, sono state spostate: donne e bambini nel centro Caritas di via di Ponte di Mezzo, i 150 uomini nella vecchia Asl in zona Cascine. Alla Caritas non c’è modo di entrare, nemmeno dopo che il comune e le associazioni hanno trovato una sistemazione per loro in una foresteria e nei centri di accoglienza delle aziende alla persona. Dai secondi la situazione è molto più caotica ma anche più aperta. Questi uomini non hanno più un posto dove andare, a loro restano un paio di coperte e i vestiti che hanno addosso. Capita di imbattersi in qualcuno che, munito di carrello del supermercato, fa la spola fra la vecchia e la nuova residenza per recuperare il recuperabile. Con loro ci sono una decina di poliziotti, i volontari del movimento per la casa e le ragazze volontarie del Medu. Dalla sera prima attendono la protezione civile con le coperte e il necessario per riavviare il riscaldamento. Arriveranno a tarda sera, quando i primi fiocchi di neve già stanno imbiancando Firenze.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/citta-dellaccoglienza/008.jpg" title="ex ospedale pediatrico psichiatrico occupato di via Aldini" class="shutterset_singlepic333" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/333__480x320_008.jpg" alt="008.jpg" title="008.jpg" />
</a>

<p>La struttura trovata dal Comune per fronteggiare l’emergenza (che, per ironia della sorte, nel 2008 doveva diventare una specie di Cpt) è una vecchia Asl su due piani: il primo è ristrutturato da poco, il secondo cade a pezzi. La differenza per questi ragazzi è praticamente nulla. Ammassati sopra e sotto, cercano di scaldarsi con il calore umano. Alcuni addirittura hanno passato la notte dentro un autobus. E’ parcheggiato fuori, con il numero 33 e le luci spente, pieno di coperte, oggetti e persone. Il Comune l’ha fatto portare appena sedato l’incendio, ritenendolo meglio di niente. L’ennesima difficoltà di giovani di 24-25 anni alle prese con lo sgretolamento delle aspettative che avevano al momento di imbarcarsi dall’Africa. C’è chi ha sfidato due volte la sorte, come Omar. Lui è uno dei 40 sopravvissuti del naufragio di una carretta del mare partita nel giugno 2003 con 250 persone a bordo alla volta di Lampedusa e colata a picco poco dopo. Riportato in Libia dai soccorritori tunisini, Omar è stato un’altra volta derubato e picchiato dagli agenti libici “che ti guardano come un animale perché hai la pelle più scura della loro” ma non si è perso d’animo. Ha rimesso insieme i duemila dollari necessari a pagarsi il viaggio e si è imbarcato di nuovo. Credendo di trovare una situazione migliore di questa a cui è costretto oggi, dicembre 2009. “Se io chiedo rifugio politico significa che ho bisogno di aiuto perché non ho più nulla. L’Italia me lo ha concesso, ma poi per fare i documenti servono 90 euro. Ma se non lavoro come faccio ad avere questi soldi?”. Da qui alla strada il passo è breve: “Anche i cani in Italia hanno una casa. Noi no” dice amaramente Omar, 23 anni. Con lui c’è Abdi Mohamed Abdi, di professione giornalista. La sua redazione di Mogadiscio è stata chiusa e per lui l’aria si è fatta pesante: “Vedi questa coperta? E’ tutto quello che ho” dice ridendo. A condire il tutto c’è il fatto che questi ragazzi sono come prigionieri per la seconda volta. Molti fra loro infatti hanno vissuto per un po’ in Svezia o in Norvegia e là hanno trovato molte più opportunità che in Italia, ma non sono potuti rimanere: “Le nostre impronte digitali sono qui, quindi siamo dovuti tornare. Ma là si stava meglio, avevamo una casa e il modo di lavorare. Il vostro governo invece non si occupa di noi”. Di tornare a casa però non se ne parla, perché in Somalia ci sono i muhjaidin ad aspettare chi ha osato lasciare la patria. La punizione, come testimonia un filmato sul cellulare di uno dei ragazzi, è la decapitazione: “In Somalia è normale, anche mio fratello è morto così. A 24 anni”.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/citta-dellaccoglienza/024.jpg" title="ex ospedale pediatrico psichiatrico occupato Liuzzi" class="shutterset_singlepic349" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/349__480x320_024.jpg" alt="024.jpg" title="024.jpg" />
</a>

<p>La seconda notte sta per iniziare, si attendono novità dal Comune. A tarda sera, dopo che la protezione civile ha provveduto a brande, coperte e thè caldo e che i ragazzi del movimento hanno pure loro portato un po’ di cibo, è Lorenzo Bargellini, leader del movimento fiorentino, nipote dell’ex sindaco che ha dedicato tutta la sua vita alla causa, a riportare la proposta dell’amministrazione: la metà dei somali rimarranno là in attesa di una nuova sistemazione, gli altri avranno un appartamento per qualche mese, pagato a metà fra Comune e associazioni. La soluzione soddisfa un po’ tutti e non ci sarà bisogno di occupare un nuovo edificio così come fatto altre volte in passato. Solo il giorno dopo però esce la vera linea del Comune, o per lo meno dell’assessore alle politiche sociali, Stefania Saccardi: “Aiuteremo solo chi se lo merita cercandosi un lavoro o una sistemazione. Per gli altri, Firenze non sarà più una città dall’accoglienza fine a se stessa”. Facile a dirsi, se non si conosce la storia di questi giovani, catapultati in un nuovo Paese senza conoscere né la lingua né le leggi.</p>
