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CARBONIA

Posted By admin On 25 maggio 2009 @ 16:18 In Senza categoria | 3 Comments

Carbonia è un dedalo di gallerie. Migliaia di chilometri che bucano il terreno a 400 metri di profondità. Carbonia sprofonda. “Quando negli anni ´90 hanno chiuso le miniere ci avevano promesso un polo industriale all´avanguardia che avrebbe sfidato i giganti del mondo”, racconta Vincenzo, 45 anni, operaio della Portovesme Srl [1]. E invece nulla, a vent´anni di distanza anche quel polo industriale sta sprofondando. Ma i buchi delle miniere non c´entrano nulla. A far collassare i capannoni industriali dell´iglesiente ci si è messa la crisi. “Questa maledetta crisi che ci sta ammazzando tutti”, continua Vincenzo.

Carbonia

3mila cassa integrati, 20mila disoccupati e il più alto tasso di suicidi in Italia. Questa è oggi Carbonia, cuore pulsante del Sulcis iglesiente. E dire che fino agli ´80 questa zona era l´unica area della Sardegna che offriva lavoro. Era ricco, il Sulcis. Certo, le famiglie avevano rinunciato alla bellezza del mare, stuprato dalle migliaia di liquami di piombo, zinco e carbone che arrivavano da quelle miniere. Ma il lavoro, quello non mancava. Erano fieri di quelle gallerie, i sardi. Fieri di quelle ciminiere che ancora oggi bucano il cielo. Da quei comignoli oggi non esce più nulla. Tutto è fermo, tutto è silenzioso. “L´aria è più pulita, certo - racconta Andrea, operaio della Eurollumina - ma che me ne faccio se non ho i soldi per mangiare?”.  Anche il mare, in questi giorni di crisi, respira.
Qualcuno pensa di ricominciare proprio da lì, dal mare. “Io non ci credo  - racconta Roberto Puddu, segretario della camera del lavoro - qui non abbiamo alcuna vocazione turistica. Siamo operai noi, minatori. E´ da lì che dobbiamo ricominciare”. Ricominciare, certo. La parola passa di bocca in bocca come una promessa. Ma in pochi ci credono. “Sto pensando di andare in continente”, dice Carlo, operaio della Eurallumina [2]. L´Italia, l´ultima ancora a cui aggrapparsi. “Il continente, come no - fa eco Nanni – ti trovi un lavoro da 1300 euro al mese e ne spendi 800 per l´affitto”. Si sentono imprigionati, i lavoratori di Carbonia, persi in quei chilometri di gallerie sotterranea che hanno scavato i loro nonni, i loro padri. Non trovano la via d´uscita, proprio come non la trovavano i minatori quando c´era il grisù. Quando scoccava la scintilla e avevi un minuto di tempo per scappar via, per ritrovare la luce prima che la fiammata ti avvolgesse o il carbone ti sotterrasse. “I minatori, certo, sono loro che hanno fatto la fortuna di questa terra -  continua Roberto Puddu [3]- Anche mio padre era uno di loro. Anche lui è nella lista dei morti”. E sono proprio loro, sempre i minatori, che tengono ancora in piedi questa comunità. Sono le loro pensioni che fanno campare figli e nipoti. Pensioni decenti, pensioni da silicosi, la malattia che toglie il fiato,  fa sputare sangue ma che dà ancora da mangiare.

Carbonia

Hanno paura, gli operai del Sulcis, temono che i loro capannoni diventino silenziosi come le miniere dei loro padri. Laggiù, nel cuore della terra, oggi si sente solo il cicalio dei grilli, i primi a sentire l´odore di metano, i primi a indicare la via di fuga prima dell´esplosione. Su, invece, nei capannoni silenziosi del polo industriale rimbombano nel vuoto e nel silenzio i passi degli operai in cassa integrazione. “Ogni giorno che Dio manda in terra veniamo qui nella speranza che  ci dicano che si riparte”, racconta Antonio, ex tornitore della Alcoa, una fabbrica di Alluminio chiusa da tre mesi. E´ una brutta storia italiana quella della Alcoa. Passata di mano in mano da un gruppo di imprenditori senza scrupoli, quella fabbrica è servita solo a mungere soldi pubblici. “Non gliene fregava niente di quello che si faceva in azienda”, continua Antonio, “loro venivano qui per prendere i loro maledetti soldi e poi scappavano”. Poi sono arrivati i russi, gli americani e gli svizzeri. Sembrava che le cose si mettessero bene, sembrava che almeno loro ci credessero. E invece niente. Anche loro hanno chiuso.

Chiuso per tutti: operai, dirigenti e funzionari. Antonio Rolli è uno di loro. E´ un funzionario della Portovesne Srl. Coordina il reparto di zincatura e ogni giorno alle 7 di mattina è lì al lavoro. Cascasse il mondo, lui è lì. E´ duro il singor Russo. Duro ma corretto. Il suo è l´unico reparto ancora in funzione, tutto intorno c´è il deserto, il silenzio. Si muove come se nulla fosse tra le sue macchine e tra i suoi operai. I medici la chiamano sindrome dell´arto fantasma, è la sensazione di dolore e prurito che hai quando ti amputano una mano, un piede o una gamba intera. Quell´arto non c´è più ma la tua testa non lo sa. Quel brandello di corpo è morto ma tu lo senti ancora vivo, pulsante.  Qualcuno ha provato a dirlo al signor Russo che tutto sta morendo, ma lui non vuole crederci, lui va avanti per la sua strada: si alza la mattina presto, va in azienda e continua a dare ordini e a ricordare agli operai, i suoi operai, di mettere sempre il casco.


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[2] Eurallumina: http://www.facebook.com/profile.php?id=1540574333&ref=profile#/group.php?sid=310f2d57c19bad493954bc88de4e64a3&gid=49996408518&ref=search

[3] Roberto Puddu : http://www.facebook.com/group.php?sid=a06c87df5e0ea21d948a49b90414781f&gid=57573274050&ref=search#/profile.php?sid=5143282c7f0fb03d0cd74978fe7738f7&id=1228017271&hiq=roberto%2Cpuddu&ref=search

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