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VITA DI SFOLLATO

Posted By admin On 12 aprile 2009 @ 10:55 In Senza categoria | No Comments

Un furgone trasformato in una casa, due ragazzi ci dormono dentro. Accanto ci siamo io e un mio collega giornalista in una piccola Panda. Sacchi a pelo sui sedili sdraiati, riscaldamento della macchina acceso dieci minuti prima di dormire che fa un freddo cane. Almeno loro, dentro quel furgoncino hanno un materasso, penso. E poi mi maledico. Quei due ragazzi hanno la vita fermata. Ci ha pensato un terremoto di 5.9 gradi Richter a mettere un punto e a capo. Era la notte fra il 3 e il 4 aprile. Sono passate 72 ore e io fra qualche giorno me ne andrò, loro chissà quando potranno rientrare nelle loro case. Sfollati. Ecco cosa sono. Per quale motivo lo siano chissà se lo sapranno mai.

Un terremoto ha distrutto L’Aquila, un capoluogo di regione, una città medievale dall’immenso patrimonio artistico, oltre 72mila abitanti costruita su una delle zone a maggior rischio sismico in Italia. Non è facile da mandare giù. Anche perché molte cose non tornano. Dopo il sisma dell’Irpinia che nel novembre 1980 causò quasi 3mila morti, l’Italia si è dotata di una mappa sismica nazionale che, in base al parere di geologi e geofisici, divide il territorio a seconda della pericolosità. L’Abruzzo e L’Aquila erano a rischio 1, il massimo. Poi però è successo che la Regione, a cui per legge spetta questa classificazione, l’ha declassata a rischio 2, nonostante i tre terremoti che l’hanno colpita nell’arco dell’ultimo secolo. Un rischio sismico minore significa minori vincoli edilizi e maggior vendibilità sul mercato degli immobili. Potrebbero guadagnarci tutti quindi, costruttori e cittadini ma anche la furia distruttrice di madre natura. Perché? Quali sono stati i criteri di questa scelta? Mi sto facendo queste domande mentre guardo la casa davanti a noi. Per dormire abbiamo scelto uno spazio aperto, ovviamente. Dietro di noi un complesso in costruzione, poi alcuni campi, una strada e le case. Due di queste hanno i piani superiori crollati, in una viveva Alessandro, il mio amico che sta dormendo nel furgoncino accanto a me. Poche decine di metri più avanti, c’è suo padre. Dorme in un camper, a presidiare quella che era la loro abitazione. Perché? Sto pensando a tutto questo quando la stanchezza vince e mi addormento. Poi è un attimo. Un rumore sordo, strisciante e la macchina parte. E’ spenta, è un attimo: è il terremoto. Qualche secondo di ballo smisurato e il rumore, con la sua carica di panico, si allontana. Ci svegliamo, io e il mio collega, ci guardiamo. Diciamo solo: <Povera gente>. E ci riaddormentiamo.

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La mattina è una mattina diversa. Come dice Alessandro <è un’altra di quelle mattine in cui cerchi di renderti utile>. Il furgoncino, oltre a essere un’accettabile nuova casa, rimane un mezzo di trasporto eccezionale per caricare quello che resta di ciò che avevano. Si va quindi a prendere una fotocopiatrice dall’ufficio di un amico, ma solo dopo aver fatto colazione con caffè e cornetto sbucati da chissà dove. E’ una routine diventata un lusso indispensabile per sentirsi ancora normali. Si parla della scossa notturna, si spera non ce ne siano altre. Perché ad ogni movimento della terra corrisponde un passo indietro nella strada che porta a dimenticare. E’ un continuo lottare con i ricordi di quella notte e con la paura di un futuro che non si rimetterà mai a posto.

Con la luce del giorno L’Aquila appare per quella che è: una città deserta, il cui centro è ormai chiuso quando la periferia ha bisogno di tutto. Le vie cittadine sono un viavai continuo di sirene e mezzi di soccorso, le forze dell’ordine accorse da tutte le parti d’Italia impediscono l’accesso al luogo del disastro a chiunque non abbia niente da fare tranne che intralciare il loro lavoro. Le macerie  disseminate ovunque diventano presto oggetti indiziari di un processo che rischia di diventare mediatico più che legale. Imputati: costruttori e politici; le accuse: aver speculato sugli edifici, in barba a piani regolatori, norme di sicurezza e alle più elementari nozioni anti-sismiche. L’accusa viene lanciata a stretto giro di posta dal quotidiano La Repubblica che prima trova tracce di sabbia di mare fra il cemento armato crollato sotto la spinta delle scosse e poi tira fuori le carte che dimostrano come il nuovo ospedale aquilano fosse abusivo. Nel centro storico ci sono palazzi uguali e vicini, uno è rimasto in piedi, il gemello non esiste più. Strutture come l’ospedale – appunto – e la casa dello studente (dove si è registrato il maggior numero di vittime di tutto il sisma) erano di costruzione molto più recente di tanti altri edifici che invece hanno resistito al terremoto. No, non torna. A distanza di settimane il procuratore della Repubblica Alfredo Rossini assicura che le indagini arriveranno a conclusioni e che i colpevoli non rimarranno impuniti. La politica intanto si scatena. Si parla di new town, si parla di fondi straordinari per la ricostruzione quando però si fissa per legge il limite del 2033 per stanziarli, quei soldi. Si sposta addirittura il G8 di luglio da La Maddalena a L’Aquila. Il tutto a uso e consumo delle telecamere e del dibattito fra partiti. Gli aquilani scopriranno solo dopo di essere diventati il terreno su cui si gioca una partita che ha ben poco a che vedere con la loro nuova vita nella vecchia città. Per il momento si tratta di capire come organizzare una tenda, come far dimenticare il prima possibile ai bambini il crollo che li ha colpiti, come e cosa cercare di quella vita che non c’è più.