<p>E’ difficile pure per gli italiani, in questi anni di crisi, avere soldi a sufficienza per pagare un affitto: “Io sono laureato, sono un architetto. Ma non ho un lavoro stabile, se tornassi indietro farei altre scelte. Prego, entrate a casa mia”. Dario ha una quarantina di anni, due figli e una casa con tre locali nell’ex ospedale pediatrico psichiatrico occupato di via Aldini. Quartiere lussuoso di Firenze, nuovo esempio di occupazione e auto-organizzazione. Lo stabile è stato chiuso e abbandonato dopo l’approvazione della legge Basaglia  e nel 1991 18 nuclei familiari, sgomberati da un’altra occupazione, decidono che sarebbe diventato la loro nuova casa. Da allora, attraverso varie vicissitudini, via Aldini, una delle prime occupazioni fiorentine, diventa un esempio di collaborazione con il Comune che decide di avvallare il progetto di autorecupero degli occupanti che si riuniscono in cooperativa (“un tetto sulla testa”) e costruiscono il modello in scala di quello che l’ex ospedale dovrà diventare. E’ vero che per adesso tutto è rimasto più o meno sulla carta, data la mancanza di fondi sia del Comune che della cooperativa, però via Aldini è sicuramente una sistemazione di tutto rispetto per gli italiani, gli albanesi, i marocchini e un eritreo che vivono lì: bollette da pagare, tv, decoder, fastweb, stufe funzionanti. “Certo, non è il massimo: non è casa mia” dice Dario mentre spiega tutto il lavoro che ha fatto in casa con i materiali recuperati qua e là. Esattamente come ha fatto Lapo, carpentiere di Avola, Sicilia, che ci accoglie in casa mentre suo figlio di 3 anni dorme e ci racconta la sua storia: “Adesso ho 43 anni, 15 anni fa ho lasciato la mia bottega a Palermo per venire a Firenze con la mia compagna. Per un po’ sono stato da mio fratello, poi non potevo permettermi di pagare un affitto. Ho conosciuto i ragazzi del movimento e la notte della finale dei Mondiali di Usa 94 sono entrato”. Lapo ha una ditta con un suo collega carpentiere, hanno in appalto anche la fiera Pitti a Firenze. Ma non basta per permettersi una casa. Anche se si è italiani. La caratteristica comune delle occupazioni è l’abilità nei lavori manuali degli occupanti: Dario è architetto, Lapo è carpentiere, Enver è muratore “e guarda come ho sistemato bene casa mia. Guarda in queste foto come era e guarda adesso”. Vetri rinforzati, mura costruite dal nulla, un ambiente confortevole, “un’altra vita rispetto a quella che mi faceva fare Hoxa a Durazzo”, spiega Enver, uno dei tanti profughi della dittatura comunista in Albania.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/citta-dellaccoglienza/023.jpg" title="ex ospedale pediatrico psichiatrico occupato Liuzzi" class="shutterset_singlepic348" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/348__480x320_023.jpg" alt="023.jpg" title="023.jpg" />
</a>

<p>Se via Aldini è in rapporti relativamente buoni con il Comune di Firenze, lo stesso non si po’ dire dell’ex ospedale Luzzi. Situato nella zona collinare della città, l’immenso spazio del Luzzi, con tanto di vecchio castello, ospita adesso circa 400 persone, di cui 100 bambini. Da qualche tempo la Digos si fa vedere più spesso da queste parti, circa una volta a settimana: “Arrivano, controllano e portano via gli irregolari” raccontano Vieri e Camilla, l’ultima coppia di italiani rimasti fra gli occupanti di 4 anni fa. La maggioranza di chi vive qui è o rumena o marocchina, quasi tutti sono muratori e quasi tutti vivono con la famiglia. Sembrerebbe che il sindaco di Sesto Fiorentino, che ha giurisdizione su questo territorio, abbia intenzione di ricavare un agriturismo di lusso da questo spazio. Chi ci vive lo sa, ma intanto fa finta di non saperlo: “Qua siamo sempre andati avanti a piccole concessioni dietro piccoli ricatti: ci serve l’allacciatura per l’acqua? Ce la danno, ma chiedono di diminuire il numero di occupanti. Chiediamo un autobus per portare a scuola i bambini? Ci hanno detto di sì, ma il primo giorno che lo avremo sarà il 22 dicembre, ultimo giorno di lezioni” racconta Camilla. A reggere le fila dell’occupazione è Gheorghe, detto Goku, un prete cristiano apostolico rumeno che vive con la moglie, 2 figli e 9 nipoti: “Noi siamo organizzati, tutti hanno qualcosa da fare. Ma non possiamo contare sugli aiuti esterni. I ragazzi vengono qui quando facciamo delle feste, ma se chiedi qualcosa nessuno si fa vedere. Per non parlare dell’amministrazione: ci sono 33 bambini rumeni, e quindi comunitari, nati qua ma a nessuno è stata riconosciuta la residenza. E’ una campagna razzista”.</p>
