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3 gennaio 2010, FIRENZE
CITTA’ DELL’ACCOGLIENZA
TESTI ANDREA MILLUZZI - FOTOGRAFIE CLARA VANNUCCI E ANTONIO CARLONI

Se sei un rifugiato politico sei scappato da qualcosa di terribile. Molto spesso si tratta di una guerra, oppure di una persecuzione individuale o ancora di una discriminazione religiosa. Il Paese che ti accoglie ha il dovere di occuparsi di te, di far sì che la tua nuova vita sia migliore di quella che ti sei lasciato alle spalle. Ma se dopo anni che sei scappato dici che “era meglio da dove sono venuto”, beh, qualcosa non ha funzionato bene. Lo sanno bene i 150 somali che a Firenze hanno occupato per anni l’ex scuola di via Guidoni, bruciata nel pomeriggio di giovedì 16 dicembre per un incidente che proprio inaspettato non è. Vivevano in 200 in quel vecchio stabile, ammassati nei corridoi e bisognosi di un riparo dal freddo pungente di questo strano inverno. Tutto era utile, dai cartoni alle vecchie stufe. Un riparo, certo, ma anche un pericolo se dal soffitto cadono penzoloni fili elettrici e se il materiale infiammabile è ovunque. E’ bastata una scintilla e la scuola elementare è diventata ufficialmente un non luogo. Le famiglie che là vivevano, quasi tutte somale più qualche marocchino, sono state spostate: donne e bambini nel centro Caritas di via di Ponte di Mezzo, i 150 uomini nella vecchia Asl in zona Cascine. Alla Caritas non c’è modo di entrare, nemmeno dopo che il comune e le associazioni hanno trovato una sistemazione per loro in una foresteria e nei centri di accoglienza delle aziende alla persona. Dai secondi la situazione è molto più caotica ma anche più aperta. Questi uomini non hanno più un posto dove andare, a loro restano un paio di coperte e i vestiti che hanno addosso. Capita di imbattersi in qualcuno che, munito di carrello del supermercato, fa la spola fra la vecchia e la nuova residenza per recuperare il recuperabile. Con loro ci sono una decina di poliziotti, i volontari del movimento per la casa e le ragazze volontarie del Medu. Dalla sera prima attendono la protezione civile con le coperte e il necessario per riavviare il riscaldamento. Arriveranno a tarda sera, quando i primi fiocchi di neve già stanno imbiancando Firenze.

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La struttura trovata dal Comune per fronteggiare l’emergenza (che, per ironia della sorte, nel 2008 doveva diventare una specie di Cpt) è una vecchia Asl su due piani: il primo è ristrutturato da poco, il secondo cade a pezzi. La differenza per questi ragazzi è praticamente nulla. Ammassati sopra e sotto, cercano di scaldarsi con il calore umano. Alcuni addirittura hanno passato la notte dentro un autobus. E’ parcheggiato fuori, con il numero 33 e le luci spente, pieno di coperte, oggetti e persone. Il Comune l’ha fatto portare appena sedato l’incendio, ritenendolo meglio di niente. L’ennesima difficoltà di giovani di 24-25 anni alle prese con lo sgretolamento delle aspettative che avevano al momento di imbarcarsi dall’Africa. C’è chi ha sfidato due volte la sorte, come Omar. Lui è uno dei 40 sopravvissuti del naufragio di una carretta del mare partita nel giugno 2003 con 250 persone a bordo alla volta di Lampedusa e colata a picco poco dopo. Riportato in Libia dai soccorritori tunisini, Omar è stato un’altra volta derubato e picchiato dagli agenti libici “che ti guardano come un animale perché hai la pelle più scura della loro” ma non si è perso d’animo. Ha rimesso insieme i duemila dollari necessari a pagarsi il viaggio e si è imbarcato di nuovo. Credendo di trovare una situazione migliore di questa a cui è costretto oggi, dicembre 2009. “Se io chiedo rifugio politico significa che ho bisogno di aiuto perché non ho più nulla. L’Italia me lo ha concesso, ma poi per fare i documenti servono 90 euro. Ma se non lavoro come faccio ad avere questi soldi?”. Da qui alla strada il passo è breve: “Anche i cani in Italia hanno una casa. Noi no” dice amaramente Omar, 23 anni. Con lui c’è Abdi Mohamed Abdi, di professione giornalista. La sua redazione di Mogadiscio è stata chiusa e per lui l’aria si è fatta pesante: “Vedi questa coperta? E’ tutto quello che ho” dice ridendo. A condire il tutto c’è il fatto che questi ragazzi sono come prigionieri per la seconda volta. Molti fra loro infatti hanno vissuto per un po’ in Svezia o in Norvegia e là hanno trovato molte più opportunità che in Italia, ma non sono potuti rimanere: “Le nostre impronte digitali sono qui, quindi siamo dovuti tornare. Ma là si stava meglio, avevamo una casa e il modo di lavorare. Il vostro governo invece non si occupa di noi”. Di tornare a casa però non se ne parla, perché in Somalia ci sono i muhjaidin ad aspettare chi ha osato lasciare la patria. La punizione, come testimonia un filmato sul cellulare di uno dei ragazzi, è la decapitazione: “In Somalia è normale, anche mio fratello è morto così. A 24 anni”.