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Nelle tendopoli allestite in varie zone della città e nei paesi vicini (la più grande è a piazza d’Armi) centinaia di volontari da tutta Italia si dannano l’anima per soccorrere gli aquilani. Ovviamente, serve tutto: cibo, acqua, coperte, sacchi a pelo, medicinali e una parolina di conforto. <Magari qualcuno esce dal campo perché ha trovato una sistemazione fuori città, ma subito subentra qualcun altro che si è rassegnato all’idea di vivere in una tenda. – racconta una volontaria che nel centro operativo interno al campo cerca di segnare chi entra e i suoi bisogni – A volte arriva qualcuno che è rimasto solo e ancora cerca i familiari, a volte qualcuno che non si ricorda chi è e non sa dare il suo nome>. <In 2500 hanno raggiunto L’Aquila da tutta Italia, ci sono anche dei piccoli gruppi dalla Francia, dalla Spagna e dalla Grecia> spiega il ragazzo della Protezione civile che nel Palazzetto dello Sport della scuola della Guardia di Finanza diventato la Sala operativa dei soccorsi, si occupa degli accrediti dei volontari. <Ci sono le grandi associazioni nazionali e internazionali e altre più piccole. Si occupano della logistica, di montare tende. Ci sono scout, alpini e – appunto – psicologi. Coordina tutto l’esercito e la protezione civile nazionale>. Insomma, la macchina dei soccorsi – formula ridondante ed evocativa che però rende bene l’idea della fatica a cui questi ragazzi e ragazze sono chiamati a sopportare – funziona.

Viene la curiosità di vedere come sta andando fuori città. La grande partecipazione al dolore è sicuramente dovuta all’importanza de L’Aquila, ma ci sono paesini andati completamente distrutti. Onna, per esempio. Un nome risuonato più volte nelle cronache dal sisma e che sarà difficile dimenticare per chi l’ha vista. Saranno state un centinaio di case in tutto. Ne è rimasta una in piedi. Svetta con il suo solo piano d’altezza fra le macerie e i cordoni della protezione civile. Accanto c’è un ampio spazio verde dove sono parcheggiate 4 macchine completamente distrutte dai massi caduti. A fianco di una di queste c’è un ciuccio impolverato. Ogni tragedia ha una sua immagine esemplare: ecco quella dell’Abruzzo del 3 aprile 2009. Ad Onna il mestiere di giornalista impone di cercare, comunque, storie. Alessandro me ne racconta una, riguarda una coppia di suoi amici. Stavano dormendo a L’Aquila, a casa del ragazzo, quando la prima scossa li ha fatti scendere in strada insieme a molti altri concittadini. Passato l’allarme non se la sono sentita di rientrare e quindi si sono spostati a casa della ragazza, a Onna. Li hanno ritrovati abbracciati sul letto, soffocati dal tetto che non c’era più. I giornali si stanno nutrendo di questi racconti, ascoltati dai terremotati che ne parlano spesso quasi a volere esorcizzarne il ricordo. E’ difficile, ancora, accettare lo status quo.

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Si rende evidente a Fossa, altro paesino ai piedi della montagna a nord de L’Aquila. Cinque morti e una tendopoli è l’eredità lasciata dal sisma. <Quando ieri sera ci hanno detto che il numero della nostra tenda diventerà il nostro civico ci siamo abbracciati ansiosi> raccontano adesso. A Paganica, epicentro del terremoto, si contano i danni al patrimonio artistico, nei paesini ai piedi del Gran Sasso si diffonde la paura degli sciacalli. Non troppo abituati a vedere tanta gente circolare fra le vecchie case di pietra, gli abitanti di Filetto fermano chiunque per verificarne la provenienza. Da queste parti si è diffusa, a torto o a ragione, la fobia dei ladri. Di notte il centro storico de L’Aquila è off limits e la guardia di finanza e i carabinieri non fanno altro che fermare ogni macchina e ogni passante per controllare, a volte in maniera anche un po’ brusca. Nei paesini ci si arrangia da soli, poi, una volta chiarito che siamo giornalisti, il clima si rilassa ed è subito gara ad offrire salumi, formaggi e vini. Il tutto, ovviamente, da consumarsi all’aperto, lontano da muri e tetti.

E’ una dimensione strana. E’ una festa di paese circondata dall’alone del terremoto. Le scosse si susseguono, la terra non smette mai di tremare, i discorsi non riescono a eludere il grande tema. E’ così che ci si sente dopo che gli eventi hanno deciso per te. Stiamo ripartendo, noi non saremo più vittime del grande sisma. Agli aquilani, agli abruzzesi penseranno gli abruzzesi stessi. Altro che new town o G8. Chi ne ha il dovere dovrebbe fornire loro gli strumenti per ricominciare, le case, i soldi, le infrastrutture. Tutto il resto è una faccenda personale fra il terremoto e i terremotati.


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