15 gennaio 2010, ROSARNO
ARANCIA MECCANICA
TESTI LAURA EDUATI - FOTOGRAFIE EMILIANO MANCUSO
Mamadou scoppia a piangere. Ha appena saputo che la polizia sta organizzando degli autobus per accompagnarlo alla stazione di Rosarno con gli altri quarantotto africani del casolare immerso negli aranceti. Una fila di stivali da gomma sporchi di fango costeggia la cascina fatiscente, i braccianti sono appena tornati dal lavoro e lavano la faccia con l’acqua dei bidoni prima di scaldarsi accanto al fuoco improvvisato. Perché nei giorni della rivolta e della caccia al nero, i braccianti delle cascine alla periferia hanno continuato comunque a raccogliere arance. Nel terrore. Alla Fabiana, un casolare poco distante da quello di Mamadou, i quindici migranti schiavi non mangiano da tre giorni. Hanno avuto paura di avvicinarsi al centro abitato, ai supermercati. Tuttavia il pericolo è altissimo anche tra gli aranceti. Nel pomeriggio un uomo bianco a bordo di una panda rossa ha parcheggiato nel cortile, è sceso dalla macchina e ha sibilato: “Se non sparite entro cinque minuti vedrete cosa vi succede”. Mosar parla bene l’italiano, ha chiamato un attivista dell’Osservatorio migranti: “Abbiamo paura, portateci via”. Alla Fabiana 2, invece, la paura è quella di perdere quei venticinque euro giornalieri. «Potete scegliere liberamente di restare ma è troppo rischioso», spiega dolcemente Laura Boldrini dell’Achnur. E’ davvero troppo rischioso. Nel mattino degli abitanti del luogo hanno assaltato una casa abitata da ghanesi, in mano taniche di benzina e mazze. I migranti sono fuggiti, la dimora incendiata. Nelle stesse ore hanno impallinato un altro bracciante. Giovani alla guida di Smart, occhiali da sole e labbra serrate, percorrono a passo d’uomo i viottoli di campagna e passano accanto alle cascine. Vogliono intimidire, e ci riescono. Mamadou ha soltanto diciotto anni. «Dove vado? Non ho un posto dove dormire». E piange. Non è nemmeno stato pagato per gli ultimi giorni di lavoro. Non è l’unico. La polizia ha scelto di trasferire tutti i migranti di Rosarno verso i centri di Crotone e Bari, a bordo di pullman scortati dagli agenti. Per quarantotto ore il ministro dell’Interno ha ufficiosamente sospeso il reato di clandestinità. A tutti viene promesso che gli irregolari non verranno espulsi. Dopo qualche giorno, invece, decine di loro saranno internati nei Centri di identificazione ed espulsione perché sul loro capo già pendeva un decreto di espulsione. Chi ha commesso reati verrà portato in carcere.
La ritorsione degli abitanti della zona ha asserragliato gli africani nelle due fabbriche abbandonate, la Rognetta e la ex Opera Sila, coi cordoni delle forze dell’ordine a protezione. Alla fine oltre settecento finiranno nelle strutture di accoglienza con un borsone fatto in fretta e furia, poche cose essenziali e via verso l’esodo. Molti però preferiscono prendere il treno verso Napoli, Roma, le città del Nord. Hanno amici e parenti che li aspettano, oppure nessuno. Come Mamadou. Altri salgono in macchina e partono, a volte facendosi fare il pieno dalla polizia. Altri ancora sono scappati nelle campagne, ne mancano un centinaio all’appello. Un ragazzo è scomparso nel nulla, ha lasciato documenti e vestiti. Venerdì c’erano almeno 1200 neri a Rosarno, San Ferdinando e Rizziconi. La domenica mattina sono tutti spariti. Un esodo biblico organizzato in ventiquattr’ore per proteggere gli stessi africani dalla rabbia cieca dei rosarnesi che per il secondo giorno consecutivo bloccano la statale 18 dando alle fiamme copertoni. Una fuga che però non lascia il tempo di incassare gli ultimi duecentocinquanta euro per dieci giorni di lavoro. E allora capita che qualche imprenditore agricolo passi il posto di blocco della polizia e raggiunga la ex Esac, la fabbrica dove è riunita la maggior parte dei migranti in partenza con gli autobus, per pagare i braccianti. Antonio arriva con l’agenda sotto braccio e un rotolo di banconote: «Perché vi stupite? Io non li ho mai sfruttati, li ho sempre trattati bene. Per colpa di qualche ragazzaccio ora se ne devono andare e non è giusto». Antonio spiega che la paga è misera perché nemmeno lui se la passa bene: «Potrei assumere degli italiani a cinquanta euro al giorno ma non ho queste possibilità». Alle sue spalle decine di ex braccianti radunano le proprie cose ma lasciano materassi e tende da campeggio, pentole sudice e secchi con acqua sporca dove lavavano le stoviglie, troppo ingombranti per un bagaglio misero. L’ex Opera Sila è un posto indecente, una decina di bagni chimici per cinquecento persone, immondizia sparsa ovunque, persino una pecora legata al palo e qualche gallina che razzola, un africano smonta la parabola e decine di telecamere filmano la cacciata dei neri da Rosarno.E ora chi raccoglierà arance e mandarini? La risposta viene spontanea: i rumeni, i bulgari. Sono arrivati in città da tempo, hanno affittato una casa, hanno una famiglia. Sono maggiormente integrati. Il problema, però, è il lavoro che scarseggia. Per vent’anni gli schiavi erano necessari, ora meno. Perché le arance vengono vendute a sei centesimi il chilo, e raccoglierle non conviene. Tanto più che ora l’Unione europea garantisce il sussidio agli agricoltori in base agli ettari coltivati, e non al volume di prodotto. Quest’anno la crisi economica, poi, ha spinto centinaia di migranti africani licenziati al Nord verso la Piana. Il risultato è che molti braccianti lavoravano uno o due giorni la settimana, e nel tempo restante bivaccavano nella disperazione.