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La seconda notte sta per iniziare, si attendono novità dal Comune. A tarda sera, dopo che la protezione civile ha provveduto a brande, coperte e thè caldo e che i ragazzi del movimento hanno pure loro portato un po’ di cibo, è Lorenzo Bargellini, leader del movimento fiorentino, nipote dell’ex sindaco che ha dedicato tutta la sua vita alla causa, a riportare la proposta dell’amministrazione: la metà dei somali rimarranno là in attesa di una nuova sistemazione, gli altri avranno un appartamento per qualche mese, pagato a metà fra Comune e associazioni. La soluzione soddisfa un po’ tutti e non ci sarà bisogno di occupare un nuovo edificio così come fatto altre volte in passato. Solo il giorno dopo però esce la vera linea del Comune, o per lo meno dell’assessore alle politiche sociali, Stefania Saccardi: “Aiuteremo solo chi se lo merita cercandosi un lavoro o una sistemazione. Per gli altri, Firenze non sarà più una città dall’accoglienza fine a se stessa”. Facile a dirsi, se non si conosce la storia di questi giovani, catapultati in un nuovo Paese senza conoscere né la lingua né le leggi.

E’ difficile pure per gli italiani, in questi anni di crisi, avere soldi a sufficienza per pagare un affitto: “Io sono laureato, sono un architetto. Ma non ho un lavoro stabile, se tornassi indietro farei altre scelte. Prego, entrate a casa mia”. Dario ha una quarantina di anni, due figli e una casa con tre locali nell’ex ospedale pediatrico psichiatrico occupato di via Aldini. Quartiere lussuoso di Firenze, nuovo esempio di occupazione e auto-organizzazione. Lo stabile è stato chiuso e abbandonato dopo l’approvazione della legge Basaglia e nel 1991 18 nuclei familiari, sgomberati da un’altra occupazione, decidono che sarebbe diventato la loro nuova casa. Da allora, attraverso varie vicissitudini, via Aldini, una delle prime occupazioni fiorentine, diventa un esempio di collaborazione con il Comune che decide di avvallare il progetto di autorecupero degli occupanti che si riuniscono in cooperativa (“un tetto sulla testa”) e costruiscono il modello in scala di quello che l’ex ospedale dovrà diventare. E’ vero che per adesso tutto è rimasto più o meno sulla carta, data la mancanza di fondi sia del Comune che della cooperativa, però via Aldini è sicuramente una sistemazione di tutto rispetto per gli italiani, gli albanesi, i marocchini e un eritreo che vivono lì: bollette da pagare, tv, decoder, fastweb, stufe funzionanti. “Certo, non è il massimo: non è casa mia” dice Dario mentre spiega tutto il lavoro che ha fatto in casa con i materiali recuperati qua e là. Esattamente come ha fatto Lapo, carpentiere di Avola, Sicilia, che ci accoglie in casa mentre suo figlio di 3 anni dorme e ci racconta la sua storia: “Adesso ho 43 anni, 15 anni fa ho lasciato la mia bottega a Palermo per venire a Firenze con la mia compagna. Per un po’ sono stato da mio fratello, poi non potevo permettermi di pagare un affitto. Ho conosciuto i ragazzi del movimento e la notte della finale dei Mondiali di Usa 94 sono entrato”. Lapo ha una ditta con un suo collega carpentiere, hanno in appalto anche la fiera Pitti a Firenze. Ma non basta per permettersi una casa. Anche se si è italiani. La caratteristica comune delle occupazioni è l’abilità nei lavori manuali degli occupanti: Dario è architetto, Lapo è carpentiere, Enver è muratore “e guarda come ho sistemato bene casa mia. Guarda in queste foto come era e guarda adesso”. Vetri rinforzati, mura costruite dal nulla, un ambiente confortevole, “un’altra vita rispetto a quella che mi faceva fare Hoxa a Durazzo”, spiega Enver, uno dei tanti profughi della dittatura comunista in Albania.