<p>Goku ogni domenica celebra la Messa, Vassily ogni Natale prende la sua vecchia Bmw e parte con la famiglia alla volta della Romania. Perché tutti gli occupanti vorrebbero una vita migliore, magari a casa loro, per usare un termine caro alla Lega. Ma casa loro adesso è l’Italia, anche se troppo spesso il miglioramento è minimo. A Roma l’emergenza casa, con relativo movimento di protesta, è la spina più dolorosa nel fianco di Alemanno, a Firenze Renzi sta ancora in bilico fra la repressione e il lasciare stare. Il movimento fiorentino non ha ancora trovato il modo per superare l’assistenzialismo, Bargellini rimane il capo indiscusso e tuttofare di centinaia di occupanti che non sempre rispettano le regole e non sempre si ritengono attori di una lotta generale. Così il tempo passa e l’emergenza cresce, senza che si intraveda una via per risolverla. Come troppo spesso accade nell’Italia diversa dai sogni dei migranti.</p>
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		<title>UN PONTE NEL DESERTO</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2009 22:32:25 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ambiente]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo Cetraro e Maratea siamo tornati a Sud, in Calabria. Il ponte della discordia lo chiamano: si farà mai o no? E' un regalo alle mafie o un'opera fondamentale per il rilancio del sud d'Italia ? Siamo andati a vedere.  ]]></description>
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<p class="MsoNormal">“Guarda quelle saracinesche chiuse. Lì, fino a qualche anno fa, c’erano gli uffici della Stretto di Messina Spa. Avevano i modellini del ponte sullo Stretto, una sede di rappresentanza insomma. Poi, hanno chiuso…”. Perché, evidentemente, da rappresentare non c’è niente. O almeno così la pensano a Villa San Giovanni, cittadina che è un balcone sullo Stretto di Messina, dirimpettaia la Sicilia, visibilissima nei giorni chiari di sole. Si sentono presi in giro. Una faccenda che qui in Calabria si ripete, ultima la storia delle navi dei veleni: allarme, allarme a Cetraro c’è il Cunsky carico di scorie radioattive, salvo poi scoprire che non si trattava del Cunsky. Per lo meno questo dicono le indagini commissionate dal governo e pure l’Antimafia. Ora c’è la storia del ponte sullo Stretto, rimpinguata dalla determinazione del premier Silvio Berlusconi a dare attuazione all’opera magna di cui si parla da 30 anni. Presi in giro. A Villa nessuno ci crede, “non lo faranno mai sto’ ponte…”. Ma sabato 19 dicembre, alla vigilia di un Natale “che per noi non porta nulla da festeggiare”, sono scesi in piazza. Per dire “no al ponte” (hai visto mai che lo realizzano davvero?), ma soprattutto per fermare quello che definiscono un “bluff propagandistico illegale”, orchestrato dal governo per raccogliere consensi in vista delle elezioni di marzo.</p>
<p class="MsoNormal"><img class="aligncenter size-medium wp-image-680" title="dsc01080" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/uploads/2009/12/dsc01080-630x350.jpg" alt="dsc01080" width="630" height="350" /></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Il bluff è quello del 23 dicembre. Berlusconi non ci sarà, costretto a casa per riprendersi dall’aggressione in piazza a Milano. Lo sostituirà il ministro dei Trasporti Altero Matteoli. Lì a Villa per la deposizione della “prima pietra del cantiere per il ponte sullo Stretto”. Questo è quello che dice il governo. A Villa la ‘Rete no Ponte’ non ingoia. “Una buffonata, un’operazione mediatica per far credere a tutti gli italiani che davvero stanno iniziando i lavori del ponte”, dice Maurizio Marzolla, portavoce dell’unico centro sociale di Reggio Calabria, dedicato ad “Angelina Cartella”, giovane scomparsa anni fa per un incidente sulla A3, la fatidica Salerno-Reggio Calabria che di tanta cura avrebbe bisogno. “Il 23 verrà posta la prima pietra di un progetto approvato già nel 2006 e finalizzato ad allontanare i binari dal mare per riqualificare il litorale. Non c’entra nulla col ponte”. E tra l’altro si tratta di un progetto che inizialmente aveva un costo “al di sotto dei 20 milioni di euro, che ora sono diventati 26 milioni, e c’è chi dice che l’aumento serva a finanziare la campagna elettorale del centrodestra…”. Ma Maurizio è uno che sta ai dati concreti. E per ora i dati concreti dicono che il ‘fantasma del ponte’ ha già innescato un giro d’affari non da poco. Flusso che continua, nonostante le denunce partite da anni. “L’ultima finanziaria ha stanziato 470 milioni, il Cipe ne ha appena liberati 330 per ricapitalizzare la Stretto di Messina Spa e non è la prima volta che viene ricapitalizzata…”. L’ufficio di Villa avrà anche chiuso, ma il resto della macchina continua a funzionare. Senza uno scopo, se è vero quanto urla la piazza, perché non è facile manifestare contro qualcosa che pensi non verrà mai realizzato. E poi lo devi anche spiegare.