«Io resto», sbotta il sudanese Yasser, da quattro anni in Italia col permesso di soggiorno. «Lavoravo a Parma come saldatore, ho perso il lavoro e sono venuto quaggiù». E non se ne vuole andare. «Dormirò dentro la fabbrica e se gli italiani vogliono uccidermi, vengano pure». La sera anche lui è salito sull’autobus con i suoi amici sudanesi, rifugiati politici. «Gli africani dovevano salvare questo posto, invece non torneranno più», osservano con mestizia gli attivisti dell’Osservatorio migranti. I magistrati di Reggio Calabria hanno arrestato sette migranti responsabili delle devastazioni durante la rivolta degli schiavi, e tre rosarnesi che tentavano di massacrare o uccidere gli africani. Tra questi c’è un giovane del clan Bellocco, il più potente della Piana. Per gli inquirenti è assodato che sia stata gente della ‘ndrangheta a colpire con un fucile ad aria compressa
il primo migrante, la miccia che ha acceso la rabbia dei braccianti. Ma escludono che le ‘ndrine volessero portare il caos a Rosarno. Il loro intervento, questa è l’ipotesi, è arrivato successivamente. Per riportare l’ordine. E costringere i migranti a fuggire. Al centro di prima accoglienza di Isola Capo Rizzuto (Crotone) i posti sono esauriti, i migranti vengono lasciati liberi anche se il Viminale assicura che le autorità esamineranno la situazione di ognuno. Già nel pomeriggio la stazione di Crotone è colma di immigrati col biglietto per il nord.
Rosarno lentamente si svuota dei suoi abitanti di colore, la città torna alla routine, soltanto il mercato è rimasto chiuso per paura di altri incidenti. Poco dopo pranzo viene tolto il blocco dei residenti a poche centinaia di metri dalla ex Opera Sila. Fin dal mattina, a centinaia, donne uomini e ragazzi, erano tornati per chiedere nuovamente la pulizia etnica. Hanno scelto di radunarsi nel bivio dove ancora giaceva, dal giorno della rivolta, lo scheletro accartocciato e carbonizzato della macchina di quella donna strattonata e ferita dai migranti imbestialiti. Un simbolo. Che però poi viene rimosso per ordine della polizia: ora basta, il tempo della ritorsione è finito. I rosarnesi del posto di blocco ce l’hanno con i giornalisti, urlano «dovete scrivere la verità». La verità arriva per bocca di Letterio Rositano, ex presidente del consiglio comunale sciolto per infiltrazione mafiosa nel 2008: «La mafia non c’entra nulla con questi migranti, avete capito?». E poi: «La verità è che preferiamo i rumeni perché sono più civili». E poi ci sono gli altri rosarnesi, quelli che sono accorsi a dare una mano agli africani che stanno lasciando le case del centro sotto la supervisione della polizia. «Che peccato, si è rotto un equilibro precario ma che durava da vent’anni», scuote la testa Vito.
Mamadou si asciuga le lacrime e mette il cappuccio. Fa freddo. Non ha in tasca nemmeno un euro, nella confusione rimane inebetito. Tra pochi minuti la polizia lo accompagnerà a prendere il treno per Napoli, alcuni ragazzi di Rosarno gli hanno trovato un posto dove dormire.







Salve, possiamo ripubblicare una delle foto di Rosarno a corredo di un articolo del nostro blog?
Indicando chiaramente autore e mettendo un link a questa pagina?
grazie!
Per la redazione di principio va bene, puoi però indicarci l’indirizzo blog prima ?
è qui per illustrare un post in un volontario di medici senza frontiere
http://www.imille.org/2010/01/da-rosarno/
(se invece avete problemi la togliamo subito, basta che mi scriviate al mio indirizzo privato)
Grazie!
ma scherzi … va benissimo, è più importante il lavoro che fate voi !