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Se via Aldini è in rapporti relativamente buoni con il Comune di Firenze, lo stesso non si po’ dire dell’ex ospedale Luzzi. Situato nella zona collinare della città, l’immenso spazio del Luzzi, con tanto di vecchio castello, ospita adesso circa 400 persone, di cui 100 bambini. Da qualche tempo la Digos si fa vedere più spesso da queste parti, circa una volta a settimana: “Arrivano, controllano e portano via gli irregolari” raccontano Vieri e Camilla, l’ultima coppia di italiani rimasti fra gli occupanti di 4 anni fa. La maggioranza di chi vive qui è o rumena o marocchina, quasi tutti sono muratori e quasi tutti vivono con la famiglia. Sembrerebbe che il sindaco di Sesto Fiorentino, che ha giurisdizione su questo territorio, abbia intenzione di ricavare un agriturismo di lusso da questo spazio. Chi ci vive lo sa, ma intanto fa finta di non saperlo: “Qua siamo sempre andati avanti a piccole concessioni dietro piccoli ricatti: ci serve l’allacciatura per l’acqua? Ce la danno, ma chiedono di diminuire il numero di occupanti. Chiediamo un autobus per portare a scuola i bambini? Ci hanno detto di sì, ma il primo giorno che lo avremo sarà il 22 dicembre, ultimo giorno di lezioni” racconta Camilla. A reggere le fila dell’occupazione è Gheorghe, detto Goku, un prete cristiano apostolico rumeno che vive con la moglie, 2 figli e 9 nipoti: “Noi siamo organizzati, tutti hanno qualcosa da fare. Ma non possiamo contare sugli aiuti esterni. I ragazzi vengono qui quando facciamo delle feste, ma se chiedi qualcosa nessuno si fa vedere. Per non parlare dell’amministrazione: ci sono 33 bambini rumeni, e quindi comunitari, nati qua ma a nessuno è stata riconosciuta la residenza. E’ una campagna razzista”.

Goku ogni domenica celebra la Messa, Vassily ogni Natale prende la sua vecchia Bmw e parte con la famiglia alla volta della Romania. Perché tutti gli occupanti vorrebbero una vita migliore, magari a casa loro, per usare un termine caro alla Lega. Ma casa loro adesso è l’Italia, anche se troppo spesso il miglioramento è minimo. A Roma l’emergenza casa, con relativo movimento di protesta, è la spina più dolorosa nel fianco di Alemanno, a Firenze Renzi sta ancora in bilico fra la repressione e il lasciare stare. Il movimento fiorentino non ha ancora trovato il modo per superare l’assistenzialismo, Bargellini rimane il capo indiscusso e tuttofare di centinaia di occupanti che non sempre rispettano le regole e non sempre si ritengono attori di una lotta generale. Così il tempo passa e l’emergenza cresce, senza che si intraveda una via per risolverla. Come troppo spesso accade nell’Italia diversa dai sogni dei migranti.





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