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Pasquale Laganà, segretario della Filt-Cgil di Reggio e Locri, spiega che il suo sindacato si è assunto addirittura la responsabilità di “approvare un documento chiaro: no al ponte”. Dietro di loro sfila l’Orsa, i marittimi preoccupati di perdere il lavoro, i Cobas. Di Cisl e Uil non c’è traccia, naturalmente. “Per Berlusconi il ponte sarà anche qualcosa di sexy, scrivilo: qualcosa di sexy! Ma non è utile. Non c’è un progetto che possa tener conto di tutte le variabili. Prendiamo per esempio la parte di Scilla: lì dovrebbero far salire i binari della ferrovia verso la montagna per fare il ponte! Assurdo, con la situazione idrogeologica che c’è andrebbero incontro a rischi pesanti: omicidio colposo”. Laganà non teme di andarci giù pesante. Racconta del tunnel di confusione in cui è impantanata da anni la questione dei trasporti sullo Stretto di Messina. “Da tempo si parla di un piano di dismissione della società di Trenitalia che gestisce il traghettamento di merci e passeggeri da e per la Sicilia”, dice Laganà. La società si chiama Rfi (Rete ferroviaria italiana), i vertici puntualmente smentiscono le voci sulla dismissione, ma altrettanto puntualmente se ne torna a parlare, come è successo quest’estate in un gioco infinito di tavoli di discussione anche a Roma tra governo e sindacati. Si sa che la dismissione punterebbe all’esternalizzazione del servizio, lo denunciano i sindacati. Alla Rfi subentrerebbe una società privata di Catania, la Gmc che opera nel settore trasporti e logistica. Ma dal governo e Trenitalia non arrivano risposte precise, i sindacati continuano a chiedere chiarezza, Laganà però è ottimista. “Per il momento siamo riusciti a fermare il progetto e abbiamo una proposta alternativa pensata con le Regioni Calabria e Sicilia – spiega mantenendo lo striscione – Vale a dire eliminare Rfi, che, tramite convenzioni con le compagnie marittime come la Caronte, ha il monopolio dei trasporti sullo Stretto e dunque può fare il bello e il cattivo tempo. Vogliamo che il servizio sullo Stretto rientri nel trasporto pubblico locale gestito dalle regioni, no ai privati”. Ma le voci sulla dismissione sono un passo in più verso il ponte? Non si sa, può darsi, nella sua confusione la storia è simile a quella del cantiere che sarà inaugurato il 23, pensato solo per la ferrovia, eventualmente utile anche per il ponte. Per quanto possa contare di fronte ad un governo che nemmeno davanti all’ultima alluvione vicino a Messina ha messo da parte il progetto del ponte, tra i nopontisti c’è anche il comune di Villa, da tempo schierato per il no all’opera. Lo fece un’amministrazione di centrosinistra che ora non governa più. Il municipio è commissariato per una storia sempre legata all’edilizia, l’approvazione di un progetto di riqualificazione in senso turistico<span> </span>di una parte delle montagne che delimitano la città dalla parte opposta al mare. Se ne parla al corteo, Laganà riprende la foga: “Ma quale ponte?”. C’è altro a cui pensare in Calabria. “Sa quante volte capita che l’acqua esca salata dai rubinetti? A Reggio succede spessissimo, colpa del livello delle fognature… Sa come sono messe le scuole da queste parti? Sa come è messa la statale 106?”.</p>
<p class="MsoNormal"><img class="aligncenter size-medium wp-image-681" title="dsc01064" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/uploads/2009/12/dsc01064-630x472.jpg" alt="dsc01064" width="630" height="472" /></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Non c’è bisogno di andare indietro con la memoria. Proprio il 19 dicembre, la mattina del corteo, l’ennesimo incidente ha bloccato diversi autobus di manifestanti diretti a Villa. Per non parlare degli eventi che la notte prima hanno ritardato di tre ore l’arrivo del treno da Roma, bloccato da un altro convoglio che poco prima aveva travolto un operaio sui binari vicino Frosinone. Scendere in piazza contro il bluff del ponte serve ad elencare centinaia di motivi di malcontento, anche se il corteo non è lungo come ci si aspettava, più magri del previsto gli arrivi dalla Sicilia e da altre zone, per gli incidenti o per un deficit di determinazione della popolazione. Dal palco allestito in zona Cannitello, a fine corteo, i ‘nopontisti’ lo urlano che “i residenti di Villa, invece di scendere in piazza, sono rimasti al balcone a guardare l’elicottero della polizia che volteggiava sulla protesta…”. Infatti, di chiuso in città non c’è solo l’ex ufficio della Stretto di Messina Spa. Quasi tutti i negozi hanno optato per la chiusura in una giornata che dai media locali veniva annunciata come appuntamento per “scontri di piazza”. C’è addirittura una signora che, per paura di essere colpita in casa da eventuali disordini, si è munita di un cartello “attenti al cane”, pur non essendo padrona di alcun ‘amico a quattro zampe’. Fobie, ma la manifestazione è stata tranquilla, se si eccettua un accenno di tafferuglio finale quando sul corteo si è abbattuta l’ennesima iella. Franco Nisticò, 58 anni, ex sindaco di Badolato (Catanzaro), responsabile del Comitato per la statale 106 ionica, aveva appena finito di parlare dal palco quando si è sentito male, un infarto, ma in piazza l’ambulanza non c’era. E’ stato accompagnato all’ospedale da quella della polizia, poi è morto, qualcuno nella folla ha reagito, gli agenti non hanno caricato, ma i promotori sono stati costretti a sospendere la manifestazione che da programma prevedeva concerti fino a sera.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">E’ dura, se si contano anche tutte le ielle, non ultima il terremoto con epicentro vicino l’Etna, sempre il giorno della manifestazione, altra spia che direbbe “no al ponte”. Ma questo corteo dal carattere piuttosto militante, misto anche della presenza degli immigrati di Crotone (“Siamo qui contro la mafia”, dice Ebditeh, della Somalia), vorrebbe andare avanti, oltre l’evento del 23. Quelli della Federazione Anarchica Siciliana propongono il “salto di qualità”, che significa “azioni dirette per fermare i cantieri”. E non sembrerebbe un’idea estremista, a guardare gli striscioni di tutti gli spezzoni della manifestazione. “Non abbiamo bisogno di opere grandiose, ma di manutenzione!”, urlano al governo. Per il povero Nisticò e per tutti la ‘festa’ finisce male, dallo Stretto spira vento freddo misto a pioggia. Smontato il palco, smontano anche quelli di Indymedia col camper e i ragazzi del lido Bandafalò, attivi al gazebo di birre e panini. Sul litorale una statua fissa il mare e indica i pesci spada, così vuole la leggenda. “L’ombra del ponte li ostacolerebbe, renderebbe l’acqua troppo buia per loro”, azzarda un’ambientalista. Vero o leggenda, l’ombra che acceca per ora è un bluff. Ricco.</p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>DIARIO DI UN CURATO NELLE CAMPAGNE LEGHISTE</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 20:59:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Seconda tappa del viaggio di Extramedia nel Veneto inquieto che avrà presto un governatore leghista. Le continue polemiche contro l'operato della Chiesa proprio in un territorio ancora così profondamente legato al cattolicesimo. Oggetto del contendere: gli immigrati e le politiche di accoglienza della Chiesa cattolica. Pubblicato su Liberazione il 13/12/2009.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Don Matteo Ragazzo siede davanti al computer nella sua canonica e comincia a raccontare. «Dopo la Messa esco sul sagrato per salutare i miei parrocchiani e sento che parlano come Bossi e Borghezio contro gli immigrati. Allora mi chiedo: che cosa hanno capito della mia omelia? Probabilmente nulla». La minuscola chiesa di Ca’Onorai quasi si confonde con le case di questa frazione di Cittadella (Pd) dove il sindaco Massimo Bitonci (Lega Nord) inventò la celebre ordinanza che proibiva la residenza in paese dei migranti poveri. Un successone. Tanto che Bitonci è diventato parlamentare e continua a sfornare ordinanze. Le ultime prevedono cinquecento euro di multa per chi urina o vomita nei luoghi pubblici, e vietano l’elemosina. E poi, per chi prende l’agognata residenza in città, controlli a sorpresa per verificare se gli alloggi sono puliti e decorosi. (E don Matteo sorride: «Probabilmente caccerebbero anche me, se venissero a vedere la canonica»).  A vigilare sul decoro urbano scendono in strada, accanto ai vigili urbani, una truppa di ausiliari in borghese pronti a staccare multe anche fino alle ore piccole del sabato sera.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/diario-di-un-curato-nelle-campagne-leghiste/IMG_2084.jpg" title="Chiesa di Ponzano Veneto." class="shutterset_singlepic308" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/308__480x320_IMG_2084.jpg" alt="IMG_2084.jpg" title="IMG_2084.jpg" />
</a>

<p>I cittadellesi, tutti, sono contenti di Bitonci. «Ci voleva un poco di ordine - spiega un edicolante - in fondo si tratta di punire la cattiva educazione. Se sporcano devono pagare». Non si tratta naturalmente soltanto di buone maniere. Il signor Piero ha appena cantato i salmi ad un funerale, è praticante, e non vede contraddizioni tra il Vangelo e la cacciata dei (pochi) mendicanti dal centro storico: «I delinquenti non li vogliamo».<br />
Il profondo Veneto vive una contraddizione per il momento insanabile. Ad una altissima percentuale di credenti e praticanti corrisponde una altissima percentuale di leghisti. Prendiamo Ca’ Onorai: nella zona tutti i bambini vanno a catechismo e arrivano alla cresima. Il 25-30% degli adulti va in chiesa tutte le domeniche, la media nazionale si ferma al 12-13%. Nel seggio della frazione alle ultime elezioni il Carroccio guadagnò il 73,4%. E’ facile pensare che molti approvino le sparate razziste di Giancarlo Gentilini. Il quale, nello stesso giorno, è riuscito a inaugurare un crocefissone alto tre metri in centro a Treviso e nel frattempo chiedere che i parroci stranieri se ne stiano lontani dalle terre del Piave. Attirandosi le ire di don Vallotto, responsabile immigrazione della Caritas trevigiana: «Non si può esibire un crocifisso nel giardino del Comune e poi sbatterlo sulla testa degli immigrati».</p>
<p>Nei mesi scorsi don Matteo prese carta e penna e scrisse un articolo duro contro il respingimento dei migranti africani in Libia e lo pubblicò sul bollettino parrocchiale accanto ad una foto del ministro Roberto Maroni. Titolo: “Forti con i deboli”. Vale la pena citare un passaggio: “Se trovassi leggi, ordinanze o decreti che tentano di fermarmi non mi spaventerei, perché anche io come te, ho il diritto di dare un futuro ai miei figli e alla mia famiglia”. Un chiaro segno di malessere nei confronti delle politiche leghiste e , soprattutto, delle ordinanze anti-stranieri di Bitonci. Apriti cielo. Il sindaco lo chiamò immediatamente per protestare.<br />
«Mi sorprese tuttavia la reazione dei miei parrocchiani. Erano stupefatti. Mi dicevano: perché fai politica? Ho tentato di spiegare che l’accoglienza non è una parola vuota, e che mi indignavano le immagini dei barconi affondati. Alcuni mi diedero ragione, ma furono pochi», continua don Matteo. Convinto che, ormai, «Chiesa e Lega sono arrivati ai ferri corti per la contesa del territorio». E che, ma questo non lo dice, il Carroccio non mostra deferenza ai paramenti sacri e, anzi, si permette di criticare apertamente le gerarchie ecclesiastiche.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/diario-di-un-curato-nelle-campagne-leghiste/IMG_2198.jpg" title="La Chiesa di Ponzano Veneto ospita molti immigrati. Rito domenicale della chiesa evangelica originaria del Ghana." class="shutterset_singlepic313" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/313__480x320_IMG_2198.jpg" alt="IMG_2198.jpg" title="IMG_2198.jpg" />
</a>

<p>Non è soltanto Calderoli contro Tettamanzi. E’ anche Gentilini contro don Aldo Danieli, parroco di Paderno di Ponzano Veneto, paesello a pochi chilometri da Treviso, che ogni venerdì apriva regolarmente le porte della parrocchia ai fedeli musulmani per la preghiera. «Svuoteremo la chiesa del parroco rosso!» aveva tuonato il vicesindaco di Treviso. A far retrocedere don Aldo, però, ci pensò la Curia che estrasse dai libri polverosi una vecchia disposizione secondo la quale non è possibile praticare due religioni differenti nel medesimo luogo. Alla prudenza delle gerarchie Don Aldo, 72 anni e un passato da professore di greco e latino, ha risposto con una mezza disobbedienza: ora concede i locali dell’oratorio saltuariamente ai musulmani, per le grandi feste, e ogni domenica alle chiese evangeliche e pentecostali dei ghanesi e dei nigeriani, una baraonda di canti e balli che disturbano i vicini. «Col buonismo non si va da nessuna parte» critica il tabaccaio di Paderno, che va a messa ma pensa che il Vangelo «è comunque severo con chi sgarra». Ma come, non parla di perdono, di amore, di accoglienza? «Chissenefrega di quello che dice Gesù: l’oratorio è dei parrocchiani, non degli stranieri».</p>
<p>In provincia sono molti a chiamare santo don Aldo. Tranne la gente della sua parrocchia. E qualche ruggine col vescovo. Perché don Danieli, come don Ragazzo di Ca’ Onorai, è anche critico nei confronti delle rigide norme interne e firmerebbe volentieri la lettera di alcuni parroci della diocesi trevigiana che chiedono l’elezione diretta del nuovo vescovo dopo la partenza di mons. Bruno Mazzocato, destinato a Udine. “L’elezione di un vescovo deve essere frutto della partecipazione del clero e del popolo - scrivono - e invece le nomine vengono fatte direttamente dal dicastero della Curia romana, ma è evidente che a Roma poco si conosce della realtà locale”. Lettera interessante, poiché in controluce è possibile leggere uno dei motivi di vittoria della Lega nella zona: rappresentanti del popolo vicini al popolo, conosciuti dai cittadini. Sacerdoti come don Matteo lo dicono apertamente: «La Chiesa deve dare un segno di cambiamento altrimenti la gente si disaffeziona». Perché ormai sente più vicine le parole di Luca Zaia, onnipresente ministro trevigiano, delle parole dei pastori della Chiesa.</p>

<a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/diario-di-un-curato-nelle-campagne-leghiste/IMG_2315.jpg" title="La Chiesa di Ponzano Veneto ospita molti immigrati. Rito domenicale della chiesa evangelica originaria del Ghana." class="shutterset_singlepic319" >
	<img class="ngg-singlepic ngg-left" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/gallery/cache/319__480x320_IMG_2315.jpg" alt="IMG_2315.jpg" title="IMG_2315.jpg" />
</a>

<p>Per il momento le proteste dei sacerdoti provocano soltanto irritazione. Quando don Matteo scrisse, sempre sul bollettino parrocchiale, che papa Ratzinger veste paramenti che valgono milioni di euro e che questo non è lo spirito della Chiesa, ricevette una dura reprimenda dal vescovo. Obbedienza, solenne obbedienza.<br />
Intanto le chiese si svuotano e la Lega si gonfia di voti. Da quando don Aldo ha aperto l’oratorio agli stranieri di fedi diverse e persino ad un corso domenicale di arabo rivolto ai bambini, alcuni parrocchiani hanno cominciato ad andare a messa in altre parrocchie. L’ecumenismo non piace. Il sacerdote tiene duro: «Dicano quello che vogliono, i musulmani lasciano pulito, non bevono e non fanno confusione. Preferisco un musulmano che prega ad un cristiano che bestemmia».</p>
<p>Certamente più cauto don Eros Pellizzari, giovane parroco a Campigo di Castelfranco Veneto (Tv), finito sui quotidiani nazionali per uno sciopero della fame. «Certi giorni alla messa non veniva nessuno, ho fatto un piccolo digiuno per sensibilizzare i miei parrocchiani», minimizza il sacerdote che, dopo l’esposizione mediatica, sceglie il silenzio. Tuttavia dicono che don Angelo preferisca non parlare di politica durante le omelie per non offendere la sensibilità dei fedeli, che da queste parti sono un terzo del Pdl, un terzo della Lega e un terzo del Pd. Con una unica eccezione: l’affare Feltri contro Boffo, il direttore dell’Avvenire, originario di queste parti, costretto alle dimissioni dopo una subdola campagna del Giornale sulla sua presunta omosessualità. Ecco, in quel caso don Pellizzari ha sentito l’urgenza di stigmatizzare l’ episodio prendendo le difese di Boffo. E anche qui, apriti cielo. I fedeli del centrodestra si fermarono, dopo la funzione, a parlare col sacerdote per chiedere spiegazioni. Alcuni però si convinsero: «Forse hai ragione, don Eros». E andarono a confessare i loro peccati. Quali? Aver pensato male del direttore del quotidiano dei vescovi.</p>
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		<title>I RAGAZZI DELL&#8217;ONDA VIOLA</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 16:52:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Crisi]]></category>

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		<category><![CDATA[Movimento]]></category>

		<category><![CDATA[web]]></category>

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		<description><![CDATA[P.zza San Giovanni è di colore viola, un palco, un corteo molto grande per chiedere le dimissioni di Berlusconi. No-B day, la manifestazione nata sul web, come sul web è nato il nostro blog. Siamo andati a vedere chi è questo popolo viola, cosa pensa e quanto ci è vicino.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Emiliano ha soltanto quattordici anni ma le idee chiarissime: «Berlusconi non mi piace perché tratta le donne come oggetti». Discorsi che magari avrà sentito a casa, dalla bocca della madre o della zia. «Macché, io mi informo. Leggo Repubblica on line». Nella bolgia festante sono migliaia i giovani e giovanissimi scesi in piazza per chiedere le dimissioni di Berlusconi. «Non è un buon esempio etico per l’Italia», sintetizza Mattia, 22 anni, studente di scienze politiche a Lecce che spera di non dovere emigrare per trovare lavoro.</p>
<p>Sanno che non basta una manifestazione per eliminare il Cavaliere dalla scena politica: «Ci vorrebbe una informazione meno controllata da Mediaset», ripete come tanti Nicolò da Matera, appena diciotto anni e nessuna idea su quale partito voterà. E come lui un sacco di ragazzi politicamente indecisi e spaesati, tranne sulla rivendicazione della piazza: la legge è uguale per tutti. E per ribadirlo sono arrivati da tutta Italia.<br />
Indossano, quasi tutti, indumenti viola: calze, sciarpe, borse, kefiah, persino un palloncino legato ai capelli. Viola pure quello. L’onda viola marcia urlando slogan che non vanno molto per il sottile: «Berlusconi mafioso», «Silvio vattene stronzo», «Hai rotto il c&#8230;». Sono arrabbiati, sdegnati. I casertani usano un megafono: «Cosentino non lo vogliamo».</p>
<p><a href="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/uploads/2009/12/0031.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-656" title="No B Day" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/uploads/2009/12/0031-630x420.jpg" alt="No B Day" width="630" height="420" /></a></p>
<p>La piazza virtuale si è fatta carne, ed è carne pulsante. L’opinione pubblica 2.0., come la chiamano gli organizzatori eredi dei girotondini, da Facebook è passata alla vita reale. Oltre un milione e mezzo di partecipanti alla prima piazza organizzata sul web, dicono dal palco allestito a San Giovanni sul quale saliranno blogger, intellettuali e artisti ma nessun politico perché il No Berlusconi Day voleva essere la mobilitazione della gente e non dei partiti. Ed il corteo è davvero lungo, denso, percorso da una unica martellante richiesta di legalità. Per il popolo viola l’unico modo per ripristinarla è cacciare Berlusconi. D’altronde messaggi e cartelli fai-da-te insistono sul coagulo di anomalie berlusconiane lievitate dopo le dichiarazioni di Spatuzza: il conflitto di interessi, il presunto legame tra il premier e la mafia, le leggi ad personam, l’attacco alla Costituzione.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-652" title="No B Day" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/uploads/2009/12/005-630x420.jpg" alt="No B Day" width="630" height="420" /></p>
<p>Pochissimi i riferimenti alla “mignottocrazia”, all’affare Noemi, alla D’Addario. Berlusconi se ne deve andare perché è Berlusconi, le politiche su immigrazione, lavoro, fisco, famiglia non vengono prese in considerazione. Un gruppo di ragazzi di Milano ha confezionato delle manette giganti che accompagnano lettere gialle dell’alfabeto per formare la parola “Dimettiti”. Anche questa idea-bricolage, dicono, è nata su Facebook. Serpeggia l’insoddisfazione per il tatticismo del Pd, che non ha aderito alla mobilitazione come invece hanno fatto Rifondazione Comunista, Pdci, Italia dei Valori, Sinistra e Libertà, Verdi-Sinistra ecologista, i comunisti di Marco Rizzo. Andrea è uno dei pochissimi a sventolare la bandiera del partito di Bersani. E’ del circolo Varlungo di Firenze: «Chi continua a criticare il Pd farebbe meglio a prendere la tessera e provare a cambiarlo».</p>
<p>Le bandiere rosse del Prc, concentrate verso la fine del corteo, sono numerosissime e si accalcano vicino al camioncino aperto delle Brigate di Solidarietà Attiva dal quale alcuni lavoratori della Eutelia vendono arance ”metalmeccaniche” a cinque euro per finanziare la propria lotta. «Scrivi che da quattro mesi non prendiamo lo stipendio», dice Gloria. Poco più tardi un’altra licenziata della Eutelia parlerà dal palco dove il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, lancia accuse pesantissime nel nome delle centinaia di persone che hanno marciato mostrando al cielo un fac-simile dell’agenda rossa del giudice ammazzato dalla mafia, agenda sparita e mai ritrovata, e urlando a squarciagola: ”Fuori la mafia dallo Stato”. Salvatore scandisce: «Schifani si trincera dietro il suo incarico per non rispondere dei suoi trascorsi societari con i mafiosi». La folla applaude, mentre dai gazebo copie del quotidiano travagliano-dipietrista Il Fatto vanno via come il pane. Si alternano al microfono Ascanio Celestini, Giorgio Bocca in diretta telefonica contro le querele alla stampa promosse da Berlusconi e che «uccidono la libertà di stampa», e poi una terremotata aquilana, Enza Blundo, che dice: «L’Aquila è stata una operazione di immagine».  Dario Fo e Franca Rame sono emozionati: «Quello che vediamo qui ci fa dire che arriverà il momento della festa».</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-653" title="No B Day" src="http://www.extramedia.org/blog/wp-content/uploads/2009/12/034-630x420.jpg" alt="No B Day" width="630" height="420" /></p>
<p>Un successone, per gli organizzatori Franca Corradini, Massimo Malerba, Gianfranco Mascia e Sara de Santis. Hanno già chiarito che dal No Berlusconi Day non nascerà un partito. Ma nemmeno sono disposti a tornare nelle piazze virtuali dei social network. La mobilitazione ha mischiato moltissima gente comune ma anche partiti e associazioni come Arci, Libera, Articolo 21, Coordinamento dei precari della scuola. Piccole ma viola manifestazioni anche a Sidney, Madrid, Londra, Berlino.</p>
<p>Per Riccardo, operaio ventiseienne di Terni, questa è la prima manifestazione nazionale: «Sono qui perché Berlusconi ci prende in giro». Non sarà una dichiarazione dal sapore politico, ma il No B Day lascia libero sfogo alle emozioni, alla indignazione e soprattutto alla consapevolezza che l’unica via per sbarazzarsi del premier passi per la magistratura. «Silvio, fatti processare», scandiscono i cartelli. O anche: «Berlusconi wanted». Oppure un grido ripetuto goliardicamente: «Un unico sogno nel cuore, Berlusconi a San Vittore». Questo urlano i ragazzi del popolo viola, delusi dalla sinistra tiepida o lontana dalla realtà, e delusi dalla generazione dei loro genitori. «Si sono accontentati di poco», riassume Corrado, ventenne veronese che comincia a saltare come allo stadio: «Chi non salta Berlusconi è!».</p>
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